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10:27 17 Settembre 2019
La bandiera dell'UE in fiamme

Il dogma dell’accoglienza sta uccidendo l’Europa

© Sputnik . Julien Mattia
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Chissà se Papa Francesco ha il tempo di leggere altro dopo i naturali testi di preghiera e di teologia. Se così fosse, mi permetterei, rispettosamente, di suggerirgli almeno due libri: “Il Campo dei Santi” di Jean Raspail e “La strana morte dell’Europa” di Douglas Murray.

Confesso - lasciate che possa esprimere una modesta opinione tutta personale - di giudicare stucchevoli i suoi continui riferimenti al “dovere” dell’accoglienza nei confronti di quei clandestini sub-sahariani che arrivano sulle nostre coste con l’intenzione di entrare in Europa e di restarci. Non mi sento di criticare chi vuol venire a stare da noi perché è possibile che, al loro posto, farei lo stesso. Critico invece, e fortemente, coloro che in Europa li incoraggiano promettendo implicitamente, o anche esplicitamente, che qui saranno accolti a braccia aperte.

Ciò che mi indigna è il fatto che nessuno di questi personaggi molto “buoni” sembra porsi il problema di quanti “dobbiamo” accoglierne, come e con quali soldi pagheremo i loro soggiorni tra noi e, soprattutto, quale potrebbe essere l’impatto sulla nostra società e verso i nostri valori dall’arrivo, concentrato nel tempo, di persone tanto differenti per abitudini, cultura, lingua, tradizioni e religioni.

Fino a qualche anno fa c’erano degli illusi che ipotizzavano che le società del futuro potessero essere soltanto multi-etniche e multi-culturali. I problemi sorti dalla convivenza a casa nostra con chi pretendeva di continuare a vivere come se si trovasse ancora nel proprio Paese di partenza hanno fortunatamente fatto sparire quell’utopia.

Se non bastasse ciò che abbiamo visto accadere nelle città d’Europa invase dai migranti, vadano quei benpensanti a informarsi di quali o quanti siano i Paesi nel mondo in cui etnie e culture diverse convivono senza scontri continui e vere e proprie lotte civili: nessuno.

Gli intellettuali a buon mercato hanno allora ripiegato sull’idea che servirebbe l’ ”integrazione”. In altre parole, gli “accoglitori” sostengono che chi arriva, per quanto differente sia, diventerà “uno di noi” adattandosi ai nostri costumi e facendo proprie le nostre tradizioni e la nostra storia.

A parte che moltissimi sono quelli che vengono in Europa ma non hanno alcuna voglia di “integrarsi”, sarebbe bene che si ripassassero alcune utili lezioni di sociologia (se mai ne hanno letto) per scoprire che, affinché un gruppo possa inserirsi in un altro, occorrono alcune condizioni: che ci sia la volontà di “integrarsi”, che il numero dei nuovi arrivati sia minuscolo rispetto alla comunità di accoglienza, che i venuti siano distribuiti adeguatamente nel tempo e nello spazio. 

E’ sufficiente guardare all’attuale fenomeno dei flussi migratori e sommarlo agli arrivi degli ultimi tre/quattro anni per capire che nessuna di quelle condizioni è rispettata. Al contrario, quella magica proporzione è già stata superata. E di molto.

Tornando ai libri che suggerirei al Santo Padre, sarebbe bene aggiungere che l’ipocrisia di politici e giornalisti, nonché dei responsabili di case editrici, han fatto sì che la loro pubblicazione in Italia fosse passata sotto tono o, nel migliore dei casi, dilazionata nel tempo.

 Il libro di Jean Raspail fu pubblicato in Francia nel 1973 e io lo lessi (necessariamente in francese) soltanto verso la metà degli anni ottanta. Ne parlai quindi alla Mondadori proponendone l’acquisto dei diritti ai fini di una pubblicazione nel nostro Paese, ma scoprii che la casa editrice aveva già acquisito l’opzione e non lo pubblicava. Scaduta quella la rinnovò, continuando però a rinunciare nel pubblicare il libro. Capii dunque che il loro obiettivo era soltanto quello di impedirne la pubblicazione presso altri editori italiani. Soltanto nel 1998 le Edizioni AR riuscirono a farne un volume nella nostra lingua ma, trattandosi di una piccola casa con altrettanto piccola distribuzione, pochi possibili lettori ne vennero a conoscenza.

Quel libro, un romanzo molto realistico e preveggente, racconta di un milione di diseredati sopraffatti dalla miseria e carichi di bambini denutriti che si impadronisce di una nave in un porto del cosiddetto “terzo mondo” e punta ad arrivare in Europa. Mentre la nave sequestrata salpa, altri milioni come loro attendono di vedere quale esito avrà la navigazione per poterli seguire allo stesso modo. A far da catalizzatore era stata una dichiarazione del Governo belga (ricordate la Merkel?), poi smentita ma senza risultato, che annunciava la disponibilità ad accogliere un certo numero di bambini bisognosi dalle parti del mondo più povere. Ben presto si capisce che la destinazione scelta per lo sbarco è la costa francese e i politici di Parigi cominciano a preoccuparsi. Tuttavia, tutti esitano tra la scelta di affondare quella nave per impedire uno sbarco illegale o favorire, al contrario, l’accoglienza. A un certo punto si decide e la marina militare viene inviata incontro alla nave con il compito di ordinarle il cambiamento di rotta.

Al rifiuto di obbedire da parte dei “profughi”, viene dato l’ordine di sparare per dare un avvertimento ma nessun militare ha il coraggio di farlo. Mentre la nave continua il suo avvicinamento, dopo il passaggio dello Stretto di Gibilterra, il Governo, non sapendo più cosa fare si dimette e nessuno vuole sostituirlo per evitare la responsabilità. Inizia così un periodo di anarchia durante il quale impazzano ONG e intellettuali buonisti.

Anche la Chiesa di Roma invita la Francia ad aprire le proprie porte e i giornalisti fanno a gara a chi si mostra più “accogliente”. Alla fine, la nave sbarca a Sete, vicino a Marsiglia, e la moltitudine scende diretta verso Parigi, travolgendo nella propria marcia scompaginata tutti gli “accoglitori” e perfino il Papa in persona andato a riceverli sulla spiaggia con tanto di croce ben esibita. La massa arriva nella capitale ormai in pieno stato confusionale, mentre un’altra nave, carica di nuovi “profughi”, sta già partendo per la stessa destinazione.

L’altro libro, quello di Murray, e’ un saggio ben documentato che analizza numeri, impatto e conseguenze dei flussi migratori verso l’Europa degli ultimi anni. Parla diffusamente dell’ipocrisia di politici e intellettuali che non hanno il coraggio di affrontare la realtà dei fatti, mistificano cifre e avvenimenti ed emarginano coloro che si permettono di suscitare dubbi sulla possibilità di accogliere e integrare i nuovi arrivati. Leggendo questo volume si scoprono dati sorprendenti, numeri su cui la maggior parte degli “opinionisti” tace.

Ad esempio si scopre che a Londra, ove la cronaca attuale ci parla di bande criminali di adolescenti violenti senza mai citarne l’origine etnica, già nel 2011 soltanto il 44,9 percento dei residenti si definiva “britannico bianco”.

Nel Galles, senza contare i clandestini non censiti, il numero di fedeli musulmani passò tra il 2001 e il 2011 da un milione e mezzo a due milioni e settecentomila e oggi sono ancora molti di più. A Bradford, sempre in Inghilterra, un preside che scrisse della difficoltà che trovava a gestire una scuola ove il 90 (novanta) per cento degli scolari era figlio di immigrati, fu costretto alle dimissioni semplicemente per aver evidenziato il problema.

Nel 2014, il 27% dei bambini nati in Gran Bretagna era figlio di genitori nati all’estero e i demografi locali stimano che nel 2060 i “britannici bianchi” saranno una netta minoranza nel Paese. Il Murray continua citando cifre che riguardano la Francia, la Germania e l’Italia e scopre che i risultati non differiscono granché. In Francia poi si scopre che già esiste la comunità musulmana più grande d’Europa e che, contrariamente alla propagandata “assimilazione”, va crescendo il pubblico rifiuto di essere “integrati”. L’analisi continua studiando come il multiculturalismo sia fallito da tempo, come l’ipocrisia dei “buoni” nasconda volutamente le conseguenze negative sulla stabilità sociale e sulla legalità e come il dichiarato “rimpatrio” sia soltanto fittizio perché limitato a cifre men che simboliche. Il futuro che ci aspetta, difficilmente smentibile, è il suicidio di una cultura, quella europea, e la sostituzione di intere popolazioni autoctone con i nuovi arrivati.

Tutti sappiamo che i contrasti etnici e culturali che ci troviamo ad affrontare ai nostri giorni finiranno prima o poi con l’estinguersi, ma è altrettanto evidente che, affinché ciò avvenga, saranno necessari molti decenni e, comunque, il processo causerà vittime individuali e di intere popolazioni. Forse, anche il Santo Padre dovrebbe, in buona fede, ammettere che accogliere chiunque voglia sbarcare sulle nostre coste senza essere preventivamente autorizzato significa decidere che la nostra civiltà deve morire. Perché ciò debba succedere e a favore di chi, vorrei che qualcuno lo dicesse esplicitamente.

Chi nega le conseguenze drammatiche per la società europea di queste immigrazioni e continua a parlare di “accoglienza” o vuole veramente il suicidio dell’Europa o, piu’ semplicemente, vuole, ipocritamente, mettere la testa sotto la sabbia.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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