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11:55 22 Settembre 2019
Palestinian protesters chant slogans as they gather during a protest at the Gaza Strip's border with Israel, Friday, April 13, 2018

Gaza ed Israele nel grande gioco mediorientale

© AP Photo / Khalil Hamra
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Ancora una volta, i nemici della pace stanno avendo la meglio in Medio Oriente. Vanificando un lungo ed estenuante lavoro di mediazione condotto principalmente dall’Egitto, le organizzazioni paramilitari che si occupano della sicurezza e della difesa della Striscia di Gaza hanno scatenato agli inizi di maggio un’offensiva missilistica di vaste proporzioni contro Israele, provocando vittime civili e determinando la reazione dello Stato ebraico.

Le finalità degli attaccanti sembrano chiare. Il successo dell’attività diplomatica del Cairo e l’innesco di un processo negoziale tra le autorità della Striscia ed Israele avrebbero verosimilmente alterato gli equilibri a Gaza, indebolendo tutte le forze e i movimenti che in quella terra povera ed affollata si riconoscono negli ideali dell’Islam Politico.

La dinamica è nota e fa parte di un copione sperimentato da anni. Si colpisce lo Stato ebraico per indurne la prevedibile ed inevitabile rappresaglia, che è un cardine della cultura strategica israeliana, al cui cuore giace il convincimento che sia stata l’acquiescenza a qualsiasi genere di minaccia ad aver condotto la diaspora alla Shoa.

Sangue chiama sangue, rafforzando su entrambi i lati della frontiera i partiti ostili alla pacifica coesistenza. I razzi piovuti sul territorio d’Israele sono centinaia e hanno provocato dei morti, circostanza piuttosto rara in un paese che è riuscito a dotarsi di un efficace difesa antimissilistica a corto raggio come l’Iron Dome. Sono per adesso interessate dagli attacchi soltanto le zone più vicine al confine, ma dalla Striscia fanno sapere di poter utilizzare in futuro, non è dato di capire quando, anche vettori a più lunga gittata.

Le considerazioni che si possono trarre a caldo da quanto sta accadendo sono certamente molte. Ma la prima e più fondamentale riguarda gli approvvigionamenti di natura militare che, nonostante gli embarghi, continuano a raggiungere Gaza.

È molto probabile che le forniture partano da Teheran o siano comunque agevolate dall’Iran, che continua a vedere nella Striscia una pedina della massima importanza tanto per esercitare pressioni su Israele quanto per prevenire il successo della vasta azione diplomatica che tende alla costituzione di un ampio fronte regionale ostile alla Repubblica Islamica. Di questo raggruppamento anti-iraniano, oltre all’Egitto, sarebbero parte ovviamente l’Arabia Saudita e i suoi partner del Golfo Persico, ormai di fatto alleati d’Israele.

Vale la pena di notare come in questo contesto sauditi stiano aprendo persino al regime di Damasco, dopo anni di guerra inconcludente in cui l’Iran era dall’altra parte, seguendo le orme del Cairo di al-Sisi. Teheran mira a frammentare in più punti questo asse orizzontale, che si estenderebbe da Damasco a Tripoli, qualora gli al Saud riuscissero nei loro internti.

Per ragioni geopolitiche connesse, avrebbero interesse a contrastare la formazione di questo blocco ostile all’Islam Politico anche la Turchia ed il Qatar, ma il loro coinvolgimento in questa vicenda in atto a Gaza non sembra particolarmente probabile, mentre è visibile altrove, in particolare in Libia.

Nella ex colonia italiana è in effetti in corso un altro conflitto nel quale sauditi, egiziani ed emiratini sostengono Haftar, mentre Ankara e Doha stanno con Serraj, forse proprio insieme agli iraniani, della cui apparizione dalle parti di Misurata ogni tanto si legge. L’urto è talmente ampio da coinvolgere anche il Sudan. Ogni partita è ormai al contempo locale e regionale, svolgendosi con ritmi e caratteristiche peculiari, ma all’interno di uno scenario più largo in cui gli schieramenti paiono molto definiti.

Sullo sfondo, naturalmente, si staglia anche la questione che concerne gli equilibri politici interni all’Iran. Indurre Israele a bombardare i palestinesi di Gaza è infatti una carta che gli elementi più radicali del sistema politico iraniano hanno già utilizzato in passato per indebolire i loro avversari riformisti, più disponibili ad affrontare un nuovo negoziato con gli Stati Uniti.

Nuove trattative tra America ed Iran, in effetti, non sono affatto impossibili. Anche se da Washington il Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton continua a predicare in favore del regime change a Teheran, magari creando un precedente “ad hoc” a Caracas per forzare la mano a Trump, la Casa Bianca confida ancora di portare gli ayatollah al tavolo negoziale.

Secondo alcune indiscrezioni che circolano nelle cancellerie occidentali, l’amministrazione americana offrirebbe il proprio riconoscimento delle istituzioni nate in Iran dalla rivoluzione del 1979 in cambio del riconoscimento d’Israele da parte di Teheran.

La guerra a Gaza serve ad allontanare questa prospettiva. Ancora una volta, da un’offensiva tattica di modesta entità potrebbero quindi derivare conseguenze di grande importanza. Ad Israele verrà chiesta moderazione. Ottenerla da Netanyahu, tuttavia, non sarà affatto facile.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
Palestina, Israele, Egitto, Striscia di Gaza
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