08:50 26 Giugno 2019
Damasco

Siria, Mosca frena l’Iran e guarda alla riconciliazione nazionale

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Gian Micalessin
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Le divergenze tra la strategia del Cremlino che punta alla ricostruzione e alla legittimazione del presidente Assad e quelle di Teheran ed Hezbollah decisi a continuare il confronto con Israele e il blocco sunnita.

Accelerare il rientro della Siria nella Lega Araba, contenere l’influenza di Teheran su Damasco, far accettare a Benjamin Netanyahu la permanenza al potere di Bashar Assad. Sono i tre assi su cui si muove Vladimir Putin per traghettare la Siria dalla guerra alla rinascita convincendo l’Europa e il resto del mondo a contribuire ad una ricostruzione, del costo stimato oltre 300 miliardi di dollari, indispensabile per garantire il rientro in patria di 6 milioni di rifugiati.

Il segnale più evidente della nuova strategia del Cremlino arriva il 3 aprile scorso. Quel giorno il presidente russo annuncia il ritrovamento nel cimitero del campo palestinese di Yarmouk, a sud di Damasco, dei resti di Zachary Baumel un soldato israeliano dato per disperso da 37 anni. Quattro giorni dopo il premier israeliano Benjamin Netanyahu vola a Mosca dove Putin lo attende per riconsegnarli i resti del soldato.

Quel “regalo”, trasmesso in diretta dalla Tv israeliana, contribuisce a garantire a Bibì una non facile vittoria nelle elezioni svoltesi solo due giorni dopo. Ma dietro l’omaggio del Cremlino si snoda una complessa tela diplomatica volta a rimodellare l’approccio israeliano nei confronti della Siria e garantire la permanenza al potere di Bashar Assad. Un’inversione di marcia non proprio agevole visto che in questi otto anni di guerra l’esercito israeliano ha armato e appoggiato una dozzina di formazioni ribelli mentre la sua intelligence e i suoi leader hanno fatto a gara nel dichiarare Assad un uomo finito.

Ma a rendere la partita assai interessante anche per Israele contribuisce la disponibilità del Cremlino a mettere un freno all’influenza iraniana e alla presenza sul territorio siriano di pasdaran, Hezbollah e altre milizie sciite. Un’influenza e una presenza che Mosca ha sopportato fin a quand’era indispensabile per fronteggiare lo Stato Islamico e gli altri gruppi ribelli. Concluso lo scontro sul terreno la presenza iraniana contribuisce soltanto, da punto di vista russo, a prolungare l’isolamento di Damasco e a giustificare gli interventi di Israele responsabile, per sua stessa ammissione, di centinaia di raid contro postazioni e basi iraniane in territorio siriano.

Contenere l’influenza iraniana non è però facile. La Siria è un segmento fondamentale di quell’asse sciita che dall’Iraq si snoda fino ai territori meridionali del Libano controllati da Hezbollah. Un segmento che permette a Teheran di tenere Israele sotto tiro e nel contempo di esercitare la sua influenza sui palestinesi raccogliendo vasti consensi nell’opinione pubblica mediorientale.

La divergenze tra Mosca e Teheran, alleate nel sostenere Bashar durante gli otto e passa anni di guerra, risultano sempre più evidenti all’interno dell’apparato militare siriano dove lo schieramento filo iraniano guidato da Maher Assad, fratello del presidente, si contrappone apertamente a quello filo russo del generale Suhail Al Hassan, ovvero quel Tigre famoso per aver guidato con l’appoggio di Mosca le principali offensive contro i ribelli da Aleppo a alla periferia di Damasco.

La contrapposizione non ha mancato di scatenare veri e proprie scaramucce a nord di Hama e intorno a Dara’a dove alcune formazioni legate alla Quarta divisione di Maher si cono scontrate con gruppi fedeli al Quinto Corpo guidato dal Tigre. Ma la vera battaglia è quella politica. Sul quel fronte il vero obbiettivo di Mosca è riportare Bashar Assad nel campo sunnita guidato da Arabia Saudita ed Egitto agevolando un rientro, ormai dato per imminente, nella Lega Araba. Un ritorno al passato preannunciato dalla riapertura a Damasco a fine dicembre dell’ambasciata degli Emirati Arabi e del Bahrain a cui potrebbe seguire nei prossimi mesi quello della rappresentanza saudita.

Il riposizionamento nel fronte saudita è fondamentale dal punto di vista di Mosca per ricreare un clima di non ostilità con Israele e con l’amministrazione Trump. La presa di distanze dall’Iran è anche una conseguenza della frustrante trattativa avviata con la Turchia per la smobilitazione delle formazioni alqaidiste legate all’ex Jabhat Al Nusra nella provincia di Idlib. In base agli accordi firmati con Mosca lo scorso settembre Ankara doveva provvedere al disarmo e alla smobilitazione dei gruppi alqaedisti.

Il nulla di fatto fin qui registrato fa sospettare a Mosca che il mancato impegno sia una conseguenza del ri-allineamento di Ankara e del presidente Recep Tayyp Erdogan, vicino alla Fratellanza Musulmana, con l’Iran e il Qatar. Mantenendo aperto lo scontro nella provincia di Idlib la Turchia rimanderebbe quella pax russa che sancirebbe il definitivo passaggio della Siria nel campo di Mosca e il conseguente addio all’Iran. Parimenti minacciando un intervento contro i curdi e impedendo loro di rinunciare alla protezione americana Ankara garantisce una situazione d’instabilità permanente in tutte le regioni nord orientali e nella provincia di Deir El Zor mantenendo il paese in un limbo tra guerra e pace che gioca a favore degli iraniani. Così facendo la Turchia rallenta quel ritorno dei profughi e quella ricostruzione essenziali nella strategia di Mosca per ridimensionare l’influenza iraniana, stabilizzare il confine con Israele e avviare quel processo di riconciliazione nazionale indispensabile per una vera pacificazione del paese.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
Recep Erdogan, Al Nusra, rifugiati, Vladimir Putin, Benjamin Netanyahu, Israele, Hezbollah, Lega Araba, Bashar al-Assad, Russia, Siria
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