06:42 22 Novembre 2019

“Italia addio, non tornerò”, voce ai giovani espatriati

© Sputnik . Vladimir Astapkovich
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Il 1°maggio c’è ben poco da festeggiare, soprattutto per i giovani che non vedono nessun futuro nel proprio Paese. I dati sull’emigrazione giovanile all’estero mostrano un quadro allarmante. Ragazzi costretti ad andarsene per trovare un lavoro. “Italia addio, non tornerò”, in un film documentario le loro testimonianze.

Tornare in Italia? No, grazie. Migliaia di curricula mai letti a cui nessuno risponde, stage gratuiti o mal retribuiti, niente meritocrazia e un sistema dove va avanti chi ha “le giuste conoscenze”. La festa del lavoro del primo maggio è sempre meno attuale e prende una piega tragica. Sono sempre più numerosi i giovani che lasciano l’Italia, spesso con un biglietto di sola andata.

C’è ancora chi la chiama “mobilità”, ma il danno economico per il Paese dell’emigrazione giovanile in realtà è pesantissimo. Il documentario “Italia addio, non tornerò” è la più ampia raccolta video realizzata finora di testimonianze dei giovani italiani espatriati. Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista Barbara Pavarotti, giornalista, autrice del documentario.

- Barbara Pavarotti, com'è nata l'idea del progetto e qual è la sua particolarità?

- L'idea del film, prodotto dalla “Fondazione Cresci per la storia dell’emigrazione italiana” di Lucca, è nata dai dati impressionanti dell'emigrazione italiana giovanile e non, che si era fermata nel corso degli anni '70 ed oggi è tornata ai livelli del dopoguerra. È diventata una vera emergenza nazionale fino ad oggi assolutamente sottovalutata. Circa trecentomila giovani lasciano l'Italia, uno ogni 5 minuti. Quasi una famiglia su tre ha un figlio all'estero o che pensa di andarci. Un giovane su due, secondo la fondazione Migrantes, vorrebbe andarsene. L'Italia vorrebbe essere lasciata da quasi un terzo dei suoi residenti ed il costo di questo esodo è enorme: 14 miliardi di euro all'anno, secondo Confindustria, poiché parliamo di giovani formati in Italia che portano le loro competenze all'estero.

Ecco perché noi abbiamo voluto raccogliere le voci dei nostri connazionali espatriati in un docufilm "Italia addio, non tornerò", il primo realizzato con tante testimonianze raccolte in tre continenti: Europa, Australia ed America. Li abbiamo contattati tramite i social, i vari gruppi di italiani nel mondo. I nostri giovani fanno tutti i mestieri possibili: dal pizzaiolo all'astrofisico.

- Cosa ti ha colpito di più di queste testimonianze? Cosa ti ha lasciato quest'esperienza?

© Fotolia / Aleksey Ipatov

- Due cose sostanzialmente: il perché lasciano l'Italia. La lasciano per due motivi: perché è pessimista, provinciale ed immobile mentre loro sono internazionalizzati, già questa è una sconfitta per l'Italia. Il secondo motivo è che in Italia non hanno trovato nulla a livello lavorativo tranne lavori precari, stage o tirocini. Il lavoro è come una questua, un’elemosina gentilmente concessa; migliaia di curriculum inviati a vuoto a cui nessuno risponde ed un ascensore sociale completamente bloccato.

All'estero vige la meritocrazia mentre in Italia vigono le raccomandazioni, vai avanti se conosci, una mentalità "mafiosa". Tutto ciò mi ha colpito moltissimo. Inoltre i ragazzi mi dicono che in Italia si tende ad avere verso i giovani un atteggiamento negativo, si tende a dare fiducia solo a chi ha esperienza. All'estero si fidano e ti mettono alla prova, non ti chiedono nemmeno le foto nel curriculum perché non interessa loro come sei, ma cosa sai fare.

- I giovani da te intervistati dicono di rimanere fedeli all’italianità pur vivendo all’estero. Che cosa significa?

- All'estero i ragazzi diventano orgogliosi di essere italiani, ritrovano il valore dell'italianità, il bello dell'Italia. Perché? Il motivo è che la vedono con l'occhio del turista, sono tutti messaggeri all'estero di una splendida italianità nel mondo, non a caso l'italiano è la quarta lingua studiata nel mondo secondo dati recenti, sicuramente si integrano, ma vivono all'estero con l'Italia nel cuore. Non dimenticano le radici e vogliono educare i propri figli con un pizzico di italianità. Tutto ciò lo trovo davvero bello. Il dato più drammatico è che nessuno di loro o quasi vuole tornare definitivamente in Italia. L'Italia dicono è un posto bello per le vacanze, poiché non è più un posto in cui sperare. È drammatico, stiamo perdendo una grossa fetta di futuro insieme a tutti questi giovani.

- Vista la drammaticità della situazione perché secondo te in Italia non si è data abbastanza importanza al fenomeno e non si sono fatte delle apposite politiche?

- Il fenomeno è stato completamente sottovalutato, nella totale miopia ed indifferenza della classe politica degli ultimi decenni. Ricordiamo che questa emigrazione italiana è iniziata in tono minore nel 2009 per poi esplodere. Perché siamo diventati un Paese che rinuncia così tanto ai giovani? Questo sogno estero e questo insistere col "dovete andare all'estero" da parte degli insegnanti, così come mi raccontano i ragazzi, è una scusa per non fare assolutamente nulla in Italia e non creare le giuste condizioni di lavoro per le nuove generazioni.

Questa emigrazione è stata chiamata “mobilità” ed i vari esperti ai convegni la chiamano così come se si vergognassero di definirla migrazione economica e guardare in faccia alla realtà. Siamo cittadini del mondo, ma quando questi spostamenti sono dettati dalla necessità e non dalla voglia di viaggi chiamarla mobilità è una trappola! Essere costretti ad emigrare perché il tuo Paese non offre nulla, non è un bene ma una falsa libertà. In Italia si è fatto come gli struzzi: si è tentato di nascondere la testa sotto la sabbia nella totale miopia. Dovrebbe esser il titolo principale dei giornali: “attenzione i giovani ci lasciano!”. Adesso, spero che anche grazie a questo docufilm, che per me è un monito ed un grido di allarme, qualcosa cambi.

- A tuo parere le politiche dell'attuale governo vanno nella giusta direzione per creare lavoro? Sei scettica o fiduciosa?

- Io non sono affatto scettica, credo anzi che abbassare l'età pensionabile sia un ottimo sistema per favorire il ricambio generazionale. Non è un caso che il lavoro giovanile si è bloccato nel momento in cui con la legge Fornero gli anziani non potevano più andare in pensione. Credo che questo governo ce la stia mettendo tutta, certo poi valuteremo i risultati. Dobbiamo ammettere che è stato un governo stracombattuto segnato da continue polemiche, ma quale alternativa abbiamo dall'altra parte? Io spero e sono assolutamente fiduciosa che qualcosa si smuova e del resto non ci sono altre soluzioni. Credo inoltre che ci si debba rendere conto di un'altra cosa importantissima.

- Cioè?

- Questa diaspora giovanile porterà ad una marea di genitori soli senza il conforto di figli e nipoti vicini. Fino ad oggi l'Italia si è sempre retta sul patto intergenerazionale, ma ora tutti i genitori di questi ragazzi espatriati, quando saranno malati e non potranno più prendere i treni per raggiungerli, cosa faranno? Avremo una società in cui i vecchi, come nel mondo anglosassone, dovranno inevitabilmente andare nelle case di riposo.

- La conclusione del tuo lavoro è amara, ma credi ci sia speranza e si potrà invertire questa rotta così triste?

- Ci stiamo provando, e credo che ci stiano provando le menti più lungimiranti. Non è solo un fatto politico. La politica ha certamente le sue responsabilità, ma è anche un fatto di mentalità, perché fino ad ora ci è stata imposta una narrazione: "l'Italia fa schifo, è bello emigrare". Forse dovremmo anche noi ritrovare l'orgoglio di essere italiani valorizzando la nostra patria e scalzando questa mentalità che ci vuole tutti esuli. I nostri giovani, scartati in Italia, poi sono apprezzatissimi all'estero.

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Smettiamola noi stessi di esser così negativi e pessimisti, questo è quello che ci rimproverano i nostri ragazzi dall'estero. Rendiamo quest'Italia più effervescente, questo dipende da tutti noi, soprattutto dalla nostra mentalità. Bisogna assolutamente interrompere la grande piaga delle raccomandazioni. È drammatico avere un'Italia in cui per lavorare devi essere “figlio di” o essere nell'ambiente giusto a livello di conoscenze e di contatti. Credo che parlare in questo modo del fenomeno possa gettare il giusto sasso nello stagno e spingerci a darci da fare.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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Lavoro, Lavoro, disoccupazione, disoccupazione, disoccupazione, disoccupazione giovanile, Giovani, italiani, Italia
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