20:51 31 Ottobre 2020
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Poiché il nostro Presidente del Consiglio è in Cina, è bene rilanciare alcune riflessioni che riguardano la cosiddetta Via della Seta. Innanzitutto, occorre precisare che si tratta di un progetto non ancora ben definito.

Il suo percorso, soprattutto quello terrestre, rimane aperto a varie soluzioni e tragitti e tra i Paesi potenzialmente coinvolti solo alcuni hanno confermato definitivamente il loro interesse a parteciparvi. Inoltre, le stesse capacità finanziarie cinesi per la realizzazione di un progetto così ambizioso restano con il punto di domanda, lasciando così una qualche incertezza sulla sua concreta realizzazione.

In merito al tracciato va notato che i cinesi si sono finora mantenuti le mani libere sulla reale rotta che la Via potrebbe seguire. Alcuni progetti parlano di un collegamento terrestre che passi per Kazakhistan, Russia e da li arrivi in Germania. Altri vedono la rotta realizzarsi più a sud, con eventuali deviazioni in più direzioni. L’aleatorietà delle soluzioni è comprensibile perché proprio la possibilità di ritiro o non adesione al progetto da parte di uno o più i tra i possibili Paesi di passaggio potrebbe, fino al momento della realizzazione, inficiare l’intero progetto. Inoltre, offrire varie alternative mette potenzialmente i Paesi interessati l’uno contro l’altro, favorendo così le chances negoziali di Pechino.

Quanto alle capacità finanziarie cinesi, se pur le riserve in valuta estera detenute sono certamente enormi, il rischio di una bolla del debito dell’economia interna esiste e, qualora dovesse scoppiare, nessuno sa come Pechino riuscirà a reagirsi.

Detto ciò, occorre anche ricordare che non è la prima volta che dalla Cina partono rotte commerciali indirizzate verso ovest. Noi europei siamo legati alla mitologia della Via della Seta aperta dai mercanti veneziani, ma, ben prima di loro e già attorno al 200 dopo Cristo, esistevano tragitti utilizzati dai mercanti cinesi verso tutta l’Asia centrale e da li, in misura minore, verso l’Europa. Poco più tardi, negli anni della dinastia Tang tra il 600 e il 1000, le merci cinesi arrivavano in Europa attraverso l’allora Bisanzio. Fu con l’invasione mongola in Asia centrale e le Crociate in Medio Oriente che la via terrestre fu sospesa per qualche secolo e i commerci poterono continuare soltanto per via marittima e attraverso l’India.

Il progetto attuale ha una sua spiegazione economica e una sua ragione politica. L’aspetto economico fu ben evidenziato da un economista cinese che aveva lavorato anche presso la Banca Mondiale, tale Justin Yifu Lin, che ne scrisse in un suo libro del 2013. L’autore, evidentemente un neo keynesiano, identificava negli investimenti infrastrutturali di grande rilevanza l’unico modo per uscire dalla crisi economica mondiale diminuendo contemporaneamente il rischio di bolla finanziaria e svalutazione delle monete causati dalle politiche del Quantitative Easing.

Anche i russi avevano pensato a una soluzione di questo genere lanciando, con il progetto Razvitie, un possibile nuovo collegamento stradale e ferroviario che avrebbe dovuto attraversare tutta la Russia partendo da Mosca e arrivando a Vladivostok. Quel progetto immaginava anche la nascita di nuove città lungo il percorso e, implicitamente, si poneva anche l’obiettivo di un ripopolamento della semidesertica Siberia. Purtroppo Mosca non fu in grado di trovare da sola i finanziamenti necessari e le sanzioni occidentali resero impossibile l’arrivo di capitali dall’estero finalizzati a quello scopo.

I cinesi, notoriamente dotati di una capacità finanziaria maggiore (almeno per ora) hanno fatto propria quell’idea, anche forti del fatto che già dal 2014 avevano cominciato a firmare accordi bilaterali di libero scambio con settantasette Paesi potenzialmente localizzati sui tragitti terrestri e marittimo della Via della Seta.

Controllori cinesi
© AFP 2020 / Zacharias ABUBEKER

Lo scopo di Pechino, tuttavia, non si limita a considerare l’aspetto keynesiano. Un punto molto importante riguarda la messa in sicurezza del proprio approvvigionamento energetico. A oggi, la sua dipendenza di gas e petrolio deriva soprattutto da Medio Oriente e dall’Africa sub sahariana. Sono solo recenti gli accordi con il Turkmenistan (gas), il Kazakhistan (petrolio) e la stessa Russia (gas e petrolio). L’apertura di una via di collegamento che unisca tutti questi Paesi con Pechino garantisce che, anche qualora i rapporti con gli Stati Uniti dovessero peggiorare e mettere a rischio la percorrenza delle navi nello stretto di Malacca e nel sud-est asiatico in genere, l’alternativa sarebbe già disponibile. Anche per questioni di politica interna il tragitto verso ovest porterebbe ricadute positive poiché valorizzerebbe economicamente la regione dello Xinjiang la quale, oltre a essere la più povera della Cina, è anche quella ove si hanno i maggiori problemi con la locale minoranza, maggioritariamente turcofona e islamica.

Nonostante gli Stati Uniti stiano perdendo terreno a livello globale rispetto al momento del loro maggiore controllo sul mondo, la loro superiorità militare e il loro controllo dei mari rimane superiore a quella di qualunque altra potenza, ivi compresa la Cina. E’ anche per questo che, pur progettando anche un percorso marittimo verso l’Africa e l’Europa, la soluzione terrestre è esattamente quella che Pechino favorisce. Quest’ultimo aspetto dovrebbe essere preso in attenta considerazione anche dai nostri politici che hanno deciso di sposare il progetto cinese perché è evidente che l’Italia, qualora mai ne beneficiasse, è solo nella rotta marittima che resterebbe coinvolta, passando, quella terrestre, molto più a nord dei nostri confini.

Comunque vadano le cose, l’aspetto strettamente economico dell’operazione non prescinde per nulla da quello politico e, al contrario, ma quest’ultimo diventa ancora più importante quando si consideri che in entrambe le vie, terrestre e marittima, i cinesi si riservano il diritto di controllare (o almeno partecipare sostanzialmente) alla gestione di tutti gli snodi logistici. Se a ciò si aggiunge che molte delle opere in via di realizzazione (o da realizzarsi) l’apporto finanziario cinese sarà determinante, diventa ovvio immaginare il grado di dipendenza in cui si verranno a trovare tutti i Paesi che ne hanno beneficiato o ne beneficeranno.

Il vero interesse di Pechino verso l’Europa non si esaurisce nella semplice acquisizione di un ricco mercato di sbocco per le proprie merci ma punta, e lo si è visto durante la visita di Xi in Italia, a creare rapporti bilaterali (in cui è sempre e comunque dominante) particolarmente utili a frammentare la solidarietà europea al suo interno e i tradizionali rapporti con l’alleato americano, unico e vero competitor della Cina.

Se, da un lato, nessuno può dubitare che l’idea di ridare fiato all’economia attraverso maxi investimenti infrastrutturali sia una possibile buona soluzione, dall’altro nessuna persona saggia deve prescindere dal riflettere su quali possano essere le conseguenze politiche a medio e lungo termine.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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Giuseppe Conte, relazioni Italia-Cina, Italia, Cina, Nuova via della seta, Via della Seta
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