02:12 16 Novembre 2019
Depressione

Italia, continuano i "suicidi di Stato" per l'eterna crisi

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È proprio di questi giorni la notizia dell'ennesimo “suicidio di Stato”, la cui vittima era come sempre un uomo di valori e di senso di responsabilità, ma purtroppo anche fragile e lasciato solo da uno Stato che doveva sostenerlo.

Un ingegnere e imprenditore 64enne di Senigallia, Riccardo Morpurgo, si è suicidato all'interno della sua azienda, strozzato - come si evince da una sua lettera resa pubblica il giorno dei funerali - da banche e da amministratori pubblici incapaci di trovare una via d'uscita alla crisi della sua impresa, che metteva in ginocchio sia la famiglia che i dipendenti.

La lettera è lucida e straziante: Queste parole per giustificare un passaggio terreno che non può ridursi ad una supina ed inerme accettazione degli eventi: lo debbo ai miei figli e a mia moglie che mi hanno sempre gratificato di una cieca fiducia e che certo non approveranno, lo debbo ai miei collaboratori, tutti ragazzi eccezionali che hanno pieno diritto ad un futuro meno funereo di quello che invece si vuole loro prospettare, lo debbo ai miei tanti amici cari che molto patiranno, lo debbo a me stesso che dell’onestà e dell’etica professionale ho fatto un credo incrollabile. Mi sono umiliato sin dove non avrei mai creduto di dovere, potere e saper fare. Ho financo ipotecato il futuro mio e della mia famiglia, ed inutilmente ho ancora proposto ciò che avrebbe positivamente risolto, solo lo si fosse voluto Mi rivolgo dunque ai responsabili, assolutamente irresponsabili, degli istituti di credito – continua l’imprenditore – ma anche ai pubblici Amministratori e a chi, abusando del suo infimo potere, si arroga il diritto, tralignando la verità, di divertirsi giocando con la necessità, le ansie, le emozioni del prossimo, senza capacitarsi che il suo divertimento può essere recepito tragicamente da chi lo subisce.

Queste parole sono risuonate anche dentro Palazzo Madama, dove alcuni tratti sono stati letti dal senatore del Movimento 5 Stelle Gianluigi Paragone. Il pentastellato ha poi commentato: È un imprenditore che si è tolto la vita e che forse avrebbe potuto avere un po’ più di attenzione da parte del mondo politico e del mondo giornalistico in generale, anche perché in un certo senso lo ha scritto lui stesso, laddove il senso del suo gesto drammatico potesse essere recepito come un urlo. Era importante che portassi il senso di questa drammatica lettera perché tutti noi si possa riflettere su quello che i media stanno facendo scomparire dalle proprie pagine ma che noi non possiamo assolutamente far scomparire. Certamente a Paragone va il merito di aver raccontato una pagina d'Italia, come faceva spesso nella sua professione, ma il suo ruolo adesso è profondamente cambiato. Ora anche a lui e al suo partito spetta di risolvere i problemi, non semplicemente di scattare una fotografia della situazione da presentare agli spettatori. E sembra che stentino a comprendere che non sono più all’opposizione, ma al governo.

Sono numeri recenti quelli che devono spingere l’Esecutivo ad accelerare sulla lotta alla crisi e alla povertà, per mettere fine alla mattanza dei cittadini italiani. Nell'ultima istantanea sul lavoro dell’Osservatorio “Suicidi per motivazioni economiche” della Link Campus University, dal 2012 al 2018 sono stati quasi mille i suicidi per ragioni economiche. Nella maggior parte erano morti ampiamente evitabili qualora lo Stato fosse stato capace di mediare e sostenere gli imprenditori in crisi o i disoccupati di lungo corso. Invece, come dimostra il “Rapporto sui Sustainable Development Goals” redatto da Istat, in Italia la popolazione a rischio povertà o esclusione sociale è oggi al 28,9%, equivalente a circa 17 milioni e 407 mila individui. Sicuramente in diminuzione rispetto all’anno precedente, grazie alla debole ripresa economica registrata nel 2017, ma comunque un dato allarmante visto che probabilmente risalirà con la nuova recessione in cui potremmo precipitare. Si pensi, inoltre, che considerando gli occupati che vivono in condizione di povertà reddituale l’Italia è quintultima tra le nazioni della comunità europea col 12,2% nel 2017: un dato agghiacciante che dovrebbe stimolare la discussione sul livello di tassazione del lavoro e salariale, che è record in Europa e nel mondo non per offrire servizi d'eccellenza ma per tenere in piedi un apparato pubblico centrale e locale inefficiente e famelico.

In un tale contesto anche il reddito di cittadinanza, uscito dal tira e molla con la Commissione Europea, resta una misura soltanto abbozzata, un titolo non svolto a sufficienza. Bisognerebbe invece affrontare per davvero i problemi della fascia più debole della popolazione italiana, quella dei poveri di lungo corso e dei nuovi poveri. Oltre la metà dei cittadini che riceveranno il reddito di cittadinanza infatti avrà un assegno sotto i 500 euro, mentre un assegno su tre vale tra i 300 e i 500 euro. Peraltro la platea è di circa 472mila nuclei familiari quindi ben al di sotto di quei 5,5 milioni di italiani che vivono sotto la soglia di povertà. Addirittura il 7% degli assegni ammonterà a 40-50 euro: appare come una beffa per chi vive in sofferenza e a cui servirebbe una mano realmente tesa da parte della Pubblica Amministrazione per risollevarsi. In gran parte è una piccola evoluzione del REI (reddito di inclusione), ma non è per nulla risolutiva in un’Italia sempre più povera, dove la piccola borghesia scivola nel proletariato e il proletariato diventa sottoproletariato, indubbiamente a causa del regime di austerityimposto dall'UE, ma anche per gli anni di spendi-e-spandi di una classe dirigente inadeguata.

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I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

Tags:
ISTAT, reddito di cittadinanza, Suicidio, Italia
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