14:15 22 Novembre 2019
Pesce al mercato

Proteste dei pescatori: non possiamo più lavorare, in Italia si mangia ormai solo pesce straniero

© Sputnik . Vladimir Pesnya
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Il settore ittico versa in una terribile crisi. I pescatori puntano il dito contro le direttive europee, concepite per la pesca industriale, hanno danneggiato il comparto italiano, a prevalenza artigianale. Penalizzano i piccoli pescatore e armatori, a vantaggio delle multinazionali della pesca, che si spartiscono quote di pescato e mercato.

Come conseguenza di questo negli ultimi anni le flotte sono diminuite del 50% e la popolazione ittica del 60%. Le quote tonno, il limite delle 40 miglia e altre restrizioni, riguardanti l'attività e la sicurezza, penalizzano l'attività di piccoli pescatori e armatori.

Per chiedere la tutela del lavoro e la dignità di un antico mestiere che rischia l'estinzione, ma caratterizza la cultura e l'identità di tantissime località italiane, alcune associazioni di pescatori che non si riconosco nelle associazioni di categoria, come l' Associazione Pescatori Marittimi Professionali e l'Unione Pescatori Italiani, hanno convocato una giornata di mobilitazione su tutto il territorio nazionale, da Genova a Sciacca (AG), per il 24 aprile, per chiedere un piano di sviluppo economico, la protezione delle imprese di pesca, un alleggerimento del regime sanzionatorio definito dalla legge 154/2016, che "criminalizza i pescatori", stabilendo delle multe insostenibili per le piccole barche. Dei presidi in difesa dell'ambiente, perché il pescato di qualità sta in acque pulite. I presidi si sono svolti in diverse città, tra cui Catania, Palermo, Siracusa, Taranto, Reggio Calabria, Salerno, Genova e Sciacca.

Proteste pescatori in Sicilia
© Sputnik . Clara Statello
Proteste pescatori in Sicilia

Sputnik Italia ha incontrato una delegazione di pescatori in agitazione al porto di Catania, tra cui il presidente nazionale dell'APMP, Fabio Micalizzi. In Sicilia i dati sono particolarmente significativi e Micalizzi paventa che l'intero settore potrebbe scomparire in meno di 5 anni. Dal 2000 ad oggi il numero di pescherecci siciliani è diminuito da 4500 unità a 2500. Delle 22 barche per il trattamento del tonno rosso, ne sono rimaste 3. Attualmente la pesca impiega circa 30000 famiglie, di cui 10000 pescatori. Ma non ci sono più "giovani pescatori", nessuno vuole imparare il mestiere, e si sono perso circa 20000 posti di lavoro in dieci anni, mentre il pescato è diminuito di circa il 40%. A fronte di questo crollo è aumentato il volume delle importazioni di pesce surgelato, che ha prodotto un fatturato di 500 milioni per le grandi aziende del settore. Una situazione assurda per un'isola.

Le direttive europee non proteggono la specificità della pesca italiana. "E' come se una persona apre un bar e la legge europea gli dice: devi avere 3 camerieri, 100 tavoli, però più di cento caffé non puoi fare" ci dice Mario Valastro, presidente di una piccola associazione di pescatori di Acitrezza, il villaggio di Polifemo e dei Malavoglia, "e allora sono obbligato a morire. La UE ci chiede di essere in regola con ciò che concerne la sicurezza – devo avere la radio, tre bussole, requisiti che hanno costi altissimi da manterene – però poi ci permette di avere il pescato". I pescherecci sono trattati alla stregua di navi, per quanto riguarda l'attrezzatura e la tecnologia richiesta a bordo. Ma ai pescatori vengono imposte limitazioni nell'attività di pesca. Ad esempio le quote tonno, che sono al 90% concentrate in Campania, il limite delle 40 miglia e tante altre varie restrizioni che limitano e danneggiano l'attività produttiva. Il pescato si riduce o non si può proprio andare a pescare e così non è possibile coprire i costi. Così il pesce fresco del nostro mare scompare dai banchi del mercato, per lasciar posto al pesce trattato e surgelato che proviene da Spagna, Francia e da altri paesi europei che si affacciano sull'Atlantico. E' come se la Sicilia fosse un'isola senza mare.

"La crisi del comparto pesca è alimentata principalmente dalle decisioni imposte dall'UE, che ha assunto nei confronti della pesca risoluzioni discriminatorie", dichiara Orazio Vasta dell'USB, sindacato che ha aderito al presidio catanese "questo ha prodotto una disparità di trattamento tra i comparti della pesca fra gli stessi Stati membri dell'UE, con gravi ricadute negative, in termini di pescato e, quindi, di posti di lavoro, per i comparti del sud Europa".

Abbiamo fatto alcune domande al presidente dell'APMP, Fabio Micalizzi, per saperne di più sulle proposte dei pescatori per rivitalizzare il settore e sulle problematiche che chi svolge questa attività incontra.
– Quali sono esattamente le vostre rivendicazioni?

– Innanzi tutto chiediamo l'istituzione di un Osservatorio Nazionale della Pesca perché la pesca professionale che viene svolta in Italia è diversa da quella che si effettua nel resto d'Europa. In Italia facciamo una pesca artigianale, con il palancaro, il conso, l'amo. Mentre nel resto d'Europa fanno una pesca industriale. Per questa ragione tutte le direttive europee non fanno altro che penalizzarci. Per questo chiediamo un osservario che ci tuteli nelle nostre particolarità.

Chiediamo inoltre l'istituzione di tavoli blu in cui non siano inserite persone delle segreterie dei partiti, ma anche i pescatori. Perché noi, anche può mancarci lo studio, però conosciamo benissimo il mare come se fosse la nostra terra.
– Perché le direttive europee favoriscono gli altri paesi e non l'Italia, secondo voi?

– Nelle istituzioni europee i politici degli altri paesi, come Francia e Spagna, hanno a cuore la questione, mentre quelli italiani no. Per questo noi pescatori ci sentiamo abbandonati dalla politica.

Un chiaro esempio sono le quote tonno. Mentre nel resto d'europa sono state assegnate le quote tonno alla nazione, in Italia è stata data a 12 barche. Mentre invece questa quota dovrebbero averla tutte le 850 barche munite di licenza con il palancaro, presenti in tutto il territorio italiano. E' stato creato il monopolio della pesca e della vendita del tonno. Un enorme business.

In Sicilia è stata inventata la pesca del tonno con il palancaro e la fucina, ma adesso non si può più pescare.

– Il fatto che in questo momento il Mediterraneo sia un mare fortemente militarizzato, crea ulteriori problemi al comparto?

– Nel mar Mediterraneo da qualche anno regna la confusione, peggio che nelle città! Ci sono navi militari, barche, barconi. Questo crea alcuni problemi con la pesca. Ad esempio noi caliamo il conso e il palancaro. Li stendiamo per diverse kilometri. Stese di 20, 30, 50 miglia. Quando passano le navi ci tagliano il conso, quindi siamo costretti a rincorre il conso. Tecnicamente quando noi caliamo il conso, per ogni amo mettiamo un bidone di plastica che galleggia. Ogni tot bidoni, mettiamo un pallone. Poi una bandierina e così via. Quando le navi passano tagliano il conso e dobbiamo passare tutto il tempo in barca a risistemarlo. Oltre a questo, se ci sono esercitazioni militari, abbiamo ulteriori limitazioni nella pesca.
– Che tipo di danno arreca la crisi del comparto pesca alla Sicilia?

– Le politiche sulla pesca degli ultimi anni hanno fatto della Sicilia un'isola senza mare.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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Proteste, pescatori, pesca, Sicilia
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