08:59 20 Maggio 2019

Quali sono le paure degli italiani?

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Opinioni
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Tatiana Santi
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Ad un mese dalle elezioni europee sarebbero più di 90 milioni gli elettori indecisi sulla scelta, a rivelarlo un rapporto del think tank European Council on Foreign Relations (ECFR). Quali sono le maggiori preoccupazioni e paure degli italiani?

Alle prossime elezioni europee in cabina sarà la paura a guidare le scelte degli elettori. L’immigrazione, l’Unione Europea, il razzismo? Non sono questi i timori principali. Recenti sondaggi mostrano come la mancanza di lavoro sia il pensiero fisso degli italiani e si classifichi al primo posto nella lista delle loro paure.

Niente lavoro niente futuro. Rispetto agli arrivi degli immigrati, ridotti notevolmente negli ultimi mesi, a preoccupare è l’emigrazione, un importante flusso di giovani italiani che partono all’estero per cercare lavoro. Pochissimi i giovani stranieri che invece scelgono l’Italia per lavorarci. Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in merito Riccardo Grassi, direttore di ricerca presso SWG.

- Riccardo Grassi, che cosa spaventa maggiormente gli italiani oggi?

- Torna come elemento importante di preoccupazione il tema del lavoro e della crisi. Ormai da diversi mesi molto spesso sui giornali compaiono notizie rispetto alla riduzione del fatturato delle industrie e alla continua revisione delle previsioni di sviluppo del Pil. Sono tutti dati che stanno facendo preoccupare gli italiani, i quali subiscono ancora gli effetti della crisi che ha caratterizzato il nostro Paese fino a pochi anni fa. Gli italiani sentono forte il timore di tornare in una situazione di quel genere.

- Il nocciolo dei problemi è quindi la mancanza del lavoro, un fenomeno che poi si ricollega alla questione degli immigrati e dei giovani che lasciano l’Italia?

- In questo momento più che la disoccupazione in sé, i dati in merito sono relativamente stabili, c’è un problema di qualità del lavoro e di capacità di spesa, che si era ridotta in maniera importante nel periodo della crisi. Negli ultimi anni si era registrato un recupero, in questo momento vediamo elementi di paura che preannunciano non un periodo di ripresa, ma un futuro di stagnazione. Anche se i segnali sul mercato del lavoro oggi non sono così negativi, l’effetto paura anticipa sempre quelle che possono essere le dinamiche reali. Gli indicatori recenti di Istat inoltre mostrano una nuova riduzione della fiducia delle imprese.

- Secondo i sondaggi gli immigrati non sono la preoccupazione numero uno. A preoccupare oggi gli italiani è anche l’emigrazione dei giovani che scappano all’estero, no?

- Per quanto riguarda i fenomeni di immigrazione in questo momento c’è meno paura perché i flussi che hanno caratterizzato l’Italia negli anni scorsi si sono certamente ridotti. Non si ha più l’impressione di una pressione migratoria forte. Gli scontri che vediamo oggi in Libia però potrebbero far rialzare la tensione della popolazione anche su questo fenomeno.

Il tema dei giovani italiani che partono all’estero è più sentito dai media che dalla popolazione. Se volessimo vedere il problema in un’ottica più globale, il numero di italiani che va all’estero non è così drammaticamente alto se lo confrontiamo ai flussi migratori degli altri Paesi. In tutti i Paesi europei c’è un flusso considerevole di giovani che si spostano. Il problema italiano è che si tratta di soli flussi di uscita: tanti giovani italiani partono per cercare lavoro, pochissimi giovani arrivano in Italia perché in questo momento facciamo fatica ad essere un Paese attrattivo soprattutto da un punto di vista del lavoro, perché da un punto di vista dell’istruzione offriamo una qualità notevole.

Inoltre mentre molti dei giovani stranieri che decidono di lasciare il proprio Paese hanno comunque un capitale culturale elevato, quindi vanno in giro per l’Europa a gareggiare per posizioni di prestigio, non sempre questo accade ai giovani italiani. Vi è una quota importante di giovani italiani con bassa qualifica che vanno all’estero, ma che alla fine fanno lavori non sempre prestigiosi, spesso nella ristorazione appoggiandosi a comunità italiane già insediate. Mi riferisco ai casi in Germania per esempio.

- Anche i giovani italiani che fanno ricerca e con alti titoli di studio se ne vanno all’estero.

- Senz’altro, ma questo è un fenomeno internazionale. Il mercato delle persone ad alta qualifica è un mercato globale, è abbastanza normale che ci si muova. I giovani italiani che si spostano hanno però una spinta in più, non lo fanno solo perché allettati da una posizione di prestigio, ma perché in Italia faticano a trovare posizioni equivalenti al loro merito. La situazione italiana è un po’diversa rispetto al resto d’Europa…

- Quali politiche andrebbero realizzate secondo lei per sostenere i giovani e i meno giovani disoccupati che non vedono un futuro in Italia?

- Non sono un politico, di mestiere faccio il ricercatore e analizzo i fenomeni. Di sicuro oggi molte delle paure che andiamo a leggere sono paure che riguardano l’effetto di una grande rivoluzione degli ultimi 20 anni legata al fenomeno della globalizzazione e al tema della digitalizzazione. La generazione di quarantenni e cinquantenni, nata e formatasi in un modo analogico, oggi si trova a lavorare in un mondo digitale con ragazzi giovanissimi che hanno acquisito competenze molto più velocemente di loro. Vediamo un senso di inadeguatezza, di fatica a stare in una società complessa. Questo non è un fenomeno che si risolve dall’oggi al domani con una bacchetta magica. Servono percorsi culturali per cui ci vorrà un po’di tempo.

È chiaro che in questo momento appare importante dare sicurezza alla popolazione e al mondo delle imprese favorendo la creazione di posti di lavoro qualificati. In Italia c’è un dibattito infinito sui contratti a tempo determinato o indeterminato, probabilmente non sono queste le questioni importanti. In realtà si parla di lavoro qualificato e non qualificato. Avere oggi un contratto indeterminato a 800 euro al mese non è sufficiente. Credo che sia importante oggi promuovere la qualità del lavoro al di là delle forme contrattuali.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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