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09:11 21 Luglio 2019
Tripoli, Libia.

Un’asse Roma Mosca per salvare la Libia

© Sputnik . Vladimir Fedorenko
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Gian Micalessin
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Italia e Russia sono le uniche a poter giocare a tutto campo. Da un dialogo alternativo alle Nazioni Unite può nascere l’accordo indispensabile per convincere Haftar a tornare sulle proprie posizioni garantendogli una posizione nel successivo negoziato politico.

Due settimane fa tutto sembrava perduto. Invece, un po’ per gli errori del generale Khalifa Haftar, un po’ grazie alle mosse di un’intelligence italiana intervenuta a riempire i vuoti della sua classe politica il nostro paese è ancora in grado di giocare sullo scacchiere libico. Ora però bisogna evitare che quello scacchiere vada in pezzi creando un’irrimediabile spaccatura tra i territori controllati dal Generale e quelli del Governo di Accordo Nazionale fedele al premier Fayez Al Serraj.

Da questo punto di vista la Russia può essere il nostro migliore alleato. In Libia Roma e Mosca hanno obbiettivi simili seppur speculari. Roma ha bisogno di un rapporto forte con Fayez Al Serraj per controllare i flussi migratori e i pozzi di gas e petrolio situati in Tripolitania. Mosca ha bisogno di una relazione costante con il generale per tornare ad operare in Cirenaica dove oltre alla cooperazione nel settore energetico con Gheddafi ha firmato, prima del 2011, un contratto per la costruzione della ferrovia Bengasi Misurata Tripoli.

Né Roma, né Mosca hanno interesse, invece, a veder una parte primeggiare sull’altra. La Russia pur vicina ad Haftar a marzo ha invitato il premier di Tripoli Fayez al Serraj a Mosca per discutere con lui una divisione dei poteri. E si è ben guardata dall’incoraggiare l’offensiva contro Tripoli. L’Italia invece l’ha letteralmente subita. I nostri 007 conoscevano le intenzioni del generale, ma il nostro governo distratto dai giochi interni, isolato in Europa e messo da parte da una Casa Bianca irritata per la firma degli accordi commerciali con la Cina, non è riuscito a fermarlo.

Del resto non era facile. I consistenti fondi messigli a disposizione da sauditi ed emirati, il tacito beneplacito politico della Francia di Emmanuel Macron e il timore che la Conferenza di Ghadames, organizzata dall’Onu, rinviasse al dopo elezioni il riconoscimento della sua autorità hanno spinto Haftar a compiere un passo più lungo della gamba.

Le ragioni del suo fallimento sono evidenti. I fondi stranieri non gli sono bastati a comprarsi la fedeltà delle milizie di Tripoli. Il Qatar, grande alleato assieme alla Turchia di Serraj, oltre a pareggiare i conti distribuendo soldi e risorse ai vari gruppi armati, ha anche compattato il fronte di Tripoli mettendo d’accordo le fazioni legate ai Fratelli Musulmani e quelle più moderate legate al premier in carica. Sul piano militare la partita è dunque conclusa. Bloccato alle porte di Tripoli e infiacchito dell’eccessivo sfilacciamento delle linee logistiche il generale non è più in grado di sfondare ed entrare nella capitale. Le milizie fedeli a Serraj, seppur con l’appoggio di quelle di Misurata, non hanno invece nessuna speranza di sloggiare definitivamente l’intruso, né tanto meno, di inseguirlo fino a Bengasi combattendolo sul suo territorio.

Il paese rischia quindi un ritorno allo stallo precedente il 2015 con le due fazioni restie al dialogo, un conflitto a bassa intensità e una separazione devastante sia per gli interessi italiani che russi. L’unico modo per evitare lo stallo è una mediazione politica capace di riportare al dialogo Tripoli e il suo nemico. Ma chi può farla? L’Onu dopo le prese di posizione di Sallamè contro il generale non è più in grado di mediare. Agli Stati Uniti mancano le motivazioni perché non vedono nella Libia alcun reale interesse geo-politico od economico. L’Europa influenzata dalla Francia, con cui Tripoli vuole rompere qualsiasi reazione, non è considerata affidabile. Paesi come Arabia Saudita, Egitto. Emirati da una parte e Turchia e Qatar dall’altra sono fuori gioco a causa del coinvolgimento con l’una o l’altra delle due parti.

Alla conferenza di Palermo per la Libia
Servizio stampa del governo della Federazione russa
Gli unici a poter ancora giocare a tutto campo, difendendo nel contempo i forti interessi in loco, sono russi e italiani. Da un negoziato manovrato da Mosca e Roma ed intessuto al di fuori dei classici schemi delle Nazioni Unite può nascere l’accordo indispensabile per convincere Haftar a tornare sulle proprie posizioni garantendogli una posizione in questo momento non scontata nel successivo negoziato politico. La Russia dopo il ruolo ricoperto nella pacificazione della Siria potrebbe così vantare un altro successo diplomatico e garantire i propri interessi economici. L’Italia dall’altra parte potrebbe approfittarne per avviare un riavvicinamento politico con la Francia. Parigi in questo momento è la più debole delle due. La scommessa perduta con Haftar oltre a delegittimarla politicamente rischia, in caso di mancato reinserimento del generale nel contesto politico, di compromettere i suoi interessi. L’Italia invece ha poco da perdere. Gli interessi energetici della Total localizzati in Cirenaica e quelli dell’Eni situati prevalentemente in Tripolitania possono facilmente convivere. E magari tornare a garantire introiti grazie ad una situazione meno destabilizzata.

Anche perché l’unica alternativa è quella di una Libia divisa ed improduttiva condannata a tornare una base del terrorismo. E la storia dell’Isis, arrivato in Libia dopo la guerra civile che nel 2014 costrinse all’esilio il Parlamento e consegnò Tripoli ai gruppi jihadisti è lì a insegnarcelo.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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ONU, crisi in Libia, Libia, Russia, Italia
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