12:54 25 Maggio 2019
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Italia scommette su Misurata e spera negli Usa ma ha probabilmente frainteso la situazione

CC BY-SA 2.0 / U.S. Navy/MC2 Nicholas Kontodiakos
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Giulio Virgi
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Il maresciallo Haftar non è riuscito per il momento a piegare la resistenza che oppongono alle sue truppe le milizie ancora leali al premier del Governo di Accordo Nazionale, Fayez al Serraj. Ma la battaglia è lungi dal potersi considerare finita.

Il blocco cirenaico, che ora può contare anche sul controllo delle retrovie nel Fezzan, è sostenuto da un importante raggruppamento di paesi, tra i quali spiccano la Francia, l’Egitto, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, che verosimilmente riforniscono Haftar non solo di soldi, ma anche di armi. Lo prova anche la circostanza che la Tunisia abbia recentemente intercettato un’auto diplomatica francese carica di armi, che pare fosse utilizzata da esponenti del Reinsegnement militare transalpino.

Non stupisce quindi che le forze del maresciallo abbiano ripreso l’iniziativa. Possono essere rigenerate più facilmente di quelle avversarie. Continueranno quindi a reiterare le offensive finché potranno, anche perché a questo punto per Haftar tornare indietro equivarrebbe ad una grave sconfitta.

Il tema operativo sembra chiaro. I cirenaici puntano ad isolare Tripoli da Misurata, interrompendo la via litoranea che le congiunge con un’avanzata diretta al mare, che si sviluppa ad est della capitale libica. Reparti fedeli al maresciallo stanno tentando una manovra aggirante anche ad ovest, mentre i combattimenti dentro la periferia della città paiono servire soprattutto a bloccare i difensori del Governo di Accordo Nazionale, riducendone la reattività sui fianchi. Vedremo se la situazione evolverà, tutto è ancora possibile.

In questo scenario, in cui Parigi e il Cairo sono saldamente al fianco di Haftar, Roma ha scelto di schierarsi a difesa dello status quo, facendo leva sulla città-stato di Misurata, sui suoi leaders più autorevoli e sui loro alleati, che sono Turchia e Qatar.

In sostanza, sperando che l’amministrazione Trump non tradisca le scelte fatte da quella diretta dal predecessore Obama, l’Italia starebbe audacemente scommettendo sulla conservazione del quadro politico uscito dagli accordi di Skhirat, cioè puntando apertamente sulle forze espressione dell’Islam Politico.

Per quanto possa sembrare paradossale, è proprio il leader della Lega, Matteo Salvini, a credere maggiormente nei grandi sponsor della Fratellanza Musulmana: una circostanza che potrà sorprendere solo coloro che non hanno ancora metabolizzato l’entrata italiana nelle Vie della Seta cinesi e faticano a capire quanto pesi il condizionamento economico esterno sull’attuale politica estera di Roma.

Nella capitale del Bel Paese sono in effetti in molti, specialmente a Palazzo Chigi, a guardare con speranza mista ad inquietudine l’ingresso dei commandos americani a Misurata e l’entrata di una squadra navale statunitense guidata dalla portaerei Lincoln. I più sono inclini a credere che Washington si accinga a puntellare Misurata, facendone un polo di resistenza ad Haftar.

Ma la circostanza non appare del tutto credibile. Misurata è lontana dal fronte. Avrebbe più senso se l’idea fosse invece quella di indurre i misuratini a mollare Serraj, al tempo stesso in qualche modo garantendone l’autonomia. Gli Usa rimangono ambigui: sembrano intenzionati a lasciar cuocere il Governo italiano nel proprio brodo. Il premier Giuseppe Conte doveva avere un colloquio telefonico con Donald Trump, che tuttavia al momento in cui viene scritta questa nota non aveva ancora avuto luogo. I tempi dei sorrisi e delle pacche sulle spalle sono lontani.

Il problema è che i dirigenti italiani paiono in grave ritardo nel comprendere il mondo in cui stanno entrando. La politica mediorientale di Trump non è quella di Obama, che era favorevole all’agenda dell’Islam Politico, ma è il suo esatto contrario. Ed obbligare l’America ad una scelta di campo tra Roma e Parigi nel momento in cui si aderisce alla Belt and Road Initiative non sembra particolarmente saggio per l’Italia.

Nella capitale italiana sono giunti simultaneamente uomini politici misuratini, alte autorità del Qatar ed una delegazione del Congresso americano guidata dal deputato neoconservatore Lindsey Graham. Questi ha lasciato filtrare il messaggio secondo cui gli Stati Uniti potrebbero tutelare gli interessi italiani in Libia, se gli italiani offrissero un contributo militare alla stabilizzazione della Siria, teatro dal quale il Presidente Usa vuol ritirare quanti più soldati è possibile. È stato quindi fissato un prezzo.

Ma mentre si parla, si moltiplicano comunque i segnali di una crescente insoddisfazione americana per qualsiasi ipotesi di soluzione della crisi libica che non abbia qualche ragionevole prospettiva di durata. Va ricordato, dopotutto, che Trump è un restauratore. Nel 2017, ha posato le sue mani insieme a quelle di re Salman e del presidente Sisi su un globo luminoso che rappresentava l’ordine e la conoscenza: un messaggio davvero esplicito, dal quale però non pare che in Italia si traggano le conseguenze necessarie.

La strada che Roma dovrebbe abbracciare verosimilmente non è quella del rilancio delle azioni di una Fratellanza Musulmana che è alle corde su tutta la sponda sud del Mediterraneo. Ma piuttosto quella della propria progressiva omologazione, adeguatamente negoziata, al nuovo contesto politico. Non sarà né la prima né l’ultima volta che l’Italia è chiamata a riposizionarsi. Dopotutto, prima di abbracciare la causa di Serraj, l’Italia non sosteneva per caso Tobruk? E sono passati solo tre anni e mezzo.

L'opinione dell'autrore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
Donald Trump, Matteo Salvini, Giuseppe Conte, Fayez al-Sarraj, Khalifa Haftar, USA, Italia, Libia
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