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21:44 22 Agosto 2019

Il farmaco Triptorelina per la “disforia di genere”: tanti i punti critici

© Foto : Fornita da Assuntina Morresi
Opinioni
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Eliseo Bertolasi
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Continua a far scalpore la notizia, dell’inserimento della Triptorelina nell’elenco dei medicinali erogabili a totale carico del Servizio sanitario nazionale.

Lo stabilisce una Determina dell'Agenzia italiana per il farmaco (Aifa) pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 2 di marzo di quest’anno (pag. 19).

Il medicinale in oggetto da la possibilità agli adolescenti affetti da “disforia di genere” di bloccare temporaneamente il processo di definizione della loro identità di genere.

Considerando la delicatezza dell’argomento, Sputnik Italia ha contattato la professoressa Assuntina Morresi per un punto di vista altamente qualificato.

Assuntina Morresi è prof. Associato di Chimica Fisica presso il Dipartimento di Chimica, Biologia e Biotecnologie dell’Università degli Studi di Perugia, già consulente dei Ministri della Salute Maurizio Sacconi e Beatrice Lorenzin, in qualità di esperta ha rappresentato il governo italiano in diverse sedi internazionali (ONU, Consiglio d’Europa, Corte Europea dei Diritti Umani), dal 2006 fa parte del Comitato Nazionale per la Bioetica, organo di consulenza della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

— Professoressa, quali sono gli effetti della Triptorelina? E quanto dovrebbero durare i trattamenti con questo farmaco?

— È un farmaco autorizzato per molti trattamenti, fra cui il blocco della pubertà “patologica”, cioè precoce (ad es. quando il ciclo mestruale compare in una bimba di 6 anni). Per questa indicazione la triptorelina (TRP) è usata da anni, regolarmente sperimentata. Nel caso in discussione, invece, è utilizzata per una indicazione diversa: la “disforia di genere”, cioè la condizione di incongruenza della percezione del proprio genere rispetto a quello di nascita, accompagnata ad una sofferenza significativa dal punto di vista clinico e sociale. Il trattamento consiste nel bloccare la pubertà “fisiologica”, cioè il blocco dello sviluppo sessuale che avviene nella norma (mediamente intorno ai 12 anni): in questo modo non si manifestano i segni di un corpo percepito come una “minaccia”, che si sviluppa nel senso contrario a quello percepito adeguato a sé. Di conseguenza si eliminerebbe la sofferenza (comprese le tendenze autolesionistiche e suicidarie) accompagnata alla disforia, e si avrebbe tempo di “esplorare la propria identità di genere”, per decidere se restare nel genere nativo, o se transitare in una diversa identità di genere.

La TRP spegne gli ormoni nativi: assumendola all’inizio della pubertà, circa a 12 anni, il corpo non sviluppa i caratteri sessuali secondari – il seno per le ragazze, cambiamento della voce, pomo di Adamo per i maschi, ad esempio – e l’aspetto fisico resta pre-adolescenziale, “neutro”, come descrive la letteratura di settore. La TRP si usa fino all’età di 16 anni, quando è possibile la somministrazione di ormoni “cross sex”, necessari se il minore ritiene di transitare all’altro genere; dai 18 anni è poi possibile intervenire chirurgicamente. Il protocollo s’interrompe se si decide di restare nel genere di nascita. Dalla letteratura vediamo che la quasi totalità di coloro che iniziano questo percorso proseguono poi con la transizione di genere.

— Sorge naturale una perplessità: la TRP andando a bloccare lo sviluppo sessuale non mette a rischio il minore che ne fa uso di un possibile scompenso tra il suo sviluppo fisico e il suo sviluppo cognitivo? 

— È uno dei tanti punti critici del trattamento. L’aspetto fisico resta fermo a quello di un pre-adolescente, scarsamente caratterizzato sessualmente, ma lo sviluppo cognitivo continua. Con la TRP induciamo farmacologicamente un disallineamento fra i due aspetti: se fisicamente i tratti e le fattezze restano quelli di un dodicenne, psicologicamente ed emotivamente la crescita prosegue, fino ai 16 anni. In assenza degli ormoni nativi che ne è, per esempio, degli innamoramenti tipici dell’adolescenza, delle relazioni romantiche che a quell’età sono così importanti per lo sviluppo della propria maturità, anche sessuale?

— Questo farmaco dovrebbe essere somministrato a ragazzini e ragazzine in età puberale, ma quali saranno poi i suoi effetti sugli stessi soggetti a distanza di anni? Esiste in merito un adeguata letteratura scientifica?

— No, esistono dati affidabili solo per il blocco della pubertà “patologica”, non su quello della pubertà “fisiologica”, e le conseguenze del trattamento non si possono certo ipotizzare identiche, senza sperimentazioni dedicate. Chi può dire che bloccare la pubertà precoce, patologica, a 6 anni, dia le stesse conseguenze che bloccarla quando avviene nella norma, a 12 anni? Chi poi continua con la transizione, cioè la stragrande maggioranza di chi è trattato con la TRP, inizia a 16 anni un pesante trattamento ormonale. Sugli effetti a lungo termine abbiamo i dati solo su una persona. Abbiamo risultati sugli effetti dopo un anno dall’intervento chirurgico su 55 giovani transgender: tutto qua, in letteratura.

— Immaginiamo un errore nella diagnosi della disforia di genere, le conseguenze non sarebbero gravi o forse irreversibili sul giovane paziente? Fino a che punto ha senso correre questo rischio? 

— Questo è il timore di molti della comunità LGBT: la percezione di sé come non congruente rispetto al genere nativo potrebbe dipendere da un orientamento sessuale di tipo omosessuale, e non dall’identità di genere. Con la TRP si andrebbe a modificare il corpo, considerato “sbagliato”, interferendo con lo sviluppo dell’orientamento omosessuale. D’altra parte sta emergendo sempre di più il fenomeno dei “de-transitioners”, cioè coloro che dopo la transizione vogliono tornare al genere nativo. Ma il problema si pone anche per diagnosi corrette: senza sperimentazione, chi può dire che questo percorso risolva il problema della disforia di genere? L’efficacia del farmaco, infatti, va sperimentata non rispetto al blocco della pubertà, ma nel risolvere la disforia di genere.

— In base a quale logica, secondo Lei, la prescrizione di questo farmaco con un tal tipo d’indicazioni è entrato in Italia a carico del Servizio Sanitario Nazionale?

— Le motivazioni di chi lo sostiene sono che si tratta di casi residuali per i quali, senza TRP, c’è rischio di autolesionismo e suicidio. Dagli altri paesi, ad esempio la Gran Bretagna, sappiamo invece che i casi sono tutt’altro che residuali, e stanno aumentando velocemente. D’altra parte, non c’è nessuna evidenza scientifica che questo sia il trattamento elettivo per tendenze suicidarie e autolesionistiche associate alla disforia di genere.

— Da un punto di vista etico c’è stata un’adeguata discussione sull’uso di questo farmaco?

— A mio avviso esperti e opinione pubblica dovrebbero interrogarsi su due aspetti, innanzitutto. Il primo è la ratio stessa del metodo: come è possibile “esplorare la propria identità di genere”, se il corpo è “neutro”? Se il corpo sessuato non c’è, rispetto a cosa si può verificare la propria identità sessuale, se non rispetto a un immaginario, a congetture? È come chiedere di leggere una pagina bianca. Il secondo aspetto riguarda il consenso informato: ma veramente pensiamo che a 12 anni – o a 16 – si possa avere la consapevolezza di cosa significhi cambiare genere? E per esempio cosa significhi non poter avere figli, in futuro? Non sappiamo niente sulla fertilità futura di chi segue questo protocollo: cioè non sappiamo se un ragazzino che interrompe il trattamento con TRP, per restare nel genere nativo, potrà recuperare pienamente anche la propria fertilità. Mentre è certo che nella stragrande maggioranza dei casi si continua nella transizione, andando incontro a sterilità certa. Siamo sicuri che a 12 o fino ai 16 anni si sia in grado di percepire l’importanza della propria futura capacità procreativa?

L'opinione dell'autrore può non coincidere con la posizione della redazione.

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