19:50 23 Aprile 2019
Il libro di Francesco Bonazzi Viva l’Italia, contro l’economia della paura

Viva l’Italia, un libro contro l’economia della paura

© Foto : Fornita da Francesco Bonazzi
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Marina Tantushyan
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Dietro ogni allarme c'è puntualmente qualcuno che ci guadagna. Ma l'Italia è davvero un paese sull'orlo del fallimento? Numeri alla mano, la situazione è ben diversa da quella che si dipinge.

Come dimostra Francesco Bonazzi, l’autore del volume “Viva l’Italia. Contro l'economia della paura. Perché non siamo il malato d'Europa” (Chiarelettere, 2019), in realtà l’Italia è un paese molto ricco dove otto famiglie su dieci vivono in abitazioni di proprietà, con un patrimonio immobiliare che vale 3,8 volte il Pil, ovvero 6227 miliardi di euro, e con storie di eccellenza, specie nel settore della chimica industriale e della biochimica, che però fanno meno notizia dei successi degli chef stellati. Come ricorda il Censis, "il mondo è pieno di macchinari italiani, ma per saperlo bisogna andare a guardare l'etichetta". Il vero problema è la disuguaglianza, a cominciare da quella Nord-Sud, ma per ridurla non si fa nulla, con la scusa che l’Europa non concede all’Italia i necessari margini di bilancio. Con oltre 5 milioni di poveri e un 10 per cento sempre più ricco, l’Italia non può continuare a essere uno dei paesi con la maggior ingiustizia sociale del continente.

Per un approfondimento Sputnik Italia ha raggiunto Francesco Bonnazzi, noto giornalista di economia e finanza, corrispondente dall’Italia per l'agenzia inglese Alliance News, collaboratore de La Verità che in 236 pagine riporta al lettore numeri, statistiche e contesti smontando leggende sul declino dell’Italia dal debito pubblico alla sensazione di essere “il malato d’Europa”.

— Francesco, il titolo entusiasmante del tuo libro suona come un bel brindisi. Trovi che vi siano davvero ragioni per festeggiare?

— Ho voluto affermare un principio, sempre in copertina, ovvero che non siamo il malato d’Europa e che dobbiamo combattere allarmi e paure, travestiti da pagelle super partes, che arrivano da fuori. Spesso sono allarmi da paesi che seguono solo il motto “impoverisci il tuo vicino”, come direbbero gli economisti. Germania e Francia, si pensi solo al caso Libia con l’Italia, sono specialisti di questo giochetto con l’Italia. E allora la mia risposta è: non siete arbitri, siete grandi nazioni che rispettiamo su tutto, ma al momento di guardare anche solo le bilance commerciali, siete concorrenti, su tutto.

— Nel volume tu sottolinei che la situazione non è così grave come la dipingono a Bruxelles e a Francoforte, che in realtà “l’Italia non è il cattivo d’Europa e gli italiani non sono un popolo di “scrocconi”. Potresti citare qualche dato o fare riferimento a qualche caso concreto per sfatare tutti questi miti?

— L’Italia ha un debito pubblico elevatissimo, di oltre 2.300 miliardi di euro, che è al 132% del Pil. Ma è anche un paese che ha una ricchezza privata “cash” da oltre 4.800 miliardi (fonte Bankitalia), perché gli italiani sono risparmiatori formidabili, e un patrimonio immobiliare che sfiora i 7.000 miliardi di valori. Quando guardi un debito, anche di una famiglia, devi vedere se è sostenibile. Quanto agli “scrocconi” dei quali gli italiani sono stati omaggiati la scorsa estate da quei simpatici burloni dello Spiegel, l’Italia è contributore netto per 37,7 miliardi di euro negli ultimi 7 anni: saremmo i primi scrocconi che danno più di quanto prendono. La verità è che siamo in avanzo primario da vent’anni, quindi anche i nostri governi sono stati disciplinati, e sicuramente più della Francia.

Jean-Claude Juncker
© AP Photo / Geert Vanden Wijngaert

— Con quale obiettivo l’Italia è descritta come un paese in ginocchio? Chi ci guadagna?

— Se tu vuoi fai credere all’Europa intera che l’Italia è un paese deindustrializzato, che può vivere solo di pizza e mandolino, se tu fai sparire il fatto che l’Italia è la seconda manifattura d’Europa dietro alla Germania, con eccellenze assolute come nei macchinari, alla fine venderai più auto, più lavatrici, più mobili, perché hai deprezzato il prestigio delle merci italiane. Inoltre, sul terrorismo finanziario, guadagnano bene banche e assicurazioni, in massima parte francesi e poi tedesche, olandesi e inglesi.

— Come dobbiamo definire l’Italia di oggi? È un paese ricco e virtuoso oppure fragile e sull’orlo del baratro?

— Un paese tanto ricco e dove si vive bene, quanto spaccato e profondamente ingiusto, anche per colpa di un’evasione fiscale fortissima.

— Comunque, qualche giorno fa il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker, intervistato da Fabio Fazio in "Che Tempo che Fa” sulla Rai ha sottolineato: “Crescita zero per l’Italia farà aumentare i problemi”, il paese deve assolutamente risolvere la questione del debito pubblico che obiettivamente parlando è più alto d’Europa”. Cosa risponderesti a Junker?

— Che non si accettano lezioni dall’ex premier di un paese come il Lussemburgo, che ha impoverito per decenni i vicini con l’evasione e l’elusione fiscale. Quando ricorderemo il nome di una sola merce di un certo livello prodotta dal Lussemburgo, noi che abbiamo la Ferrari e la Barilla, per fare due esempi a caso, ascolteremo le sue lezioni economiche. Lui è lì perché non potevano metterci un tedesco o un francese, a dire certe cose. Avrebbero perso ancora più voti di quanti ne perderanno il 26 maggio. 

— Quali sono, a tuo avviso, le vere sfide e il vero cancro che frena l’economia italiana in questo momento?

— Questo governo ha il merito di non vivere in ginocchio di fronte a banche, Ue e cancellerie straniere. Tuttavia la Lega di Salvini non ama che si parli di lotta all’evasione fiscale, che è sparita dall’agenda politica, e i Cinque stelle, che spesso hanno curriculum scolastici e lavorativi imbarazzanti, non amano i temi della competenza e del merito. Senza i quali il Paese non svolterà mai.

— Cosa devono fare Lega e il M5S per poter davvero cambiare le cose, per combattere povertà, disuguaglianza sociale e disoccupazione che è di nuovo ha iniziata a crescere? Qual è la tua ricetta? 

— Reddito di cittadinanza e decreto solidarietà, due misure che avrebbe dovuto fare il Pds, sono buoni inizi. La torta va distribuita più equamente, ma va anche ampliata. E qui credo che Lega e M5s debbano lottare in Europa per ottenere aliquote fiscali unificate e stop assoluto al dumping sociale. In più, se l’Europa è così fraterna come dice, ci vuole un meccanismo di condivisione del debito, altrimenti la moneta unica serve solo per rendere non competitive le merci dei famosi Piigs.

— Sei contento per l’accordo fra Roma e Pechino sulla Nuova Via della seta? E Mosca nel medio e lungo periodo rimarrà il partner strategico d’Italia, a prescindere dalla escalation fra la Russia da un latto e gli Stati Uniti e l’Unione europea dall’altro?

— A Pechino c’è un grave problema di diritti civili e il capitalismo di Stato mi fa doppiamente paura, ma non dubito che i business che non farà Roma, li faranno Parigi e Berlino, che sono già più avanti come interscambio. Noi dobbiamo solo stare attenti a non aprire settori strategici. Gli altri, in questo, sono più accorti. Su Mosca, sono contrario alle sanzioni, conosco imprenditori italiani che lavorano in Russia e so che accoglienza ricevi quando mostri un passaporto italiano. E credo che prima di dimenticare il ruolo di Mosca nella lotta al più grave e spaventoso problema che abbiamo, ovvero la crescita dell’Islam radicale, bisognerebbe fare molte, ma molte riflessioni.

— Un sondaggio pubblicato recentemente su La Stampa, ci fornisce diversi spunti di come l’opinione pubblica si stia evolvendo nei riguardi di euro. Se nel 2014, oltre il 70% degli intervistati forniva risposte positive sui benefici della moneta unica, adesso la loro quota risulta scesa sotto il 60%, pur restando netta maggioranza. Che effetto avrà, a tuo avviso, la Brexit sull'opinione pubblica italiana?

— Non avranno veri riflessi, perché tanto la Gran Bretagna s’è sempre tenuta la sua amata sterlina. Del resto, per me, non c’è stato senza il potere di battere moneta. Ma dall’euro non si torna indietro, come non si torna indietro da Schengen. I nostri figli sono nati liberi di spostarsi in Europa e senza dover cambiare monete. Che facciamo, togliamo loro anche i cellulari e reintroduciamo gettoni telefonici e cabine? Stiamo in Europa, ma cambiandola dall’interno e rifiutandone i dogmi ordoliberisti.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
Brexit, Via della Seta, M5S, Lega, crescita, Jean-Claude Juncker, Europa, Debito pubblico, crisi in Libia, PIL, Economia, Italia
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