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04:02 19 Settembre 2019
Oggi si può lavorare dove si vuole e quando si vuole (o non vuole)

Perché siamo dipendenti dal lavoro e come si guarisce

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Il termine workaholism è stato coniato nel 1971 dallo psicologo Wayne Oates nel libro “Confessions of a Workaholic The Facts about Work Addiction” e indica “la compulsione o l'incontrollabile necessità di lavorare incessantemente”.

Nel mondo delle tecnologie e dell'innovazione diventa sempre più difficile porre una barriera tra la vita professionale e la vita personale. L’accesso costante a Internet e ai mezzi di comunicazione ci offre la possibilità di lavorare in connessione remote fuori dall’orario di lavoro. Potrebbe sembrare che più produttività significhi più benessere e felicità però non è tutto così rose e fiori. Il workaholism (sindrome da dipendenza dal lavoro) può portare a conseguenze veramente negative che includono aspetti sociali e anche problemi di salute. 

“Nei geni dei giovani digitali – spiega Marina Osnaghi, prima Master Certified Coach in Italia – è insita l’attitudine all’utilizzo di ogni apparato tecnologico che permetta una connessione al mondo, senza bisogno di spostarsi dal proprio ufficio e dalla propria casa”. 

E' impossibile stimare quante siano le persone che soffrono di questa patologia oggi in Italia. Gli studi su questo tema sono pochi, il fenomeno risulta estremamente sottovalutato. Paragonato al gioco d’azzardo patologico, la cui percentuale oscilla tra 1-3% della popolazione, possiamo ipotizzare che la percentuale sia simile anche per i dipendenti da lavoro.

Quali sono le ragioni di questa “malattia” in Italia e come curarla? Sputnik Italia ne ha parlato con Cristian Balducci, professore di Psicologia del lavoro dell’Università di Bologna.

Cristian Balducci, professore di Psicologia del lavoro dell’Università di Bologna
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Cristian Balducci, professore di Psicologia del lavoro dell’Università di Bologna

- Professore Balducci, secondo Lei, si può dire che sono le tecnologie ad esser colpevoli?

- Non direi, al momento la visione che credo riscuota più consenso tra chi si occupa di ricerca in questo ambito è quella secondo la quale alcune caratteristiche di personalità (ad es. tratti ossessivi compulsivi, perfezionismo, nevroticismo, ecc.) agiscano da fattori di vulnerabilità per lo sviluppo del workaholism in particolare quando l'individuo è esposto a certi ambienti di lavoro, come ambienti che rinforzano la tendenza a lavorare eccessivamente premiando e promuovendo esclusivamente individui che adottano questo stile comportamentale, ambienti (anche interpersonali: ad es. il proprio manager) che spingono a mettere il lavoro al centro della propria vita. Si tratta di ambienti molto competitivi ed in cui prevale una cultura organizzativa dell'overwork. In questi contesti le moderne tecnologie si pongono come agenti facilitanti il workaholism, nel senso che date le condizioni sopra descritte, la possibilità di lavorare in ogni luogo e quando si vuole (a distanza, di sera) rende l'emersione del workaholismo più probabile.

Lavoro o vita?
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Lavoro o vita?

- E’ vero che i fattori principali che portano al workaholism sono l'ambizione ed il desiderio di riuscire dal punto di vista professionale? O forse la causa è da ricercarsi nella sfera famigliare e personale? Il psicoterapeuta Amy Morin, nel suo bestseller “13 Things mentally strong people don’t do” evidenzia che il 42% dei millennials, impegnato per più di 9 ore al giorno davanti allo schermo del pc, ha avuto riscontri negativi sulla propria salute mentale e sulle relazioni sociali con amici, parenti, partner.

- I motivi per cui un individuo si 'affoga' nel lavoro sono diversi. Le ambizioni e il desiderio di riuscire possono contribuire, ma questi non sono elementi 'malati' in sé. Anzi, il desiderio di affermarsi professionalmente è 'sano' dal punto di vista psicologico. Anche i problemi famigliari possono spingere un individuo a trovare compensazioni nel lavoro, ma da soli difficilmente rendono un individuo workaholic se non ci sono le condizioni evidenziate sopra: una personalità vulnerabile allo workaholism e condizioni di lavoro che permettono al fenomeno di emergere ed essere considerato la normalità.

- Come possono fare i giovani di oggi a porre una barriera tra la vita professionale e la vita personale?

- Nei giovani tende a prevalere giustamente il desiderio di raggiungere una buona posizione professionale e ciò richiede di investire nel lavoro. Oggi più di ieri, inoltre, la tecnologia facilita il disgregamento di confini netti tra vita lavorativa ed extralavorativa, mentre una volta - quando i senior di oggi si sono formati - il tempo del lavoro e quello del non lavoro erano più nettamente demarcati. Credo che vi sia inoltre una tendenza generale, oggi, all'espansione della sfera lavorativa, tendenza della quale i giovani sono maggiormente vittime. Occorrerebbe formare le nuove leve all'importanza di conservare un buon equilibrio tra le diverse sfere di vita al fine di proteggere la propria salute e mantenersi così produttivi fino ad età avanzata. E' una questione di educazione.

Poveri
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Gli studi che documentano le conseguenze a lungo termine del problema non sono ancora molti. Ad ogni modo il workaholism correla positivamente con la sindrome del burnout e più in generale con una salute psicologica significativamente peggiore (ad es. più accentuata ansia e depressione). Inoltre alcuni studi documentano anche un maggior rischio di malattia cardiovascolare, anche se c'è da interpretare con molta cautela queste evidenze perché spesso non sono state ottenute con studi metodologicamente robusti. Ad ogni modo le evidenze per gli effetti avversi dell'eccesso di lavoro - ossia l'aspetto comportamentale del workaholismo, una delle sue dimensioni centrali - sono abbastanza chiare, suggerendone una relazione con una salute fisica e mentale peggiore.

- L'ossessione per il lavoro può influenzara anche il matrimonio?

- L'ossessione per il lavoro, spingendo l'individuo a sacrificare se stesso per l'ambito lavorativo, può sicuramente compromettere la vita matrimoniale e famigliare. Infatti entrambe le sfere (lavoro e famiglia) richiedono all'individuo di interpretare un ruolo ed il ruolo è un insieme di aspettative comportamentali che gli altri hanno su di noi. Se si frustrano costantemente le aspettative degli altri (i famigliari) non si ha un funzionamento adeguato e all'altezza di queste aspettative; in risposta gli altri possono disinvestire progressivamente nei nostri confronti. Ecco che le relazioni matrimoniali e famigliari possono andare in crisi.

- E' vero che più produttività non significa sempre più benessere?

- Non necessariamente se porta l'individuo a sacrificare il recupero (recovery) e l'investimento in altre sfere (hobby e attività del tempo libero) che hanno un ruolo determinante nel preservare il benessere. Il benessere dei lavoratori invece sostiene la produttività, di questo le aziende non sono ancora pienamente consapevoli. Le aziende dovrebbero quindi dedicare una maggiore attenzione al benessere dei propri lavoratori disincentivando l'eccesso di lavoro e promuovendo una leadership sensibile all'equilibrio tra sfere di vita - ad es. una leadership che sia family friendly e che incentivi anche all'investimento extralavorativo.

- Secondo Lei occorre chiedere aiuto a uno specialista con competenze psicologiche/psichiatriche o il workaholism si cura da soli?

- Non necessariamente bisogna ricorrere ad uno specialista. L'aiuto esterno è, con ogni probabilità, necessario per le fasi più avanzate della dipendenza lavorativa, quando questa mina benessere e funzionamento sociale della persona. Esistono tuttavia anche altri tipi di risorse che possono essere attivate - vedi workaholics anonimous i quali utilizzano un approccio simile a quello degli alcolisti anonimi. Questi gruppi, tuttavia, non sono attivi in tutti i paesi. L'individuo ed il suo contesto famigliare possono comunque fare molto, ad esempio avere dei famigliari che aiutano il soggetto a prendere maggiore consapevolezza del 'problema' può essere una leva potente per cambiare qualcosa nella propria vita.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
Psicologia, dipendenza, Lavoro
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