22:28 15 Giugno 2019
Le rovine della città libica Sirte

Aumentano le difficoltà dell'Italia in Libia

© AP Photo / Manu Brabo
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Giulio Virgi
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Nella più grande indifferenza del Governo e dell’opinione pubblica italiana, sta maturando in Libia una crisi che rischia di assestare un colpo micidiale agli interessi di Roma nella sua ex colonia.

I fatti sono al momento confusi, com’è normale che sia mentre infuria la battaglia, ma ci sono alcuni punti fermi. L’uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar, del cui stato di salute lo scorso anno si era a lungo dubitato, dopo essersi assicurato il controllo di importanti posizioni strategiche nel Fezzan, ha sferrato un attacco verso nord, puntando direttamente su Tripoli.

Al momento in cui questo commento veniva scritto, le sue milizie si trovavano in prossimità della capitale, circostanza che aveva indotto il capo del Governo di Accordo Nazionale, Fayez al Serraj, a chiamare a raccolta tutti i propri sostenitori. Il leader libico tuttora internazionalmente riconosciuto ha cercato sostegni anche all’estero, non senza protestare nei confronti della Francia, che ritiene abbia fornito appoggi decisivi al rivale cirenaico.

Avrebbero favorito la rapida penetrazione di Haftar nel Fezzan e poi in Tripolitania una serie di circostanze, tra le quali il supporto assicurato da Parigi potrebbe non essere stato il contributo più importante. Il maresciallo vanta infatti rapporti significativi anche con l’Egitto del generale Sisi e soprattutto sta probabilmente utilizzando a proprio favore le risorse finanziarie generosamente poste a sua disposizione da potenti alleati nel Golfo: essenzialmente, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Si tratta incidentalmente dei pilastri del nuovo ordine regionale che nel 2017 Donald Trump aveva immaginato di poter edificare sulle ceneri del fallimento del predecessore.

Khalifa Haftar
© REUTERS / Philippe Wojazer

Intrattiene contatti con Haftar anche la Russia, che lo ha ospitato a bordo della sua portaerei Kuznetzov in occasione di un suo transito davanti alle coste libiche. Il maresciallo, inoltre, si trovava a Mosca quando lo raggiunse l’allora capo dell’intelligence estera italiana, Alberto Manenti, per ottenerne la partecipazione alla Conferenza di Palermo, alla cui riuscita Roma aveva legato molte delle sue speranze di rientrare nella partita libica.

La diplomazia russa, tuttavia, più recentemente ha fatto intendere di essersi distanziata da Haftar, probabilmente per migliorare la propria posizione in vista di futuri negoziati. Non va neanche escluso che la Russia stia contestualmente cercando di riproporsi all’attenzione di un’Italia disorientata, che sta assistendo inerte ed apparentemente impotente al collasso finale delle sue posizioni nella propria ex colonia.

Si ricorda a profitto dei lettori come l’attuale Governo abbia ereditato dal precedente una scelta di campo fatta quando alla Casa Bianca c’era Obama, che aveva cercato di favorire l’ascesa dell’Islam Politico in tutto il Medio Oriente e Nord Africa, imponendo anche in Libia una soluzione gradita alle forze che si riconoscono nella Fratellanza Musulmana e si sentono tuttora garantite dalla figura di Serraj, per quanto debole: Turchia, Qatar e, a livello locale, la potente città di Misurata.

Ma cosa ha davvero rotto all’improvviso l’equilibrio in una direzione tanto ostile agli interessi di Roma, al punto da indurre l’Eni a ritirare improvvisamente dalla Libia tutto il personale di nazionalità italiana, esattamente com’era accaduto nel 2011?

Il sostegno francese ad Haftar è di relativa lunga data, così come quello egiziano. Non possono quindi essere chiamati in causa. Nè è nuova la vicinanza russa, in realtà come abbiamo visto da poco corretta in favore di una posizione più articolata. C’è invece ragione di ritenere che sia l’atteggiamento americano ad essere cambiato.

Per certi versi, si tratta di un allineamento locale ad una politica regionale più ampia abbracciata da Donald Trump, che ha dichiarato in più circostanze di voler sradicare l’Islam Politico da tutto il Medio Oriente e dal Nord Africa. Tutti ricordano la foto scattata a Riad due anni fa, con il Presidente americano, il collega egiziano ed il re saudita Salman che protendevano le loro mani simbolicamente su un globo luminoso. Stupisce, casomai, che l’eccezione libica sia sopravvissuta così tanto al cambio di Amministrazione intervenuto in America.

Il sostegno finora garantito al quadro politico stabilito da Obama a Skhirat era stato probabilmente dettato dalla volontà di assicurare un appoggio all’Italia nei confronti dei paesi europei che maggiormente l’angustiano, sia per esigenze di balance of power che per consolidare una relazione bilaterale utile tanto a Roma quanto a Washington nel contenimento della Germania e dei suoi alleati.

Ma l’Italia lo scorso 23 marzo ha aderito alle Vie della Seta cinesi, firmando tra le altre cose un Memorandum d’Intesa che implica la condivisione delle finalità di un progetto che gli americani considerano una minaccia alla loro attuale supremazia planetaria. Anche se il Segretario di Stato Pompeo sta intimando ad Haftar di fermarsi, gli Stati Uniti hanno evacuato buona parte dei militari che avevano sul terreno e l’hanno fatto sapere, indebolendo notevolmente la forza delle loro argomentazioni ed obiettivamente incoraggiando il maresciallo ad andare avanti.

A Roma, si respira un senso di incredulità e sbigottimento, che in alcune personalità chiave somiglia molto ad un vero e proprio “stato di negazione” della realtà. Autorità italiane cruciali nella pianificazione ed eventuale esecuzione delle misure militari d’emergenza che dovessero rendersi necessarie per esfiltrare italiani in pericolo in Libia o proteggere le raffinerie dell’Eni hanno addirittura lasciato il paese come se nulla fosse, per intraprendere viaggi intercontinentali di routine. L’impressione è che l’Italia sia di fronte ad una crisi persino più grave di quella che la colpì nel 2011. Otto anni fa, almeno, la volontà di reagire agli eventi e la direzione politica non fecero difetto.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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