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20:36 20 Settembre 2019
Recep Tayyip Erdogan (foto d'archivio)

Turchia, ambiguità a due partner, America e Russia

© AFP 2019 / ADEM ALTAN
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Oltre a riconquistare l’elettorato dopo le sconfitte di Istanbul e Ankara Erdogan deve preoccuparsi di America e Russia. Washington lo considera ormai una quinta colonna di Mosca. Il Cremlino fa i conti con le sue ambiguità sul fronte siriano dove continua a rimandare lo sgombero dei combattenti alqaidisti dalla provincia di Idlib.

Per Recep Tayyp Erdogan, sono tempi difficili. Sul fronte interno deve fronteggiare il ritorno di un’opposizione che alle municipali di domenica gli ha strappato la maggioranza a Istanbul, Ankara e Izmir, ovvero le tre più importanti città del paese. Se sul fronte interno pesa la recessione, figlia delle scelte non proprio liberali del presidente, sul fronte internazionale Erdogan deve rendere conto delle proprie ambiguità a due partner come America e Russia. Agli Stati Uniti deve spiegare perché continui ad annunciare un prossimo intervento militare in territorio siriano per colpire i curdi dell’Ypg, ovvero i migliori alleati degli americani nella lotta allo Stato Islamico. E peggio ancora perché, pur restando nella Nato, voglia acquistare da Mosca i missili anti aerei S400.

I sistemi d’arma antiaereo S-400 Triumf
© Sputnik . Ministry of Defence of the Russian Federation

Alla Russia deve, invece, giustificare il mancato rispetto dell’accordo sulla Siria firmato lo scorso 17 settembre a Sochi. Con quella firma Erdogan s’impegnava a costringere i vari gruppi jihadisti che controllano la provincia nord occidentale siriana di Idlib a consegnare, entro un mese, le armi pesanti e permettere la creazione di una zona demilitarizzata. Di mesi ne sono passati quasi sette, ma Idlib continua ad essere in balia di Hayat Tahrir al-Sham (Hts), l’ex Jabhat Al Nusra meglio conosciuta come la costola siriana di Al Qaida, e di altre formazioni radicali.

Ma partiamo dal fronte interno. I risultati di Istanbul e Ankara segnalano la fine del patto che legava Erdogan ai ceti imprenditoriali del paese. Un patto stretto subito dopo il 2002 quando il neo eletto premier Erdogan impartì una decisa sterzata all’economia spingendo la Turchia fuori dal tunnel di una crisi ancor più nera di quella attuale. Nel nome di quel miracolo economico gli imprenditori turchi gli avevano perdonato l’allontanamento dall’Europa, la pesante involuzione sul fronte dei diritti civili, l’avvicinamento al radicalismo islamista. Ed erano passate in secondo piano persino le contraddizioni di un’avventura siriana iniziata con l’appoggio ai peggiori gruppi jihadisti - Isis compreso - e conclusasi con la sottoscrizione del progetto di pace impostogli da Mosca.

Ora però per risollevarsi da una crisi segnata da un’inflazione al 20 per cento e una disoccupazione oltre la soglia del 13 per cento Erdogan difficilmente potrà continuare a barcamenarsi tra Stati Uniti e Russia. Washington dopo aver puntato per decenni su una Turchia fondamentale per garantire alla Nato profondità strategica sull’asse sud orientale e spaziare nel Mar Nero diffida ormai di un Erdogan colpevole, dal punto di vista atlantista d’appoggiare i piani di Mosca in Siria e di tradire la fedeltà alla Nato acquistando gli SS400 russi.

Non caso mentre Erdogan faceva i conti con la sconfitta di Istanbul il Pentagono, che già aveva bloccato la consegna dei 100 F-35 ordinati da Ankara, sospendeva anche l’accordo per la produzione in Turchia della componentistica del caccia. In verità neanche il Cremlino si fida troppo di un Sultano che nel dicembre 2015 non esitò ad abbattere un aereo russo pur di spingere la Nato all’impegno militare per fermare l’intervento russo in Siria. Dopo quell’episodio il Cremlino mise la Turchia con le spalle al muro costringendola a collaborare persino su quel fronte siriano dove Ankara aveva flirtato con l’Isis e i peggiori gruppi jihadisti anti Assad. Oggi progetti come il Turk Stream, la conduttura in cui passerà il gas russo destinato ad Ankara e la costruzione della prima centrale nucleare in partnership con i russi, rappresentano per Erdogan legami difficile da rescindere.

Legami importanti anche per la Russia perché le consentono di tagliar fuori Washington da una piattaforma essenziale per il controllo di quell’asse del Mar Nero dove ribolle il conflitto ucraino e dove passa il terreno di confronto con la Nato. Indipendentemente da tutto questo Putin esige da Erdogan una cooperazione sincera e produttiva sul fronte siriano. Il conflitto segnato dall’intervento di Mosca richiede nell’ottica del Cremlino una rapida e positiva conclusione. Questo significa non solo garantire a Bashar Assad una ricomposizione dell’unità nazionale attraverso la restituzione di Idlib al suo controllo, ma anche imporgli un processo di riconciliazione seguito da un processo di pacificazione nazionale e di distensione regionale. Solo raggiungendo questi obbiettivi la Russia potrà vantare un successo pieno e presentarsi nuovamente come grande potenza mondiale.

Per questo Erdogan può anche scontentare gli elettori e gli americani, ma deve guardarsi bene dal non rispettare gli impegni sulla Siria assunti con Mosca.

Un accordo largamente disatteso nonostante Mosca e l’alleato siriano abbiano sospeso l’offensiva militare per la riconquista dell’ultimo angolo di Siria ancora nelle mani delle forze ribelli. Invece di mesi ne sono passati quasi sette e, nonostante la pazienza di Mosca, gran parte della provincia siriana di Idlib continua ad essere sotto il controllo dei gruppi jihadisti. La situazione sembra anzi addirittura peggiorata. Hayat Tahrir al-Sham (HTS) la costola siriana di Al Qaida conosciuta un tempo come Jabhat Al Nusra oltre ad essere il gruppo egemone minaccia non solo l’alleanza di gruppi jihadisti controllata dai Turchi ma anche la base di Khmeimim cuore del dispositivo aereo russo in Siria attaccata più volte a colpi di droni. La Turchia resta così l’ultimo ostacolo a quella restituzione dei territori di Idlib alla sovranità di Damasco indispensabile per chiudere il conflitto e avviare il processo di riconciliazione che il Cremlino considera fondamentale per sancire il successo del proprio intervento. Ma molti si chiedono fino a quando Putin continuerà a dimostrarsi paziente. In fondo la Turchia non è più l’importante potenza regionale che nel dicembre 2015 fa arrivò a sfidare il Cremlino abbattendo un suo aereo impegnato nei ombardamenti dei ribelli jihadisti in territorio siriano. Oggi di certo non più contare sull’appoggio della Nato dell’America convinta ai tempi di Obama di poter abbattere Bashar Assad attraverso l’appoggio dei gruppi jihadisti armati e addestrati con la complicità di Ankara.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
Recep Erdogan, partner, USA, America, Turchia
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