16:32 17 Giugno 2019
Premier dell'Italia Giuseppe Conte e il presidente Usa Donald Trump alla conferenza stampa congiunta dopo l'incontro del 30 luglio 2018 a Washington

In Libia le prime risposte degli Usa all’ingresso dell’Italia nelle Vie della Seta?

© AP Photo / Evan Vucci
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Giulio Virgi
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In molti ambienti italiani serpeggia una certa inquietudine.

Anche se c’è chi ostenta serenità e si atteggia come se nulla fosse accaduto, sono infatti in parecchi a chiedersi in che modo gli Stati Uniti reagiranno all’entrata dell’Italia nelle Vie della Seta cinesi, avvenuto il 23 marzo scorso a dispetto di tutti i tentativi fatti dall’ambasciata americana per scongiurarla.

Seppure analisti del calibro di Charles Kupchan siano intervenuti in questi giorni sulla stampa a rassicurare Roma, sostenendo che la simpatia con cui Trump guarda al governo gialloverde italiano indurrebbe ad escludere ritorsioni pesanti, molti altri ritengono che contromisure statunitensi siano inevitabili. Non solo per far comprendere all’Italia l’errore fatto con Xi Jinping, ma anche per elevare il costo dell’eventuale emulazione della sua scelta da parte di altri alleati e quindi prevenire altre defezioni di fatto dalla lealtà atlantica.

L’attuale amministrazione americana predilige il ricorso alla leva economica: lo si vede nella grande disinvoltura con la quale ricorre alle sanzioni e nella frequenza che caratterizza l’imposizione di dazi e tariffe da parte di Washington nei confronti di chiunque non accetti di modificare i propri flussi di scambi secondo i desiderata degli Stati Uniti.

È quindi all’economia che occorre guardare per capire come l’America potrà muoversi nel prossimo futuro, tanto più che l’Italia ha giustificato la sua scelta di aderire alla Belt and Road Initiative soprattutto facendo riferimento all’incremento delle esportazioni e degli investimenti diretti cinesi nel suo territorio. A Roma dovrà essere dimostrato in qualche modo che l’opzione fatta in favore di Pechino non conviene.

È probabile che siamo già in presenza di qualche prima avvisaglia di ciò che potrebbe accadere. A leggere bene le cronache di queste ultime tre settimane, in effetti, i segnali non mancano. L’offensiva è partita con un tweet dall’account ufficiale del National Security Council, con il quale l’America prospettava un danno alla reputazione globale dell’Italia in caso di sua adesione alle Vie della Seta.

Ed è proseguita con la convocazione presso il Dipartimento di Stato di Paolo Mastrolilli, inviato de La Stampa negli Stati Uniti, cui è stato fatto sapere che la Difesa italiana non aveva ancora pagato alcuni degli F-35 già consegnati al Governo di Roma: un modo neanche troppo sofisticato di informare i mercati mondiali che l’Italia a volte può essere cattiva pagatrice. Non un buon viatico per un paese che ogni anno deve reperire sui mercati finanziari centinaia di miliardi di euro per servire il proprio ingente debito sovrano.

Più recentemente, inoltre, si sono verificati ulteriori fatti nuovi di una certa importanza, che coinvolgono in particolare il teatro libico e i rapporti economico-commerciali con il Brasile del presidente conservatore Jair Bolsonaro, considerato fino a pochi giorni fa uno dei leader esteri più vicini all’attuale esecutivo italiano.

In Libia, a fianco del generale Haftar che ha appena assunto il controllo di posizioni ritenute d’importanza strategica nel Fezzan si è schierata con maggior decisione e fornendo sostegni sostanziali l’Arabia Saudita, che era rimasta finora relativamente in disparte. Riyadh avversa notoriamente l’Islam Politico e le sue manifestazioni, cui seppure blandamente è prossimo il Premier libico di stanza a Tripoli. Non è quindi così sorprendente la sua predilezione per le fazioni cirenaiche che fanno capo al grande rivale di al-Serraj. Ma va anche notato come la monarchia saudita sia uno dei due grandi pilastri dell’ordine regionale mediorientale immaginato da Trump nel 2017. Non è quindi da escludere che gli Stati Uniti stiano incoraggiando in questo momento i sauditi ad appoggiare più risolutamente Haftar, nell’intento di accelerare una svolta che l’Italia ha fatto tutto il possibile per cercare di procrastinare o evitare.

Che qualcosa bolla in pentola lo ha confermato anche la circostanza che nell’ambasciata libica di Roma si sia tenuto un incontro tra diplomatici al quale hanno tra l’altro partecipato alti funzionari delle rappresentanze americana e francese accreditate presso il Quirinale, ma nessun esponente della Farnesina. Per quanto le autorità libiche presenti abbiano cercato di gettare acqua sul fuoco, parlando di un incontro di routine, la loro smentita non ha convinto.

Quanto valga la Libia per l’Italia, nessuno lo ha finora stimato. C’è però ragione di ritenere la sua importanza superiore a quella della ristrutturazione del molo Getty di Trieste promessa dai cinesi. Il prezzo sembra francamente sproporzionato anche per le arance che la Sicilia esporterà verso il Celeste Impero e per i beni cinesi che la manodopera italiana assemblerà in vista della loro riesportazione come prodotto Made in Italy.

Ancora più preoccupante per Roma è però lo smacco subìto in seguito alla scelta brasiliana di commissionare la costruzione di alcune corvette ad una società tedesca. L’assegnazione all’italiana Fincantieri era stata data per certa, anche in ragione della grande vicinanza del nuovo Presidente verde-oro alla Lega di Matteo Salvini. Alcuni giornali italiani – soprattutto Il Foglio, vicino a Matteo Renzi - hanno preso di mira proprio il Vicepremier e Ministro dell’Interno, accusandolo apertamente di non essersi occupato adeguatamente del dossier. Andrebbe però ricordata anche la grande vicinanza di Bolsonaro a Donald Trump, che lo ha ricevuto alla Casa Bianca il 19 marzo scorso.

Sta di fatto che la cantieristica italiana ha perduto una commessa dell’importo di 1,6 miliardi di euro. Ed ombre molto sinistre si addensano anche sulla candidatura di Fincantieri alla costruzione di alcune fregate per la Marina degli Stati Uniti. Se il buongiorno si vede dal mattino, per l’Italia si preparano tempi difficili.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
F-35, Khalifa Haftar, Brasile, Libia, Made in Italy, Jair Bolsonaro, Matteo Salvini, Donald Trump, Economia, Via della Seta, Cina, USA, Italia
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