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00:44 23 Settembre 2019
Robert Mueller

Russiagate, una bufala che ha messo a rischio la pace

© AP Photo / J. Scott Applewhite
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Il procuratore Robert Mueller sancisce che i sospetti di collusione tra Donald Trump e il Cremlino erano infondati. Ma dimostra anche come i Democratici non abbiano esitato a imbastire una pericolosa “fake news” accusando la Russia senza motivo e mettendo a rischio la distensione internazionale.

Tanto fumo e nessun arrosto. E’ questa la conclusione del Russiagate, ovvero la più sfacciata e pericolosa bufala, o come la chiamano loro “fake news”, imbastita, messa in piedi e sostenuta dai cosiddetti “liberal” americani per giustificare la sconfitta di Hillary Clinton e spiegare l’imprevista vittoria di Donald Trump alle elezioni del novembre 2016. Lo afferma e lo sancisce Robert Mueller, ovvero quel “super procuratore” che nelle speranze non solo dei democratici statunitensi, ma di tutte le forze liberal e politicamente corrette del globo doveva sancire la collusione di Donald Trump con la perfida Russia di Vladimir Putin provando le manovre orchestrate dal Cremlino per portare alla casa Bianca una marionetta alle proprie dipendenze. Peccato fossero tutte invenzioni e fantasie perché “L’inchiesta del Super procuratore ha concluso che il comitato elettorale di Donald Trump e alcuno dei suoi consiglieri non hanno cospirato o non si sono coordinati con la Russia nello sforzo di influenzare le elezioni generali del 2016”.

Il passaggio chiave sintesi dell’assoluzione del presidente è contenuto della lettera di quattro pagine inviata ieri pomeriggio dal ministro della Giustizia, William Barr, ai leader delle Commissioni giustizia di Camera e Senato. In pratica l’indagine conclude che né il presidente Trump, né i suoi più stretti collaboratori come il primogenito Donald jr, il genero Jared Kushner, i lobbisti Paul Manafort e Roger Stone, il generale Michael Flynn hanno tramato con gli emissari di Putin per ostacolare la candidatura di Hillary Clinton. Ma l’assoluzione più importante e più drammatica per la credibilità del cosiddetto mondo liberal è quella della Russia di Vladimir Putin. Pur consapevoli di trascinare il mondo verso una nuova guerra fredda i vertici democratici - con l’avvallo dei fedeli funzionari sistemati nell’apparato d’intelligence e di giustizia durante il doppio mandato di Obama - hanno avvalorato la favoletta hollywodiana del “Manchurian Candidate” ovvero di un Donald Trump manipolato come nell’omonimo film dai nemici dell’America. Nel farlo hanno deliberatamente compromesso qualsiasi tentativo di distensione e messo a repentaglio la pace internazionale.

Nel clima di sospetto creato con l’ausilio di importanti media come “New York Times”, “Washington Post” e Cnn le promesse elettorali di Donald Trump, pronto ad avviare un dialogo con il Cremlino ed alleviare la tensione tra grandi potenze instauratasi durante la presidenza Obama sono state spacciate per una prova della collusione. E così i grandi complessi militari industriali che grazie al Premio Nobel per la Pace Obama avevano incassato importanti commesse sfornando sistemi d’arma utilizzabili solo in uno scontro con la Russia hanno continuato a fatturare miliardi di dollari. E a garantire lauti finanziamenti al partito democratico. Così l’escalation della tensione manifestatasi con il cambio di regime in Ucraina e il conflitto siriano - entrambi sostenuti dall’amministrazione Obama - si è intensificata raggiungendo punte drammatiche. La conclusione dell’inchiesta ci svela dunque un’altra drammatica verità.

Le forze liberal sempre pronte a presentarsi in America e nel resto del mondo - Italia compresa - come i paladini della pace e della verità minacciata dalle cosiddette “fake news” sono i primi a calpestare la verità e a trascinare il mondo sull’orlo della guerra se questo è funzionale ai propri interessi. E guarda caso lo scopriamo proprio nel ventesimo anniversario di quella guerra del Kosovo scatenata dal democratico Bill Clinton con la partecipazione di un’Italia governata dalla sinistra post comunista dell’allora premier Massimo D’Alema.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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