17:31 28 Gennaio 2021
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Un po’ di tempo fa ho vissuto a lungo in Algeria per motivi professionali e ci sono poi tornato diverse volte. Ho avuto anche la fortuna di potere girarla in lungo e in largo e credo di aver conosciuto quel paese abbastanza bene.

Come varietà di paesaggi è un posto meraviglioso. La costa è rocciosa e frastagliata ma vi sono anche spiagge, non molte ma belle, e il mare è generalmente limpido e pulito. In primavera le montagne che sovrastano la costa si riempiono di fiori multicolori e danno l’idea di cosa possa essere stato un paradiso terrestre. Più all’interno comincia un vasto altopiano che preannuncia, con i suoi cespugli di alfa-alfa, quel che verrà dopo: il deserto. Contrariamente a ciò che uno si immagina, la maggior parte di questa area sterminata non è sabbiosa ma montagnosa e pietrosa. Le oasi sono qualcosa di fantastico. Se ci si avvicina via terra (alcune hanno anche un aeroporto), dopo l’arsura psicologica che colpisce il viaggiatore a causa dei tanti chilometri percorsi in mezzo al nulla, il verdeggiare improvviso che si scorge dopo una curva della strada o scendendo da un dirupo è un vero sollievo per la mente. Man mano che ci si avvicina si comincia a sentire il rumore dello scorrere delle acque e si annuncia l’attesa frescura offerta dalle alte palme. Una volta entrati, si nota che la vegetazione sta su tre livelli: in alto, appunto, le palme, sotto gli alberi da frutta e, più sotto ancora, cespugli e orti. Durante l’inverno solitamente la popolazione vive nel villaggio adiacente l’oasi, ma in estate sono in tanti ad avere una costruzione, piccola o grande che sia, all’ombra delle piante, ove si ritirano per respirare l’aria più fresca.

In un Paese così bello, e per di più dotato di una cucina varia ricca e gustosa, ci si aspetterebbe di vedere un gran flussi di visitatori. La realtà, invece, è che ogni anno in Algeria arrivano molto meno turisti di quanti ne vadano nella più piccola Tunisia. Certamente ciò nasce anche dal fatto che il personale dell’hotellerie locale non ha il savoir-faire e la cultura turistica dei vicini ma dipende soprattutto dalle strutture ricettive che non sono ancora in numero proporzionato alla dimensione del Paese. Un ruolo non secondario è giocato anche dal carattere dell’algerino medio, sia esso arabo o berbero, che è generalmente meno duttile rispetto a quello degli altri maghrebini tunisini o marocchini. Il risultato è che le entrate dal turismo contribuiscono ancora in modo pressoché’ irrisorio al volume del prodotto nazionale lordo che è ancora centrato principalmente sui settori gas e petrolio e su quanto vi è connesso. Il sessanta percento del bilancio pubblico vi è debitore e gli idrocarburi rappresentano il 95% del valore delle esportazioni.

La disoccupazione è attorno al 12% e colpisce i giovani con una percentuale molto maggiore. Circa il 70 percento della popolazione algerina ha meno di trent’anni e ben il 44% è addirittura sotto i ventiquattro (Basti notare che negli anni sessanta la popolazione del Paese arrivava a malapena agli undici milioni, oggi supera i quaranta). La classe dirigente, al contrario, è ancora composta in gran parte da persone che hanno contribuito all’indipendenza del Paese dalla Francia (1962), o dai loro figli. Si tratta di una classe di persone mediamente ben preparata (molti di loro, paradossalmente, hanno studiato in Francia) che si rinnova cooptando le nuove leve solo al proprio interno. Dopo la fine della guerra civile, nel 1999, di scontri sociali importanti se ne erano avuti solo due: una rivolta in Cabilia nel 2001, soffocata nel sangue, e una protesta popolare contro l’aumento vertiginoso dei prezzi dei generi alimentari nel 2011.

Fino a che il prezzo mondiale del petrolio si è mantenuto ad alti livelli, la contestazione contro quelli che la gente chiama “le pouvoir” (o “le decideurs”) si è limitata a fatti episodici e sporadici e il sistema ha potuto reggere. Quando i prezzi del barile sono crollati, sono cominciati i guai per la tenuta finanziaria del Paese e il Governo ha dovuto porre ostacoli alle importazioni e alla spesa pubblica corrente. Son tornati quindi ad aumentare i prezzi dei generi di largo consumo e sono diminuite le possibilità di trovar lavoro. Ne consegue che i giovani vedono sempre meno la possibilità di mobilità sociale e, nella crisi, diventa più evidente il fossilizzarsi e il perpetuarsi delle stesse famiglie ai vertici del potere.

La formale ragione delle proteste di piazza di questi giorni è stato l’annuncio che il vecchio e malato Presidente Bouteflika di 82 anni avrebbe deciso di ricandidarsi ma, in realtà, il vero motivo che ha spinto migliaia di giovani (e non solo loro) a manifestare con pacifica determinazione è l’insofferenza verso quella classe dirigente che lo ha espresso e che, chiusa nei propri privilegi, non sembra più in grado di garantire il futuro. Bouteflika divenne Presidente per la prima volta nel 1999, alla fine della guerra civile, e fu l’uomo giusto per far riacquistare la pace sociale nel Paese. Uno dei suoi primi atti fu un’amnistia generale a favore di quei guerriglieri che non si erano macchiati di fatti gravi. È bene ricordare che la Guerra civile scoppiò quando i militari si impadronirono del potere tra il primo e il secondo turno elettorale nelle elezioni politiche del 1991. Quelle elezioni furono da loro annullate perché la vittoria stava andando al partito degli islamisti. Non che in quel momento tutti gli algerini fossero ridiventati fanatici religiosi: il voto di molti andò ai partiti islamici come forma di reazione allo strapotere del FLN, i cui esponenti già allora occupavano ogni spazio della società e nutrivano un sistema corruttivo che spogliava il resto dei cittadini di ogni speranza. Da quel momento, i militari hanno sempre costituito la cintura di sicurezza per il potere e la scelta di Bouteflika fu la garanzia di mediazione con loro e tra le diverse fazioni all’interno dell’oligarchia dominante. La soluzione ha funzionato per molti anni e ha consentito a chi aveva comandato di continuare a farlo con la copertura di una formale democrazia. I mezzi di comunicazione principali erano sotto controllo e i candidati al Parlamento o alla Presidenza erano scelti in modo che, pur sembrando concorrenti, chi doveva vincere avrebbe vinto e gli altri finivano con l’essere dei semplici sparring partner.

La decisione di Bouteflika (ma in realtà dell’oligarchia che l’ha espresso) di ritirare la candidatura potrebbe sembrare una vittoria della piazza contro il potere costituito ma, in realtà, è utile alla classe dirigente per guadagnare tempo. Qualcuno pensa che aver annullato la data delle elezioni senza fissarne una nuova serva per prolungare all’infinito il mandato dello stesso Bouteflika ma non è così. Si tratta di avere il tempo necessario affinché’ tra i membri del “pouvoir” si possa a scegliere a porte chiuse chi dovrà essere il nuovo Presidente. Tutti, sia i manifestanti sia i dirigenti, temono che si possano ripresentare le condizioni che portarono alla guerra civile e lo spettro di una situazione “alla siriana” viene agitato come uno spauracchio verso l’opinione pubblica ancora memore dei terribili anni novanta.

Anche se, nell’immediato, la calma sarà riportata nelle strade e le proteste cesseranno, a medio termine la soluzione sarà meno duratura che nel passato. Nella lotta contro il potere fossilizzato, considerata la composizione anagrafica della popolazione, gioca oggi un ruolo importante la “questione generazionale” cioè uno scontro tra “vecchi” che occupano il potere e non danno spazio alle nuove leve e i milioni di giovani che vogliono impadronirsi, com’è nella natura delle cose, della “loro” società.

Anche qualora la situazione economica dovesse stabilizzarsi con un nuovo aumento dei prezzi degli idrocarburi, la pressione dei milioni di giovani che si sentono esclusi e senza prospettive di avanzamento sociale continuerà a manifestarsi, in un modo o in un altro.

L’unica soluzione per garantire anche nel futuro un certo ordine sociale potrebbe essere quella di un vero e vasto rinnovamento dei vertici del potere con l’inserimento di figure nuove e sufficientemente credibili da dimostrare che il cambiamento è possibile. Rinascerebbe quindi la speranza di una certa mobilità sociale. La cosa non è tuttavia semplice perché significa che molti dovrebbero farsi da parte. Chi? Non è detto che qualcuna tra fazioni sia abbastanza forte da imporre la propria scelta a chi verrà eliminato senza provocare reazioni. Magari violente.

La nave Dattilo arriva nel porto di Valencia
© Sputnik . Alejandro Martinez Velez

La dirigenza algerina è da sempre ben preparata e ha saputo dimostrare una grande capacità politica, acompagnata dalla forza militare che ha garantito fino a oggi una certa pace sociale. Si tratta dei vertici del Partito FLN che aveva conquistato l’inidpendenza dalla Francia. Molti di loro hanno studiato all’estero, quasi tutti proprio in Francia. Parlano tutti un buon francese e, spesso anche inglese o russo. Si tratta di una classe dirigente con poco ricambiao e quello che avviene, per motivi anagrafici e, pressochè sempre una cooptazione all’interno dle partito. Quando per lunghi anni è sempre lo stesso gruppo di persone a gestire il potere e’ naturale che lo si senta come una cosa propria e se ne abusi anche senza rendersene conto. Molti algerini accusano i mebri del governo e del partito di corruzione e la cosa non si puo’ escludere. Il fatto è che con il metodo ustao il sistema e’ ingessato. Chi e’ membro dell’oligarchia dominante o un suo beneficiario non ha da lamentarsi, ma non è il caso della maggior parte della popolazione. Fino a che il denaro circolava con abbondanza si creavano anche opportunita’ di ascesa sociale ma quando la carenza di liquidita’ ha obbligato il Governo a stringere i cordoni della borsa, ridurre le importazioni di beni di consumo e lasciare che i prezzi di quelli di prima necessità aumentassero, allora il disagio e’ diventato piu’ manifesto. La stori della candidatura di Bouteflika e’ stato dunque il simbolo di questo immobilismo sociale, la certezza che l’oligarchia (detta localmente “le pouvoir” o “les decideurs”) avrebbe continuato a garantire se stessa cooptandosi solo als suo interno.

Il fatto che gli alti vertici militari ne facciano parte e che (come succedeva in Egitto anche con Moubarak) fossero garantiti nei loro privilegi durante e dopo il servizio dovrebbe garantire che eventuali disordini restino isolati e che la soluzione adottata di ricercare un nuovo candidato del potere possa mettere fine alle contestazioni. Personalmente non ne sarei però così sicuro perché la somma di disoccupazione, scarsa mobilita’ sociale e di un grande numero di giovani che legittimamente aspirano a conquistare il proprio posto nella società e’ la miscela piu’ idonea a provocare contrapposizioni e magari anche conflitti profondi e duraturi. Anche qualora la classe dominante riuscisse a tacitare i dimostranti con l’escamotage del ritiro di Bouteflika e potesse trovare un suo sostituto che garantisca altrettanto con efficacia l’equilibrio tra le fazioni interne, non è detto che le lezioni si svolgeranno tranquillamente con il risultato desiderato. Soprattutto non e’ detto che, anche superato quello scoglio, non si ripresentino altri motivi, sempre piu’ frequenti di contestazione.

La cucina è ottima e molto varia ed è certamente la piu’ gustosa di tutto il nord-Africa. L’algerino medio ha origini arabe o berbere.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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