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06:35 19 Luglio 2019

Imane Fadil, l’unico veleno era quello del politicamente corretto

© AFP 2019 / Olivier Morin
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Gian Micalessin
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Per giorni i maestrini della stampa democratica hanno tentato di mettere in piedi una storiella, priva di qualsiasi riscontro, in cui s’ipotizzava un’alleanza Berlusconi-Putin per far fuori una testimone scomoda. Ma sono inciampati in una colossale bufala.

Ora è finita. Ora sappiamo con sufficiente certezza che la povera ex modella marocchina Imane Fadil non è stata avvelenata né con il plutonio, né con il cobalto, né con qualche altro diabolico veleno uscito dagli arsenali della malvagia Russia.

“Dalle prime analisi sui campioni dei tessuti degli organi prelevati a Fadil, una delle testimoni del processo Ruby, annunciava ieri l’Ansa - non è emersa alcuna evidenza macroscopica di radioattività. In base all'esito delle analisi appare "sempre più improbabile" che Fadil sia stata "contaminata da sostanze radioattive”.

Eppure per giorni abbiano dovuto sorbirci la grancassa dell’informazione politicamente corretta pronta a subissarci con le supposizioni di un improbabile pista russa. Non esisteva nessuna prova, nessuna certezza, nessuna ipotesi medica, ma i signori o meglio i rimesta-fango del giornalismo italiano, i maestrini sempre pronti a rimproverare agli altri l’utilizzo delle “fake news” si sono infilati in quella spudorata bufala a testa bassa.

“Imane, che svelò il bunga bunga: avvelenata con il cobalto” - titolava Repubblica. E nell’occhiello tanto per non tralasciare nulla aggiungeva. “Giallo nel caso Ruby, muore la teste chiave nei processi contro Berlusconi: un mese di agonia prima della fine. Gli esami rivelano: uccisa da un mix di sostanze radioattive. Il pm indaga per omicidio volontario”.

Marco Travaglio si spingeva ancora più in là.

“I testimoni B. di solito li compra, non li ammazza. ...Ma purtroppo – scriveva il Direttore de “Il Fatto Quotidiano” – nessuno può escludere che c’entrino i vari ambienti criminali che lo circondano da quasi mezzo secolo, da Cosa Nostra alla massoneria deviata, dal sottobosco del’eterna Tangentopoli ai gigli ci campo di Putin”.

L’occasione era ghiotta e irrinunciabile. Speculando sulla morte della poveretta potevano in un colpo solo ritirare in ballo Silvio Berlusconi, le Olgettine, le fantasie del bunga bunga e le descrizioni a tinte hard di Arcore. Ma soprattutto potevano aggiungervi un epilogo macabro e inquietante in cui il colpo di coda del malvagio Cavaliere si nutriva dell’immaginaria, ma evocata complicità di Vladimir Putin. Nei puntini di sospensione, nelle elucubrazioni non scritte, nelle evocazioni fatte trapelare dai professionisti del giornalismo in salsa “fantasy” la trama del farneticante giallo emergeva chiara ed evidente.

La ragazza marocchina  Ruby Rubacuore
© AP Photo / Antonio Calanni
La ragazza marocchina Ruby "Rubacuore"

Silvio Berlusconi pur di non veder testimoniare in tribunale la povera Imane, pur di non veder dimostrata la propria colpevolezza si sarebbe rivolto al signore del male per eccellenza, al nemico dell’Europa e della democrazia. Avrebbe insomma chiesto all’amico Vladimir di mettergli a disposizione killer e pozioni già usate per far fuori - almeno nell’immaginario del politicamente corretto - l’ex spia russe Alexander Litvinenko e per tentare di eliminare Sergei Skripal e la figlia Yulia. Così con un colpo solo, o meglio con un unico veleno, il giornalismo all’amatriciana sperava di mettere a segno un altro colpo alla credibilità del Cavaliere e della Russia.

Peccato che il giochino non abbia funzionato perché nell’ansia di scrivere quel che la bile suggeriva hanno dimenticato di verificare la realtà. Insomma hanno trasformato in presunta informazione i loro più reconditi sogni e immaginari politici. L’unico veleno del caso Fadil resta insomma quello di cui hanno intriso i loro articoli.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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