04:01 27 Giugno 2019
Brexit

Brexit, una corsa contro il tempo

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Opinioni
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Marina Tantushyan
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L’odissea della Brexit continua e diventa uno dei temi principali delle ultime settimane. La Camera dei Comuni di Gran Bretagna ha respinto l'accordo sull'uscita dall'Unione europea presentato da Theresa May, ma ha anche detto no a un'uscita senza accordo. Questo significa niente Brexit il 29 marzo e la possibilità di uscire dall’Ue il 30 giugno.

Ora l’Ue dovrà decidere se accogliere la richiesta britannica durante il prossimo Consiglio europeo. Per concedere l’estensione prevista dall’articolo 50 serve un voto unanime da parte dei 27 stati membri. 

Angela Merkel
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Cosa accade dopo l’ennesima bocciatura? Quale potrebbe essere l’impatto internazionale di una hard Brexit? Per parlarne Sputnik ha raggiunto il docente del Dipartimento di Scienze Politiche presso la Luiss Domenico Maria Bruni.

— Professore Bruni, perché tutto di nuovo è andato storto con la Brexit? Chi dovrebbe prendere la responsabilità per non aver realizzato questo “progetto” nei tempi previsti?

— Ancora non è saltato niente in aria definitivamente. La situazione attuale è la seguente: non c’è nessun accordo approvato però il parlamento britannico ha approvato un emendamento in base al quale il governo si impegna a chiedere una proroga delle trattative all’Unione Europea. Il problema a questo punto diventa politico, cioè la questione numero uno: in che modo risponderà la Commissione Europea? Accoglierà la proroga o meno? Seconda domanda: qualora l’Ue dovesse accogliere la proroga, che il governo britannico dovrebbe chiedere in maniera quasi automatica, di quanto tempo sarà questa proroga? Ovviamente cambia molto se la proroga è di soli 3 mesi, come all’inizio si pensava sarebbe stato, perché in questo caso si andrebbe alla scadenza di fine giugno e questo scenario ha delle conseguenze ben precise. Diverso invece il caso se si fanno una scadenza più lunga, di un anno, un anno e mezzo. Questo rimetterebbe in gioco molte cose che sembravano già stabilite. Al momento tutto è veramente indecifrabile.

— La premier britannica Theresa May è pronta a chiedere un rinvio della data di uscita del Regno Unito all'Unione europea. C'è un modo di uscire da tutto questo caos con dignità? 

— Dipende da quale punto di vista. Dal punto di vista dell’Unione Europea questo problema non è di Bruxelles perché la posizione dell’Ue sarebbe quella di aspettare e vedere cosa i britannici riusciranno a fare. Dal punto di vista del governo May, oramai la situazione è talmente deteriorata che prima o poi, in questo caso più prima che poi, il primo ministro britannico dovrà necessariamente dimettersi e a quel punto si aprirà la partita della successione della guida del partito conservatore e quindi anche del governo. 

— Nel frattempo Bruxelles insiste sul fatto che nel caso di un prolungato rinvio della Brexit, il Regno Unito dovrebbe prendere parte alle elezioni al Parlamento europeo. È una cosa fattibile dal punto di vista tecnico e soprattutto politico?

— Nel caso in cui venga propagata la scadenza del 29 marzo, la Gran Bretagna continua ad essere a tutti gli effetti membro dell’Unione europea. La campagna elettorale per il Parlamento europeo non è ancora iniziata, liste non sono state ancora presentate. Quindi dal punto vista del tempo la partecipazione di Gran Bretagna è tecnicamente possibile. Però ovviamente dal punto di vista politico, dell’immagine, è una situazione un po’ paradossale perché nel momento in cui si sta discutendo per una soluzione per uscire dall’UE, la Gran Bretagna partecipa alle elezioni per il rinnovo del parlamento europeo.

— Secondo alcuni analisti, la prima vittima di un divorzio “hard” sarebbe proprio il Regno Unito. Per esempio, si prevede un forte deprezzamento della sterlina, condivide questo parere?

— Sicuramente nel breve periodo le conseguenze negative ci saranno e la sterlina subbierà attacchi speculativi. Però in realtà la vera scommessa della Brexit ci gioca nel medio e lungo periodo. Direi che per valutare al pieno l’impatto economico della Brexit bisogna aspettare qualche anno.

— Comunque, secondo le Sue stime, quale potrebbe essere l'impatto di una Brexit sui Paesi Ue e il costo complessivo del divorzio?

— Nel momento in cui verrà (se verrà) approvato un accordo sull’attivazione dell’art.50 tra Bruxelles e Londra, si arriverà dopo alla fase di transizione che durerà per al meno due anni. In quei 2 anni si dovranno ratificare nel dettaglio tutti gli accordi specifici sulle singole questioni. Quindi, soltanto in quel momento sarebbe possibile valutare quali sono i guadagni e le perdite dal punto di vista dell’Unione Europea. Altra cosa sono le conseguenze politiche. Qui tutto dipenderà se la Brexit sarà un`esperienza di successo o meno. Il fatto che la Gran Bretagna venga fortemente indebolita economicamente, ovviamente rafforzerà la coesione dei paesi europei. Se invece la Brexit dovrebbe risultare un esperimento di successo anche dal punto di vista economico per Londra, a quel punto, si potrebbero quasi sicuramente mettersi in azione altre forze centrifughe che metterebbe al rischio la tenuta dell’Ue.

— Nel 2017 l’export made in Italy verso il mercato britannico è stato di 23 miliardi di euro. Quali ripercussioni la hard Brexit può determinare per l’economia italiana?

— Dal punto di vista economico l’Italia è messa meglio di altri paesi europei. Nel senso che la bilancia commerciale tra l’Italia e la Gran Bretagna è favorevole all’Italia. Però anche in questo caso bisogna vedere come si riscriveranno gli accordi durante la fase di transizione.

— E cosa succederà con gli immigrati italiani dopo l’uscita del Regno Unito?

— Per quanto riguarda i nostri connazionali in Gran Bretagna, il deal che è stato raggiunto tra Londra e Bruxelles, garantiva in maniera abbastanza ampia il rispetto dei diritti dei cittadini europei, residenti in Gran Bretagna (quindi anche degli italiani). Bisogna vedere se appunto quello che è stato deciso con il deal già due verrà mantenuto nelle fasi successive delle trattative o si rifarà tutto da capo.

— Come cambierà il volto dellEuropa dopo il divorzio con la Gran Bretagna? Vorrei citare il leader del nuovo partito euroscettico, Il Brexit Party, Nigel Farage che in una sua recente intervista alla Repubblica sostiene che la Brexit è solo l’inizio. “In Europa sono tutti preoccupati per la Brexit. Ma dopo la nostra uscita dall’Ue, il vero problema a Bruxelles lo avranno con l’Italia. E sarà molto più grande”. Come commenterebbe queste parole di Farage?

— Non ho sinceramente capito perché, secondo Farage, l’Italia deve essere il più grande problema dell’Europa. La retorica pubblica dei partiti che adesso governano in Italia è già molto diversa rispetto alla retorica che avevano quando erano all’opposizione: non parlano più dell’uscita dall’euro nemmeno dell’uscita dall’Europa. Il problema dell’Europa è di stabilire il modo come rilanciare sé stessa, una volta chiusa la trattiva con la Gran Bretagna. La vera partita riguarda come le élite europee decideranno di ripensare sé stessi: il proprio ruolo e il ruolo dell’Europa. Il discorso è di capire se la trattativa per la Brexit rappresenta un punto di cesura rispetto al passato che consentirà rilanciare integrazione europea oppure un punto di chiusura perché applica una nuova fase di sempre maggiore protagonismo degli stati nazionali all’interno dell’Unione. Questa è la vera questione sul tavolo.

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