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06:43 23 Luglio 2019

Nuova Zelanda, non confondiamo follia e terrorismo

© REUTERS / Mark Mitchell/New Zealand Herald
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Gian Micalessin
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La strage di musulmani innocenti è un atto aberrante. Ma qualcuno cerca di usarla per ridimensionare le minacce del terrorismo islamista e dell’immigrazione fuori controllo spostando l’attenzione sul presunto dilagare di islamofobia e razzismo.

Ci siamo. Ora la terribile strage d’innocenti fedeli musulmani messa a segno in Nuova Zelanda da un psicopatico invasato minaccia di dar vita alla bufala del terrorismo suprematista. Una bufala assai cara a chi vorrebbe ridimensionare minacce reali come il terrorismo islamista e l’immigrazione fuori controllo per puntare il dito sul presunto dilagare di islamofobia e razzismo. Il tentativo è palesemente infondato. Brenton Tarrant è, e resta, un individuo isolato privo di legami con gruppi armati o formazioni politiche pronte ad appoggiarlo o a propagandare il suo gesto. Esattamente come lo erano Anders Breivik, il norvegese autore nel luglio 2011 della strage di Utoya a Oslo, l’italiano Luca Traini entrato in azione a Macerata per vendicare Pamela Mastrogiacomo o il canadese Alexandre Bissonette autore di una strage nella moschea di Quebec City. Per quanto abbietti e devastanti i loro gesti, le loro azioni e i loro deliri non possono essere definiti un pericolo globale perché mancano di una struttura organizzativa e di un collante concreto. Le loro azioni se pur abbiette e sanguinarie hanno poco a che vedere con la sistematicità e la continuità operativa di organizzazioni terroristiche come Al Qaida o l’Isis.

Organizzazioni che oltre ad esser guidate da un leader conclamato - come Osama Bin Laden prima e Abu Bakr Al Baghdadi poi - vantano compagini ben definite e motivazioni basate non sul delirio personale, ma sui fondamenti religiosi del Corano. Ma la pretestuosità di chi vuol sostituire il pericolo del terrore islamista con la fola di una pervasiva e diffusa violenza suprematista è ancor più lampante se guardiamo alle dimensioni. L’Isis all’apice della sua attività mobilitò cinquemila militanti europei e almeno trentamila jihadisti nel resto del globo convincendoli a raggiungere i territori del cosiddetto Califfato. A questi vanno aggiunti migliaia di militanti iracheni e siriani e una rete di sostenitori e simpatizzanti presente, ancora oggi, sia nei territori europei che nel resto del mondo. Per non parlare di quell’enorme bacino di potenziali sostenitori rappresentato dai fedeli dell’Islam più radicale come wahabiti, salafiti e militanti della Fratellanza Musulmana.

Nulla che vedere quanto a dimensioni con il suprematismo bianco che seppur rumoroso e urticante grazie soprattutto ad una diffusa presenza sul web non ha dei leader riconosciuti ed è ben lontano dal proporre un progetto di lotta armata a livello globale. Anzi se vogliamo Isis e Al Qaida sono i prototipi cui si ispirano i vari Brenton Tarrant quando il loro delirio si trasforma in autentica azione armata. Mutuando l’esempio dei lupi solitari della jihad abituati a postare su internet il loro testamento o il loro giuramento di fedeltà allo Stato Islamico anche Brenton Tarrant e Breivik hanno affidato alla rete una sorta di manifesto in cui spiegano le ragioni del proprio gesto.

La trasmissione in diretta Facebook del massacro di Christchurch è chiaramente un tentativo di emulare gli orrori comunicativi dell’Isis sempre attento a trasformare decapitazioni e altre nefandezze in messaggi di propaganda. Dagli stragisti dell’Isis Tarrant ha mutuato anche motivazioni e linguaggio. Se i militanti del jihad globale ripetono di voler vendicare i musulmani uccisi dalle bombe occidentali l’australiano è convinto di dover vendicare una razza bianca sull’orlo dell’estinzione, minacciata dall’invasione di masse musulmane pronte a sottometterla e dominarla. Ma le analogie per fortuna si fermano qui.

Per mettere fine alle stragi di Al Qaida e dell’Isis il mondo ha combattuto, e continua a combattere, guerre lunghe e sanguinose che hanno aggiunte migliaia di vittime a quelle causate dagli attentati jihadisti. Per sconfiggere la follia dei vari Breivik e Tarrant e fermare sul nascere eventuali replicanti basteranno maggiori e più stringenti controlli su quella rete internet e su quei canali social diventati il nuovo invisibile Califfato attraverso cui si propagano e si diffondono follia e violenza.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Anders Breivik, Attentato, Al Qaeda, ISIS, Terrorismo, Nuova Zelanda
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