21:43 21 Maggio 2019
Bandiere Cina USA

L'Italia al bivio tra Cina e Stati Uniti

© AP Photo / Andy Wong
Opinioni
URL abbreviato
Giulio Virgi
977

In un clima per certi versi surreale, l’Italia sembra sul punto di modificare sensibilmente la propria postura internazionale. Potrebbe succedere, infatti, qualora, contro l’avviso americano, le autorità di Roma sottoscrivessero in occasione della prossima visita del presidente Xi Jinping il Memorandum d’Intesa concernente l’ingresso italiano nelle cosiddette “vie della seta”.

Il grosso del dibattito in corso nel Bel Paese pare fraintendere, e grossolanamente, i veri termini della questione. In gioco, infatti, non ci sono investimenti importanti – lo stesso Sottosegretario Michele Geraci che gestisce il dossier parla di uno-due miliardi di euro al massimo – né straordinarie prospettive di sviluppo per l’export italiano verso la Repubblica Popolare. È in effetti improbabile che dagli accordi in via di perfezionamento possa discendere un vero boom delle esportazioni italiane verso Pechino. E anche se si verificasse, è noto che gli americani sono spesso comprensivi con chi fa affari alla loro maniera. Una controprova è la circostanza che Germania e Francia intrattengano intensi rapporti economici con la Cina senza che questo, almeno per ora, costituisca un grande problema per Washington, ingresso di Huawei nelle infrastrutture legate al 5G a parte.

La vera questione è invece il trattato informale di natura politica, che costituisce la cornice entro la quale s’inseriranno tutti gli altri accordi di dettaglio, pare siano una cinquantina, tra i quali ci sono anche quelli che riguardano la collaborazione italo-cinese nello spazio, nella ricerca scientifica e tecnologica e l’apertura dell’Italia all’e-commerce cinese.

Il Memorandum d’Intesa, sul quale peraltro la diplomazia italiana è al lavoro per cercare di ottenerne l’annacquamento, conterrebbe l’accettazione e condivisione dei valori cui si uniforma la concezione cinese della globalizzazione. Proprio ciò contro cui si accanisce attualmente l’amministrazione statunitense in carica, che sta puntando direttamente al rallentamento dello sviluppo economico e del progresso tecnologico della Repubblica Popolare. Quella di Roma sarebbe quindi una scelta di campo, che maturerebbe oltretutto in un momento nel quale il contenimento della Cina è divenuto per l’America una questione di vita o di morte.

A renderlo recentemente tale è stato lo shock subìto dagli americani in seguito alla scoperta del vantaggio inaspettatamente conquistato dai cinesi nel campo delle applicazioni civili collegate alla gestione dell’Internet of Things e all’intelligenza artificiale. Insieme al successo ottenuto da Pechino con l’atterraggio di una propria navicella spaziale sulla faccia nascosta della Luna, questa sorpresa ha infatti fatto scattare a Washington l’allarme rosso, mitigando persino le tradizionali preoccupazioni statunitensi per le aperture frequentemente fatte dall’Italia nei confronti della Russia.

Gli Stati Uniti hanno quindi iniziato ad esercitare pressioni significative, prima inviando loro funzionari a Roma, poi incaricando l’ambasciatore Lewis Eisenberg di spiegare ai più autorevoli membri del governo italiano cosa sia in gioco. Da ultimo, dopo la visita in America fatta da Giancarlo Giorgetti (e la cancellazione di quella da lungo tempo in gestazione di Matteo Salvini), l’amministrazione americana è passata apertamente alle minacce. In un tweet molto pesante, ad esempio, il National Security Council ha parlato di inevitabile “danno reputazionale globale” per l’Italia in caso di sua entrata nella Belt and Road Initiative cinese.

Non tutti hanno compreso in Italia chi o cosa potrebbe compromettere l’immagine del Bel Paese. Proprio per questo motivo, a stretto giro di posta, il Dipartimento di Stato americano ha contattato l’inviato negli States de La Stampa, forse il quotidiano italiano storicamente più legato a Washington, per fargli sapere che l’Italia non aveva ancora pagato alcuni degli F-35 acquistati dalla sua aeronautica militare.

Si è parlato di un debito di mezzo miliardo di dollari non ancora onorato, una somma in realtà superiore a quella effettivamente dovuta, pari a 390 milioni circa, già giacenti nel sistema bancario americano. Il governo di Roma li starebbe sbloccando. Ma il messaggio e i suoi intenti sono chiari.

In caso si andasse avanti, la prossima volta a colpire la reputazione italiana potrebbe magari essere un tweet dello stesso Donald Trump. Non è difficile immaginare che ne conseguirebbe una forte revisione al ribasso del merito di credito della Repubblica Italiana da parte delle maggiori agenzie internazionali di rating. Gli effetti sarebbero drammatici, potenzialmente catastrofici, dal momento che Roma deve reperire proprio sui mercati finanziari internazionali i circa 400 miliardi di euro che le occorrono ogni anno per “servire” il proprio debito sovrano. Non ci potrebbe più riuscire, se Moody’s o Standard & Poor’s affibbiassero una tripla C ai titoli di Stato italiani, precludendo legalmente a molti investitori istituzionali l’acquisto dei bond di Roma.

Sembra in effetti difficile che questi miliardi li fornisca all’occorrenza la Cina, per la quale le vie della seta debbono essere un volano di influenza politica e proiezione economica, non certamente un vettore della loro cooperazione allo sviluppo e sicuramente neppure la sorgente di un impegno economico assistenziale di questa magnitudine.

L’Italia resterebbe quindi sola, priva di alleati, attaccato dal suo principale punto di riferimento, in balìa anche di quelle forze europee che non vedono l’ora di disfarsi dell’attuale governo giallo-verde salito al potere l’anno scorso. A Roma, si vivono momenti drammatici. Anche se non sono moltissimi coloro che se ne rendono conto.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Correlati:

La Lukoil rinvia la vendita della raffineria di petrolio Isab in Italia
L'Italia pagherà agli USA 389 milioni di euro per i lotti F35 ancora in sospeso
Italia-Cina, Palazzo Chigi: massima attenzione a difesa interessi nazionali
La crescita “anemica” dell’Italia secondo Moody’s
Tags:
F-35, Commercio, Economia, Huawei, Xi Jinping, Donald Trump, USA, Cina, Italia
RegolamentoDiscussione
Commenta via FacebookCommenta via Sputnik