19:14 10 Dicembre 2019
Proteste agricoltori in Sicilia

Pastori e agricoltori siciliani uniti contro i "politici fantocci delle multinazionali"

© Sputnik . Clara Statello
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Non hanno versato latte né sacchi di grano, i pastori e i contadini siciliani, in protesta sabato 9 marzo al porto di Catania, in un servizio del corrispondente di Sputnik Italia.

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Proteste agricoltori Catania
«Questa volta getteremo in mare questo pupazzo che rappresenta i politici ridotti a fantocci delle multinazionali» con queste parole il vice Presidente dell'Unione Allevatori Siciliani, Carmelo Galati, ha aperto il presidio. Un presidio di circa tremila partecipanti, provenienti da tutta la Sicilia, tra allevatori, agricoltori, rappresentati del comparto ittico e studenti catanesi, che appoggiano il nascente movimento. Una manifestazione «promossa dall'Associazione "Unione Allevatori Sicilia" con lo scopo "di sensibilizzare i consumatori a scegliere prodotti italiani e soprattutto made in Sicily, a tutela del loro valore dignitoso, poiché, attualmente, prodotti e produttori sono massacrati dall'ingresso di troppi alimenti "anonimi" a basso costo, con conseguente ricaduta negativa in termini economici e di salute" e di evidenziare "le lentezze burocratiche e l'inefficienza riguardo l'elargizione dei contributi Comunitari e dell'uscita di nuovi bandi, da parte della nostra Regione".

Protestano contro la concorrenza che viene dall'estero, che definiscono sleale sia perché approfitta di una fiscalità più vantaggiosa e di costi del lavoro inferiori, sia perché introduce alimenti di qualità scadente e non controllati. Contro la grande distribuzione che, approfittando della concorrenza, impone dei prezzi insostenibili per l'attività agricola. Contro l'Unione Europea che al suo interno "consente la concorrenza sleale, tollerando situazioni, come quelle dei paesi dell'est, in cui i braccianti vengono pagati 7 euro al giorno, 200 al mese, che non controlla i porti permettendo l'ingresso nel nostro paese di prodotti di bassa qualità o che, peggio ancora, contengono sostanze cancerogene come i glisofati" dice al megafono Placido Iodicello, allevatore messinese.

Chiedono di potersi confrontare con le istituzioni direttamente, "senza le associazioni di categoria che hanno sottoscritto quegli stessi accordi che stanno distruggendo il settore". Chiedono alla Regione il sostegno dei fondi PSR, per poter ridare aria al settore. L'agricoltura, la pastorizia, la pesca, rischiano di morire, e di trasformare l'isola in un importatore di prodotti alimentari di scarsa qualità. Eventualità che non avrebbe ripercussioni a carattere esclusivamente regionale. "Il nostro grano duro finisce in Tunisia. Noi usiamo quello dei paesi dell'est", ci dice un agricoltore dell'ennese.

Per queste ragioni, la difesa della dignità lavoro e della qualità siciliana, le parole d'ordine utilizzate per convocare al porto di Catania i tremila produttori, sono state «basta umiliare la nostra produzione». Una mobilitazione che è iniziata sull'onda delle proteste dei pastori sardi dello scorso febbraio. Anche i pastori siciliani avevano cominciato a versare per le strade litri e litri di latte. Le proteste iniziate spontaneamente, in ogni parte della Sicilia, avevano portato all'organizzazione di due giornate di protesta lo scorso febbraio: il 15 a Poggioreale (TP), per la Sicilia Occidentale, e il 17 febbraio nell'area industriale di Dittaino (EN), per la Sicilia centro-orientale». In quell eoccasione i pastori avevano sparso sull'asfalto circa 5000 litri di «oro bianco», perché tanto a 62-65 cent a litro quel latte "era già buttato". Se nel 2016 un litro di latte costava tra i 65 e i 67 cent di euro adesso è sceso ad un livello insostenibile per gli allevatori. La concorrenza internazionale e le cattive condizioni delle vie di comunicazione in Sicilia, rischiano di danneggiare irreparabilmente il settore siciliano, un settore che fornisce circa il 10% del prodotto nazionale e che conta 10mila allevamenti zootecnici bovini e o ovi-caprini in tutta la regione. In poche parole: una bomba ad orologeria.

Nel frattempo erano intervenute le organizzazioni di categoria, a difendere i prezzi e la qualità. Salvatore Maimone, direttore della Cia Enna, aveva dichiarato:

«C'è tanto malumore, stanno nascendo tanti comitati spontanei di protesta, in questa lotta dobbiamo essere tutti coinvolti. C'è un divario non più sostenibile tra costi e ricavi, il prezzo del latte è ai minimo storici, 64-65 centesimi al litro. Colpa anche di una rete viaria da terzo mondo, che costringe a fare prezzi sempre più bassi per non far scappare gli acquirenti, che devono affrontare un calvario per venire a prendersi il latte, e il trasporto è a carico di chi compra. Oltre a questo, enormi difficoltà. Non ci sono per i nuovi bandi del PSR per le indennità compensative, un sostegno di vitale importanza per centinaia di aziende. Bandi riservati a chi, come noi, opera nelle zone svantaggiate e montane, dovrebbero avere una cadenza annuale, mentre l'ultimo risale al 2017».

La Presidenza della Regione aveva aperto un tavolo con le associazioni di categoria Associazione italiana allevatori, Coldiretti, Confagricoltura, Cia e Copagri. Un tavolo a cui lo zoccolo duro dei pastori in rivolta ha riufiutato di prender parte. Un tavolo arrivato troppo tardi, perché la miccia si era già innescata. Gli agricoltori del Belice, un'area che non si è mai del tutto ripresa dal terribile terremoto degli anni '80, si sono uniti ai pastori irriducibili, gettando per strada sacchi di grano il cui prezzo è crollato a 17 centesimi al chilo. Prezzi che non permettono il margine di profitto necessario a riprodurre l'attività economica se non addirittura inferiori ai costi di produzione.

Questo è il percorso che ha portato all'alleanza fra agricoltori e allevatori. Se è vero che alcuni comitati di allevatori si sono dissociati dalla manifestazione, perché vogliono intervenire nel tavolo tecnico, è anche vero il movimento ha avuto l'adesione del comparto ittico-armatori e degli studenti. Cosa che fa pensare a un possibile contagio ad altri settori, penalizzati da scelte politiche e geostrategiche che non valorizzano le attività economiche dell'isola. Già a Licata, lo scorso gennaio, i produttori, la "Sicilia del Fare", sostenuta da studenti e società civile, erano scesi per strada contro le trivelle, per promuovere una politica di valorizzazione dei territori e delle attività locali, per il rilancio dell'economia e il ritorno dei tanti emigrati, spesso laureati, spesso lavoratori specializzati o imprenditori costretti ad abbandonare la propria attività per mancanza di prospettive e ritorni economici. Sotto accusa non solo le politiche energetiche e geostrategiche che sinora hanno penalizzato il settore agrozootecnico e ittico, creato disoccupazione e disastri ambientali, come lamentano i siciliani, ma anche le infrastrutture, la rete stradale e ferroviaria, inadeguate sia alle esigenze di una produzione economica moderna e avanzata. I siciliani inizieranno a indossare i gilet gialli? È presto per dirlo. Ma sicuramente sta nascendo una resistenza sociale volta a difendere il territorio, con una sensibilità per l'ambiente, le agricolture biologiche, che propone un nuovo modello economico, più naturale, più sostenibile che coniughi modernità e identità, cultura siciliana. Staremo a vedere: la rabbia è tanta, come la voglia di riscatto, e la primavera è alle porte.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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