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10:23 17 Settembre 2019
Bandiera italianaL'esposizione Viaggiano lungo la Via della Seta: una via antica al mondo moderno al museo della storia natura a Los Angeles, California.

Via della Seta, vantaggi e rischi per l’Italia

CC BY-SA 2.0 / Elliott Brown / Lungo Lario Manzoni, Bellagio - Italian flag © AFP 2019 / FREDERIC J. BROWN
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Che la Cina punti sull’Italia, acquistando intere compagnie e investendo nel Paese, è un fatto noto. Dall’altra parte un’Italia sempre più aperta verso il gigante asiatico, in prima fila nel colossale progetto Bri (Belt&Road Initiative) fa preoccupare gli Stati Uniti che non esitano ad esercitare pressioni su Roma.

Sono sempre più intensi i rapporti commerciali italo-cinesi. Battezzata nei giorni scorsi, Costa Venezia è la prima nave italiana creata appositamente per il mercato cinese ed è uno dei tanti progetti commerciali che legano l’Italia alla Cina. L’Italia inoltre sarebbe pronta a firmare il memorandum per aderire alla Via della Seta e la prossima visita nel Belpaese prevista per fine marzo del presidente cinese Xi Jinping potrebbe segnare una svolta nei rapporti fra i due Paesi.

Non tardano ad arrivare le pressioni su Roma dagli Stati Uniti, preoccupati dall’adesione dell’Italia alla Belt&Road Initiative, una minaccia per la leadership mondiale degli americani. Che ruolo potrebbe avere l’Italia nel grandioso progetto cinese? Quali sono i vantaggi, ma anche i rischi legati alla Via della Seta? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in merito Renzo Cavalieri, docente di diritto cinese all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

- Parliamo dei rapporti commerciali italo — cinesi. Professore Cavalieri, quali son le maggiori opportunità per l'Italia?

— Rapporti commerciali vuol dire tante cose: innanzi tutto c'è il rapporto commerciale in senso stretto, ovvero vendere e comprare. Per l'Italia, la Cina è un partner commerciale fondamentale come mercato di sbocco per tutta una serie di prodotti, non solo quelli che si sentono di solito come la moda ed il design, ma molto di più, come meccanica e tecnologie. In questo momento quindi la Cina è un mercato di grande importanza, ed è anche un mercato importante da cui acquistare beni per cui molte aziende italiane hanno dei fornitori cinesi nei più vari settori.

Un uomo cinese nel padiglione italiano all'EXPO 2010
© Sputnik . Валерий Мельников
Poi abbiamo il piano delle relazioni commerciali in senso un po' più ampio, inteso anche come investimenti reciproci. Per le aziende italiane che investono in Cina vi è l'interesse a partecipare alla crescita economica di questo grande Paese. Per le aziende cinesi che investono in Italia, il nostro Paese è un punto di sbocco sia dal punto di vista commerciale che strategico rispetto ai mercati evoluti europei. Mi sembra quindi di poter dire, in sostanza, che le relazioni commerciali tra Italia e Cina sono in questo momento molto buone, dal punto di vista trade sono eccellenti, mentre dal punto di vista degli investimenti, adesso magari ne pariamo meglio…

- Ecco appunto, per quanto riguarda gli investimenti sappiamo che quelli cinesi in Italia sono tanti, ci sono però anche dei rischi e dei pericoli… Qual è quindi la sfida da questo punto di vista?

— Gli investimenti cinesi in Italia sono stati di tipo diverso in settori molto diversi l'uno dall'altro ed anche da parte di imprese sia pubbliche sia private. L'aspetto positivo degli investimenti cinesi in Italia è che sono degli investimenti di lungo periodo, cioè l'investitore cinese non è più quello di venti anni fa che mirava ad acquisire nuove tecnologie per potersele portare a casa, ma è un investitore che investe per una presenza in Europa di lungo periodo.

Il caso che io propongo spesso è quello del gruppo Ferretti che è stato acquistato circa cinque anni fa da una impresa statale cinese. L'azienda produceva yacht, l'impresa cinese ha risanato i debiti mantenendo tutto in Italia, quindi le strutture ed i dipendenti pagando le tasse. Questo ha dimostrato che anche un'azienda come il gruppo Ferretti, fortemente indebitata, parliamo di circa 600 milioni di debiti, possa essere favorita dall'avere uno shareholder cinese, il quale garantisce l'accesso ai mercati a cui l'azienda italiana non era in grado di arrivare da sola.

Il problema principale degli investimenti cinesi è l'integrazione dopo l'acquisizione: la Cina è un Paese molto diverso dall'Italia ed i manager cinesi sono molto diversi e magari conoscono poco la lingua e la cultura italiana. Se lei invece come rischio intendeva quello di essere "comprati" dai cinesi, io questo francamente non lo vedo.

— Perché?

— L'Italia è un Paese aperto con un mercato aperto, ed è qui il suo vantaggio. Quindi gli investitori, purché rispettino le regole e facciano l'interesse del governo nazionale come nell'esempio appena fatto, non costituiscono rischi. Diverso è il caso di interessi molto specifici, diciamo strategici per il Paese, che possono essere quelli militari, energetici, le comunicazioni e così via, dove non bisogna comunque, a mio parere, chiudere la porta, ma bisogna disciplinare un minimo gli investimenti. Questo riguarda non solo gli investimenti cinesi, ma tutti.

- Lei prima citava l'esempio delle tecnologie italiane, quindi secondo lei non c'è il rischio che la Cina comprando intere compagnie e firmando contratti importanti con l'Italia possa appropriarsi del know how italiano?

Una giovane spettatrice alle Universiadi di Krasnoyarsk 2019
© Foto : Media GD Universiade Krasnoyarsk 2019
- Non è un rischio, è una certezza! Una volta che un'azienda cinese acquista una italiana che ha delle tecnologie, queste vengono acquisite dai cinesi. Bisogna capire se questo sia negativo in assoluto o magari che l’imprenditore italiano dell'azienda incassi denaro e così potrà sviluppare nuova tecnologia. Il problema è che ormai la Cina è un Paese competitivo dal punto di vista tecnologico, non è più un Paese arretrato. Certo, bisognerebbe stare attenti su come si gestisce l'economia in generale. Secondo me il problema della singola tecnologia o know how che vanno in mano ai cinesi è un falso problema.

- L'Italia è uno dei paesi maggiormente coinvolti nella Via della Seta, dagli Stati Uniti sono già arrivate le prime critiche ed i primi allarmi nei confronti di Roma. Perché, a suo giudizio, gli Stati Uniti vogliono che l'Italia si tenga alla larga da questo progetto?

— C'è indubbiamente una concorrenza di influenza tra Stati Uniti e Cina in questo momento. Gli Stati Uniti hanno paura che l'Italia sia l'anello più debole del sistema europeo ed in particolare dei Paesi del G7 che appartengono tradizionalmente ad un'area politica del mondo e che quell'anello possa cedere per diventare un cavallo di troia dei cinesi, permettendo loro di entrare nel sistema. Tutto ciò era prevedibile.

Io credo che l'Italia possa avere sicuramente dei vantaggi. L'Italia fa già parte della Belt and Road Initiative, per esempio il Silk Road Fund è il fondo specificatamente costituito per gli investimenti lungo la Via della Seta già investiti in Italia. Certo è che più si sviluppano i collegamenti con la Cina, più diventa importante che la Cina si adegui alle regole globali.

I cinesi hanno un sistema molto unitario in cui le aziende, le banche ed il governo operano tutti in modo unitario; mentre invece l'Italia è un Paese molto diverso basato sulla separazione dei poteri, su aziende molto piccole separate spesso dal governo. Questo impatto può essere pericoloso per l'Italia poiché parliamo di un sistema molto grande ed unito contro un sistema piccolo e diviso, quindi ovviamente ci sono anche dei rischi.

- Giusto per concludere, che ruolo potrebbe avere l'Italia nel progetto strategico della Via della Seta?

- L'Italia può in questo momento svolgere una doppia funzione, da una parte confermare la sua identità storica come Paese fondatore dell'Unione Europea con determinate tradizioni e valori, ma dall'altro anche di un Paese che è aperto ad un mondo nuovo dove gli equilibri sono meno bipolari e più multipolari, in cui anche la Cina giocherà un ruolo fondamentale. Il grande malato di questa vicenda è l'Europa, nel senso che tutta la parte più rischiosa di questo discorso è dovuta al fatto che l'Europa non ha un atteggiamento unitario su questi temi. L'Italia si troverebbe ad avere una funzione che secondo me è molto positiva, ma da sola, decontestualizzata, senza aver cioè deciso una politica comune con i suoi alleati, che comunque rimangono i più stretti, ovvero la Francia e la Germania. Che però l'Italia abbia un atteggiamento più aperto nei confronti di altri Paesi, come anche nei confronti della Cina è una cosa positiva.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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