Widgets Magazine
20:35 22 Settembre 2019
Il presidente statunitense Donald Trump tiene una conferenza stampa dopo il suo summit con il leader nordcoreano Kim Jong Un ad Hanoi, Vietnam

La settimana nera di Trump e un buco nell'acqua ad Hanoi

© REUTERS / Leah Millis
Opinioni
URL abbreviato
Di
170
Seguici su

Donald Trump riponeva molte speranze negli esiti del suo secondo incontro con Kim Jong-un, uomo forte del regime nord-coreano. Tutto era pronto, in effetti, per la firma di un accordo eclatante.

L'atmosfera ad Hanoi era quella delle grandi occasioni, con una coreografia degna degli avvenimenti di portata storica. Non si parlava soltanto della denuclearizzazione di Pyongyang ma addirittura della possibile conclusione di un trattato di pace che avrebbe posto fine anche formalmente al sanguinoso conflitto combattutosi nella penisola coreana negli anni cinquanta del secolo scorso.

Invece, non è successo nulla di tutto questo. Di fronte alla richiesta nord-coreana di rimuovere subito le sanzioni, gli americani hanno fatto un passo indietro, ritenendo evidentemente di non potersi privare di uno strumento essenziale di negoziazione senza esser certi di aver portato a casa tutto ciò Trump desiderava ottenere: probabilmente, la distruzione preventiva e verificabile di ogni capacità necessaria all'eventuale ripresa dei programmi nucleare e balistico di Pyongyang, accontentandosi però del congelamento del deterrente nord-coreano alle sue attuali dimensioni, invece di esigerne il completo smantellamento, ed offrendo in cambio anche la progressiva integrazione del paese nell'economia mondiale e, verosimilmente, massicci investimenti statunitensi.

L'accenno fatto da Trump alle grandi potenzialità economiche di Pyongyang è piuttosto sintomatico di cosa la Casa Bianca potrebbe aver messo sul piatto: molto più di quanto le precedenti amministrazioni statunitensi avessero mai offerto. Non incentivi e sussidi, infatti, ma l'ingresso di Pyongyang nel mercato globale, a fronte del cambio della sua posizione internazionale. In pratica, Trump voleva replicare con Kim lo schema seguito da Nixon con Mao. Non vi è riuscito.

Donald Trump e Kim Jong-un
© AP Photo / Susan Walsh, Pool
Il Presidente americano ha affrontato la stampa accreditata al summit esponendo la sua versione dei fatti e rispondendo molto pacatamente alle domande che gli venivano rivolte. È parso molto deluso, ma anche insolitamente preciso e dettagliato sulle ragioni che hanno impedito di raggiungere l'intesa, seppure abbia evitato di rivelare i particolari che potranno servire nell'eventuale prosieguo del processo negoziale. Le trattative, in effetti, non dovrebbero interrompersi, ma andare avanti nelle prossime settimane, ancorché ad un livello più basso.

Trump, evidentemente, non ha perso la speranza di raggiungere in futuro qualche risultato utile, che gli permetta di attutire l'impatto del fiasco di Hanoi. Ma i rischi di fallimento sono alti, anche perché è difficile fare previsioni sui prossimi passi di Kim, che è uscito a sua volta con nulla in mano.

C'è più di un motivo di ritenere cruciali i prossimi mesi. Si dovrebbe infatti capire presto se la reazione nord-coreana al mancato accordo sarà un nuovo tentativo negoziale o, piuttosto, una chiusura e il ritorno ai test missilistici e magari anche nucleari da parte di Pyongyang. Molto dipenderà anche dalle valutazioni che Kim farà a proposito dell'esito a lui più favorevole delle presidenziali americane che avranno luogo nel 2020.

Contro Trump, si è messo anche il Congresso che ha deciso di audire l'ex avvocato del tycoon, Michael Cohen, proprio in concomitanza del vertice vietnamita con Kim. Il Presidente americano si è lamentato molto di questa tempistica durante la conferenza stampa seguita all'abbandono del tavolo negoziale. È difficile dargli torto, dal momento che la gravità delle dichiarazioni fatte da Cohen hanno certamente distratto entrambe le parti e forse convinto quella nord-coreana di avere davanti un'anatra zoppa.

Sta di fatto che alla platea mondiale è stato offerto uno spettacolo sconcertante. Non si è neppure cercato di mascherare l'insuccesso. E sono già in tanti a criticare in patria il Presidente, andato allo sbaraglio senza avere nulla di sicuro in mano. Trump, questa volta, ha perso la sua scommessa ed ora fronteggia una fra le crisi più serie della sua Presidenza.

È prevedibile che la polarizzazione dello scontro in atto in America aumenti ulteriormente, danneggiando la posizione del tycoon, peraltro ai massimi del consenso da quando è alla Casa Bianca, e forse anche incoraggiando alcuni sfidanti interni al Partito repubblicano a contendere al Presidente la nomination per le elezioni del 2020.

Tra i nomi che ormai si fanno, gira con una certa insistenza anche quello di John Kasich, potente ex governatore dell'Ohio, che potrebbe risultare successivamente spendibile anche in un ticket democratico, magari nella posizione di vice di una Elizabeth Warren o Joe Biden. Per Trump sarebbe un incubo. Per quanto si tratti di scenari prematuri, questi elementi stanno già entrando nel calcolo politico quotidiano dei maggiori partiti americani. Sono destinati a pesare.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Tags:
politica, Economia, Incontro, summit, Kim Jong-un, Donald Trump, Vietnam, Corea del Nord, USA
RegolamentoDiscussione
Commenta via FacebookCommenta via Sputnik