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07:06 26 Agosto 2019
Combattenti ISIS, Siria

L’Europa e la paura di far giustizia

© AFP 2019 / AHMED DEEB
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Gian Micalessin
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Dietro la rinuncia a rimpatriare i terroristi dell’Isis con passaporto europeo la consapevolezza di non poter garantire pene esemplari e il timore di dover lasciare i terroristi in libertà.

Ma vengono abbandonati anche i figli delle donne del Califfato che non hanno scelto di nascere lì. La Russia, invece, sceglie il rimpatrio e fa tornare 101 bambini.

Uno Stato che rinuncia a far giustizia perché ha paura di chi dovrebbe sbattere in galera o, peggio, non ha gli strumenti per processarlo e condannarlo può ancora chiamarsi tale? E' il paradosso dell'Europa. E' la grande vergogna dei governi europei che — nonostante gli attacchi subiti dall'Isis — rinunciano a perseguire i militanti dello Stato Islamico cresciuti nei propri territori e catturati mentre combattevano sotto le bandiere del Califfato. A portare allo scoperto l'imbarazzante posizione europea ci ha pensato Donald Trump. "Riprendeteveli o li faremo liberare" — ha scritto su Twitter il presidente statunitense invitando il Vecchio Continente a farsi carico degli 800 militanti dell'Isis con passaporti europei detenuti nei campi di prigionia in Siria controllati dai curdi e dalle forze speciali statunitense. Il brutale invito, che coinvolge anche 700 donne europee e 1500 loro figli rinchiusi in altri centri di detenzione del nord della Siria, ha costretto l'Unione Europea e i suoi governi ad ammettere la propria ambiguità.

La prima a lavarsene le mani è la Commissaria agli Esteri della Ue Federica Mogherini annunciando che "la competenza è tutta dei singoli stati". La Francia, chiamata a riprendersi una cinquantina di adulti e una settantina di bambini, continua a ripetere, per bocca del ministro della giustizia Nicole Belloubet, di voler "decidere caso per caso". A Londra i portavoce di Theresa May si appellano al concetto di "giurisdizione" e fanno intendere che un eventuale giudizio dovrà aver luogo "nella regione dove i crimini sono stati commessi". Pur di scansare la richiesta di Trump  il governo inglese è pronto, insomma, a dimenticare tutte i precedenti giudizi su Bashar Assad trasformandolo da dittatore degno di esser rimosso in comodo e affidabile dispensatore di giustizia. Berlino aggira l'ostacolo dicendo di voler accogliere solo i casi vagliati da un proprio consolato. Ma in Siria l'unico consolato è a Damasco ed è chiuso da anni. E a queste piroette diplomatiche s'accodano volentieri tanti altri paesi europei terrorizzati dall'idea di doversela vedere con dei terroristi impossibili da condannare utilizzando la legislazione vigente e i tribunali ordinari.

Anche perché la difficoltà nell'accertare i delitti commessi, la mancanza di testimonianze attendibile e l'inammissibilità delle intercettazioni satellitari ottenute dai servizi segreti non garantirebbero pene superiori ai dieci anni. Senza contare i benefici detentivi che consentirebbero la liberazione dei terroristi dell'Isis in tempi ancor più brevi. La prospettiva, già poco accettabile, presenta inoltre un doppio rischio. Il primo è quello di trasformarli in simboli dell'Islam combattente, ovvero in cattivi maestri capaci — durante la seppur breve detenzione — di catechizzare e radicalizzare altri detenuti. Il secondo è quello di vederli diventare i capofila di nuove cellule pronte a celebrarli, dopo il rilascio, come i profeti della jihad.

L'unica soluzione sarebbe, dunque, quella di un tribunale speciale europeo e di una legislazione "ad hoc" studiata per consentire ai suoi giudici d'infliggere pene adeguate ai crimini dell'Isis. Una soluzione già adottata dall'Onu per punire i crimini di guerra commessi nella Ex Jugoslavia. Ma quel tribunale impiegò anche più di dieci anni per condannare i colpevoli rinunciando così a quell'esigenza di esemplarità indispensabile in casi di crimini terribili come quelli commessi dell'Isis. Anche sul terreno dei diritti umani l'Europa non sembra molto attiva. Oltre a sottrarsi all'obbligo di far giustizia ignora il destino degli unici innocenti ovvero dei 1500 figli delle famiglie dell'Isis radunati in campi dove freddo, fame e malattie fanno strage di bimbi.

Mentre gli Stati Europei discutono e rimandano la Russia Vladimir Putin, spesso accusata in Occidente di scarsa attenzione ai diritti umani, ha iniziato già alla fine del 2017 il rimpatrio dei bambini figli di terroristi con passaporto di Mosca. "I bambini — dichiarò già allora il presidente russo — non hanno potuto scegliere e noi non abbiamo il diritto di lasciarli là". Da allora sono rientrati 105 bimbi e 21 donne e Mosca s'è guadagnata le lodi  di Tanya Lokshina, direttrice di Human Right Watch per l'Europa e l'Asia centrale. "Oggi la Russia ha il programma più efficace per il rientro di detenuti, soprattutto bambini, dall'Iraq e dalla Siria ha ricordato la Lokshina sottolineando che "la Russia è stata molto più attiva delle democrazie occidentali."  

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Tags:
ISIS, Russia, Siria, UE
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