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23:18 20 Agosto 2019
Nigeriani

I fatti di Ferrara, il fallimento dell’integrazione

© AP Photo / Jerome Dela
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Eliseo Bertolasi
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Prima o poi anche in Italia sarebbe successo, era solo questione di quando, altro ieri a Ferrara è bastata una scintilla per innescare disordini tra migranti, in questo caso nigeriani e forze dell’ordine.

La causa scatenante, secondo le prime ricostruzioni, il fatto che intorno alle 21 un nigeriano sarebbe finito sotto un'auto durante un inseguimento da parte delle forze di polizia. 

La notizia, non confermata, della sua morte all'ospedale locale, ha dato il via ad un'inaudita feroce rivolta degli immigrati nigeriani contro la città. Quando alla base c'è rancore e volontà di creare disordini ogni causa è idonea per generare violenza. A decine i nigeriani si sono riuniti è hanno iniziato a seminare il caos, urlare, minacciare.. ingaggiando lo scontro con le forze dell'ordine arrivate sul posto. Per evitare il peggio è arrivato addirittura l'esercito.

Ormai ci troviamo davanti ad una polveriera pronta a esplodere, ieri a Ferrara, domani potenzialmente in qualsiasi altra città d'Italia.

La prima riflessione logica è che tutta la retorica dei migranti che scappano dalla guerra è infondata: chi scappa dalla guerra, di tutto farà tranne ricreare le condizioni di violenza del paese natio sulla Terra che l'ha accolto.

Davanti ai fatti di Ferrara, al di là delle varie posizioni ideologiche, sorge legittimo chiedersi le ragioni per cui in Italia si debba accettare questa situazione.

Immedesimiamoci ad esempio coi residenti italiani che vivono in questi quartieri, perché dovrebbero subire gli effetti del degrado generato dalle cosiddette politiche d'accoglienza perpetrate in maniera totalmente irresponsabile dai precedenti governi? In nome di quale valore dogmatico "superiore" gli italiani dovrebbero accettare la prospettiva, che nelle periferie di molte città è già quotidianità, di una vita relegata nell'insicurezza, nella paura, nel caos e nella povertà in seguito all'arrivo di un corpo estraneo e non-integrabile nella stessa società?

Una prima considerazione: in una società "normale" esistono diritti e doveri. I cittadini hanno il sacrosanto diritto di richiedere al proprio Stato le dovute condizioni di ordine sociale e sicurezza; lo Stato, da parte sua, ha il dovere di garantire ai propri cittadini tale sicurezza. Se saltano questi schemi basilari, salta lo Stato e di fronte rimane l'anarchia e il caos. Come c'insegna Max Weber: lo Stato è quella comunità umana, che nell'ambito di un determinato territorio, riesce a conquistare e a detenere il monopolio della violenza "legittima". In altre parole in caso di resistenza illecita, lo Stato ha il diritto e il dovere di imporre con mezzi coercitivi il rispetto del diritto costituzionale e il mantenimento dell'ordine costituito. 

Un dato, tanto logico, quanto palese sotto gli occhi di tutti, ma che purtroppo nessuno vuole mai rilevare, è che l'immissione disordinata e incontrollata in una comunità, che sia paese, regione, o città.. di un elevato numero d'individui che con la stessa comunità non condividono alcun riferimento valoriale, religioso, sociale determineranno nella miglior delle ipotesi anarchia e caos senza precedenti. Ma è a questo che ci siamo avviando!

I fatti di Ferrara sono la prova evidente che il progetto "multiculturalista" sempre in primo piano nell'agenda dei precedenti governi di sinistra sta fallendo. Secondo tale schema i nuovi arrivati avrebbero dovuto abbracciare con entusiasmo i valori europei, per far proprie non solo le idee di democrazia, uguaglianza, tolleranza, pluralismo… tipiche dell'Europa, ma semplicemente anche le regole del rispetto reciproco, la base della convivenza sociale. Tuttavia, in concreto, questi valori non sono stati assimilati, se non nella misura di un loro mero utilizzo finalizzato solo all'acquisizione di tutta una serie di privilegi che, come ad esempio in Italia, non sono accessibili alle fasce più povere della popolazione autoctona. Questo punto si è immediatamente trasformato in un potentissimo focolaio di tensioni sociali, ora visibile.

Dov'è l'"integrazione" di cui si parla tanto? L'integrazione, per principio, è sempre un movimento, un progressivo avvicinamento sulle due direzioni. L'integrazione si basa sul "rispetto" reciproco. Osservando la realtà, in Italia, come in Europa, non solo non si nota il medesimo "rispetto" da parte dei nuovi arrivati, nei confronti dei Paesi che li accolgono e che dispensano loro privilegi sociali, ma nemmeno si vede gratitudine. Da parte dei migranti vige: il "tutto dovuto", solo diritti e nessun dovere…

Questo fallimento ci porta a riflettere su questioni identitarie e di appartenenza che giocano un ruolo cruciale in queste dinamiche; non basta infatti ricevere tra le mani un pezzo di carta con scritta la "cittadinanza" di un dato Paese, per essere realmente "cittadini" di quel Paese. Si può diventare parte di quella comunità, "cittadini", solo se si ama profondamente quel "Paese". Un esempio recente, toccante, portato alla cronaca dall'onorevole Vito Comencini, sono gli Italiani di Crimea che nonostante vivano da generazioni fuori dall'Italia e l'impossibilità di ottenere un visto per recarsi nel nostro Paese, portano sempre l'Italia nel cuore.

I clandestini (coloro che entrano in un paese illegalmente) e gli immigrati stranieri arrivati in massa in Italia, se casomai un giorno diverranno "italiani", lo diventeranno solo amando l'Italia. Tuttavia "non c'è amore senza rispetto", quindi ne deriva che prima dovranno rispettare la cultura, la lingua, le tradizioni, le leggi.. dell'Italia senza pretenderne il cambiamento secondo i loro usi e costumi di provenienza. È il buon senso e l'onestà che indicano questo percorso. Se chi arriva, al contrario, ostenta la propria diversità, e coltiva l'odio e il disprezzo verso il paese d'accoglienza continuando a sollevare problemi di convivenza civile, ecco che i nuovi arrivati saranno sempre e solo un elemento di disturbo, che prima o poi se non gestito adeguatamente porterà al collasso della comunità. 

Tuttavia la responsabilità di questa situazione non è solo dei migranti, che in ultima analisi cercano di massimizzare i privilegi acquisiti, purtroppo anche in Italia c'è chi rema contro il proprio Paese. Come insegna il professor Giuseppe Valditara in Occidente assistiamo al fenomeno della "oikofobia", ossia persone che provano "odio verso la propria casa, il proprio passato, le proprie radici, l'odio verso se stessi". Il dramma è che tra questi individui, sempre arroganti e irascibili davanti a ogni critica, vediamo categorie sociali e professionali di primo piano: professori, insegnati, giornalisti, anche politici.., che, proprio per la loro posizione in ruoli guida dovrebbero invece rappresentare un faro, un esempio integerrimo da seguire per il bene del proprio Paese. Di esempi ce ne sono tantissimi: nelle scuole, nei tribunali, in parlamento.. ora anche nelle amministrazioni delle città con la comparsa dei sindaci "disobbedienti" alle leggi dello Stato, dove in nome di presunti (per loro) alti ideali morali umiliano le leggi votate dal Palamento Italiano e firmate dal Presidente della Repubblica.

Da un punto di vista ontologico non si capisce come possa definirsi "italiano" chi odia l'Italia, chi nutre avversione, e disprezzo nei confronti della propria identità e del proprio Paese. 

Di queste questioni non se ne parla mai, chi prova ad accennarle viene additato dalla gogna mediatica come un populista, oscurantista, anche razzista.. Non c'è nessun razzismo c'è solo buon senso e voglia di vivere in un Paese che possa garantire le basi della una convivenza civile.

Senza cadere nel catastrofismo, se queste questioni non verranno affrontate adeguatamente, ciò che è accaduto a Ferrara prima o poi si ripeterà anche in altre città italiane. 

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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migrazione, migrazione clandestina, Immigrazione clandestina, clandestini, Immigrati, Nigeria, Italia
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