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06:42 18 Agosto 2019
Le rovine della città libica Sirte

Libia, ora Macron tiene sotto scacco l’Italia

© AP Photo / Manu Brabo
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Gian Micalessin
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Il generale Haftar avanza da sud e minaccia il principale pozzo dell’Eni. A Tripoli il premier Serraj è ostaggio delle milizie. E Roma, sempre più isolata sulla scena europea ed internazionale, resta a guardare.

Nel Fezzan, il profondo sud della Libia, il generale Khalifa Haftar avanza di gran carriera e minaccia da vicino El Feel, il pozzo da cui l'Eni estrae gran parte del suo petrolio e del suo gas. A Tripoli il premier Fayez Al Serraj è, invece, ostaggio delle milizie chiamate a difenderlo. La Francia di Emmanuel Macron, grande alleata di Haftar sembra dunque ad un passo dallo strappare all'Italia quell'egemonia economica e quell'influenza politica sull'ex colonia che neppure la guerra a Gheddafi, voluta da Nicolas Sarkozy, riuscì a pregiudicare.

E lo fa sfruttando l'isolamento di un'Italia messa politicamente e diplomaticamente alle corde dopo i tentativi dei 5Stelle di affossare la Tav e di stringere alleanze con i Gilet Gialli. I segnali più preoccupanti per Roma arrivano dalla regione del Fezzan. Lì l'Esercito Nazionale Libico, la formazione armata guidata da Haftar e fedele al governo di Tobruk, ha messo le mani su Sharara, un dei principali pozzi della regione gestito dalla Repsol spagnola e difeso, fino a poco tempo fa, da alcune milizie tuareg pagate dal governo di Tripoli. Ma ora il generale potrebbe esser tentato dal mettere le mani anche su El Feel, il pozzo gestito dall'Eni da cui arrivano petrolio e gas destinati all'Italia. Il bombardamento intorno alla pista del piccolo aeroporto di El Feel messo a segno sabato 9 febbraio dalle forze aeree di Tobruk dimostra come il pozzo dell'Eni, distante un centinaio di chilometri da Sharara, sia già nel mirino del generale. A innescare l'incursione sarebbe stato l'atterraggio qualche ora prima, su stessa pista, di un velivolo con a bordo Alì Kanna, lo storico comandante che ai tempi di Gheddafi comandava le tribù tuareg al servizio del Colonnello.

Caduto in disgrazia subito dopo la rivoluzione e costretto all'esilio in Niger e Mali, Ali Kanna è tornato in auge negli ultimi mesi ed ha stretto un'alleanza con il governo di Tripoli per fermare l'avanzata di Haftar nel sud. Ma dietro i successi di Haftar e il ritorno in campo di Ali Kanna ci sono anche i passi falsi dell'Italia. Nel marzo 2017 l'allora ministro degli interni Marco Minniti, vero demiurgo del dossier Libia durante i governi Renzi e Gentiloni, aveva convinto i capi delle tribù del sud, ricevuti al Viminale, a firmare una tregua. Riuscire a mettere d'accordo Tuareg, Tebu e Awlad Suliman, le tre tribù che si contendono da sempre il controllo della frontiera meridionale della Libia, significava arginare i flussi di migranti provenienti dall'Africa sub-sahariana e contenere l'azione di Haftar principale sponsor, al tempo, della causa Tebu.

Migranti e rifugiati aiutati dai membri dell'ONG spagnola Proactiva Oper Arms nel mar Mediterraneo nei pressi di Libia (foto d'archivio)
© AP Photo / Emilio Morenatti

Nella primavera 2018 Haftar è riuscito far saltare la tregua garantendosi il sostegno degli Awlad Suleiman, una tribù araba vicina al movimento islamista e nazionalista della Senussia. La nuova alleanza ha consentito ad Haftar di giocare un ruolo importante nell'area di di Sabah, di avanzare verso Murquz e di assumere, infine, il controllo del pozzo di Sharara. E a far la differenza ha contribuito il sostegno finanziario garantito al generale da Francia ed Emirati. Forti di quel sostegno le forze del generale si sono comprate i favori di molte milizie dell'aerea fedeli a Tripoli. Emblematica al riguardo la trattativa per il controllo di Sharara "conquistato" dal generale grazie alla disponibilità della Brigata 30, l'unità tuareg a cui Tripoli aveva affidato la difesa del pozzo, a passare al soldo di Tobruk.

Proprio per evitare quel voltafaccia il premier Fayez Al Serraj aveva giocato la carta Ali Kanna. Ma l'antico carisma del comandante, un tempo indiscusso capo militare di tutti i tuareg, non è bastato ad evitare la defezione. Grazie ad una serie di controfferte economiche il generale di Tobruk ha chiuso l'accordo con la Brigata 30 e ha annunciato il pieno controllo di El Sharara. Ora resta da vedere cosa vorrà fare con il pozzo di El Feel affidato ancora al controllo dei tuareg di Alì Kanna. Il generale, che ha mantenuto in questi mesi i contatti con l'intelligence di Roma, non sembra per ora voler rompere i ponti con l'Italia mettendo sotto scacco il pozzo dell'Eni. 

I partecipanti alla conferenza di Palermo per la Libia
© Sputnik . Aleksandr Astafyev

A rendere il tutto assai imprevedibile, e ancor meno gestibile, contribuisce l'isolamento dell'Italia sulla scena internazionale. Un isolamento che consente alla Francia di giocare in libertà sul campo libico sfruttando l'appoggio garantito ad Haftar da Emirati ed Egitto. E se al sud si mette male a Tripoli le cose vanno anche peggio. Il premier Fayez al Serraj è ormai ostaggio delle milizie incaricate di difenderlo. Non paghe di taglieggiarlo estorcendogli gran parte dei proventi governativi i gruppi armati ne indirizzano anche politica ed alleanze.

L'ultimo diktat imposto al premier-ostaggio è la richiesta di dimissioni del ministero dell'interno Fathi Bashagha accusato di eccessiva vicinanza a Misurata. La debolezza del premier rende evidente la precarietà del cosiddetto governo di unità nazionale. Un governo destinato a cadere in poche ore se El Feel e gli altri pozzi da cui dipendono i proventi indispensabili a pagare le milizie passeranno sotto il controllo di Haftar.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Tags:
ENI, Khalifa Haftar, Libia, Italia, Francia
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