20:06 22 Febbraio 2019
Luigi Di Maio

La politica estera dei 5S, tanto fumo ma poco arrosto

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Gian Micalessin
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Di Maio ci porta allo scontro con la Francia, ma Macron sfrutta gli attacchi per isolarci. I pentastellati inanellano un errore dopo l’altro sul fronte internazionale. E a casa incominciano a perdere voti.

Con Parigi, inutile negarlo, non son mai state rose e fiori. Nel 2011 ci beccammo la guerra a Gheddafi destinata, nelle mire di Nicolas Sarkozy a sottrarci gas e petrolio. Nel 2017 arrivarono l'alt di Emmanuel Macron agli accordi sui cantieri di Saint Lazaire e, subito dopo, un vertice parigino con il generale Khalifa Haftar e il premier di Tripoli Fayez Al Serraj studiato per ridimensionare il nostro ruolo in Libia. In questi frangenti l'Italia non ha, però, mai piegato la testa, né rinunciato alla sua capacità di reazione. Una capacità silenziosa, ma efficace che Luigi Di Maio e gli altri esponenti pentastellati non sembrano aver appreso. Quando, durante la guerra al Colonnello, Parigi propose di affidare agli alleati del Qatar la gestione di tutto il petrolio libico, compreso quello dell'Eni, l'Italia spedì a Bengasi il console Guido De Sanctis e l'amministratore delegato dell'Eni Paolo Scaroni accompagnati dai servizi segreti. La delegazione in breve ribaltò la situazione e strinse nuovi accordi. Tanto che, un anno più tardi, Tripoli scelse come nuovo ministro del petrolio un ex funzionario libico dell' Eni.

A fine luglio 2017 toccò al ministro degli interni Marco Minniti, titolare del dossier libico, far capire chi conduceva le danze a Tripoli. E, infatti, Serraj dopo l'incontro con Macron si sentì in obbligo di passare da Roma per riferire al nostro ministro. Non pago Minniti avviò una serie d'iniziative diplomatiche con Ciad, Niger, Mali e altri paesi del Sahel francofono indispettendo non poco Parigi.

Oggi il massimo dell'attivismo di Di Maio e compagnia è condire con battute da bar la rinuncia alla Tav, impelagarsi in complesse dispute sul neocolonialismo francese in Africa e ipotizzare alleanze con Christophe Chalencon, il "gilet giallo" protagonista d'improbabili richiami alla guerra civile e alla necessità d'affidare il governo di Parigi a un generale.

Battute e mosse inconcludenti, ma sfruttate benissimo da una Francia abilissima nel trovare sempre nuove motivazioni per isolare l'Italia. Senza contare che in questo Di Maio e i 5Stelle se la cavano egregiamente anche da soli. Esemplare l'operazione suicida condotta durante la Conferenza di Palermo sulla Libia quando il corteggiamento del generale Haftar condotto nel tentativo di strapparlo ai francesi finì con l'indebolire un premier Serraj fondamentale per la difesa dei nostri interessi in Tripolitania. E a compromettere definitivamente la partita ci pensò il presidente della Camera Roberto Fico pronto, in un sussulto di protagonismo, ad usare il caso Regeni per attaccare l'Egitto del presidente Abd al-Fattah al-Sisi, ovvero il principale sostenitore di Haftar assieme a Russia e Francia.

Luigi Di Maio
© AP Photo / Andrew Medichini
E anche sull'abolizione delle sanzioni europee alla Russia, un altro argomento esibito come un cavallo di battaglia da Di Maio e compagnia, i penstastellati si sono dimostrati sostanzialmente incapaci di determinare un effettivo cambiamento. Dopo aver invocato per mesi un segnale distensivo nei confronti della Russia lo scorso settembre han chinato la testa e lasciato che l'Italia si accodasse al rinnovo votato dagli altri paesi europei.

Insomma quando non son dannosi i 5 Stelle sono quantomeno inutili. E, come dimostra il voto dell'Abbruzzo, molti italiani stanno incominciando a capirlo. 

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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politica estera, politica, M5S, Luigi Di Maio, Emmanuel Macron, Fayez al-Sarraj, Khalifa Haftar, Libia, Parigi, Italia, Francia
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