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02:26 21 Settembre 2019
Afghanistan

Il futuro dell’Afghanistan passa da Mosca

© AP Photo / Abdul Khaliq
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Trent’anni dopo il ritiro la Russia si prepara ad approfittare dell’imminente addio americano per diventare l’artefice di un’intesa tra talebani e forze laiche e garantire la formazione di un governo di transizione.

Per l'America di Donald Trump è una mezza beffa. Per la Russia di Vladimir Putin una nuova vittoria diplomatica. Per capirlo basta guardare quanto successo a Mosca. Lì martedì 5 febbraio una delegazione afghana ha incontrato un gruppo di rappresentanti talebani cercando, per la prima volta in 18 anni, di trovare un accordo per una comune gestione del paese dopo il ritiro americano.

Gli incontri, durati due giorni, si sono svolti a poco più di una settimana dai negoziati di Doha, in Qatar, dove una delegazione statunitense, guidata dal diplomatico Zalmay Khalilzad, ha discusso con gli insorti jihadisti le condizioni di un possibile ritiro americano. La differenza, e la mezza beffa, sta proprio qui. Mentre a Doha Khalilzad ha discusso solo le modalità del ritiro, rinunciando a prospettare qualsiasi successivo ruolo americano in Afghanistan, a Mosca si è discusso di un possibile futuro assetto del paese garantito dalla supervisione di Mosca.

La differenza sta tutta nella composizione delle delegazioni. Mentre in Qatar a negoziare con i talebani non c'era alcuna controparte afghana, visto il reciproco rifiuto di governo e insorti ad aprire un dialogo, a Mosca era presente un folto gruppo di notabili e signori della guerra estranei all'esecutivo in carica, ma capaci di mobilitare e influenzare larghe fette di popolazione. Tra questi il personaggio più significativo era sicuramente Hamid Karzai, il presidente nominato leader ad interim con la benedizione di Washington dopo la sconfitta del Mullah Omar, a fine 2001, e rimasto in carica per 13 anni grazie alla vittoria in due successive elezioni.

A Mosca i talebani, pur confermando la volontà di rifondare le istituzioni afghane sulla base di una costituzione rigorosamente islamica, hanno esibito una maggiore disponibilità al dialogo.

"La costituzione adottata dal governo di Kabul non è valida perché è stata importata dall'Occidente e rappresenta un ostacolo alla pace" — ha ribadito Sher Mohammad Abbas Stanikzai capo della delegazione talebana. Il portabandiera islamista ha però accettato di discutere la formazione di un governo provvisorio con un Hamid Karzai che alla fine degli incontri si è detto "assai soddisfatto" e ha riferito di colloqui "molto soddisfacenti". Muhammad Noor, un ex comandante dei mujaheddin già alleato di Ahmad Sha Massoud e di Karzai ha ribadito via twitter che la formazione di un governo ad interim con i talebani "può aprire la strada a elezioni trasparenti". 

L'aspetto più surreale è stato però la comune partecipazione delle due formazioni nemiche a preghiere e pasti comuni. E ancor più sorprendente sono stati i colloqui tra una rappresentanza femminile e quei talebani che durante gli anni al potere bandirono le donne afghane da qualsiasi attività pubblica segregandole in casa. "Quando avevano in mano il paese non ci lasciavano né uscire, né andare a scuola, ora invece si oppongono soltanto alla nomina di una donna alla presidenza, ma sono pronti ad accettare una donna ministro o, addirittura, primo ministro. Penso sia un passo positivo, anche se non sufficiente…devono adeguarsi in tutto e per tutto alle regole di un paese moderno" — ha sottolineato dopo i colloqui Fawzia Koofi, invitata a Mosca in qualità presidente della commissione del Parlamento di Kabul per le Donne e i Diritti Umani.

Al di là delle aperture ipotizzate durante gli incontri i due giorni di colloqui moscoviti si configurano inevitabilmente come un duro colpo per Washington sia per gli alleati di Kabul. A Dubai Khalilzad ha raggiunto una parziale intesa soltanto sull'impegno talebano a garantire un cessate il fuoco durante il ritiro statunitense e a non ospitare, in seguito formazioni terroristiche come in passato con Osama Bin Laden ed Al Qaida. L'inviato americano non ha ottenuto, però, alcuna garanzia riguardo una possibile intesa tra talebani e gli alleati di Kabul per la formazione di un governo di transizione.

E così a riempire il vuoto ci ha pensato una Russia pronta, a 30 anni esatti dal ritiro dell'Armata Rossa, a sostituirsi agli americani diventando, sulla falsariga di quanto successo in Siria, l'ago della bilancia del futuro Afghanistan. 

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Talebani, Mosca, Russia, Afghanistan
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