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15:59 22 Settembre 2019
Roma, Italia

Crisi in Venezuela: cosa pensa l’Italia?

© Sputnik . Vladimir Astapkovic
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Una dichiarazione dei 28 paesi dell'Unione europea per il riconoscimento unitario di Juan Guaidò come legittimo presidente del Venezuela è stata bloccata dal governo italiano, che su questa questione è ancora fortemente diviso: se il M5s difende la neutralità, va però all'attacco la Lega che ripete: "Non stiamo facendo una bella figura”.

"Non vedo una posizione dell'Italia se non quella dell'Occidente - ha dichiarato il presidente del Parlamento Europeo Tajani in un'intervista radiofonica - non credo che l'Italia si possa schierare con la Turchia, Cuba e la Cina". E dopo l'appello del capo dello stato Mattarella, Palazzo Chigi ha annunciato il suo sostegno ai venezuelani per giungere nei tempi più rapidi a nuove elezioni presidenziali libere e trasparenti».

Filippo Romeo
© Foto : fornita da Filippo Romeo
Filippo Romeo
Perché l'Italia ha preso questa posizione ambigua? Che ruolo svolgerà il Vaticano a cui si è rivolto Maduro? E come si chiuderà la partita venezuelana? Sputnik Italia ne ha parlato con Filippo Romeo, Analista di Vision & Global Trends.

— Filippo, Roma insiste sulle nuove elezioni, non chiede esplicitamente la rimozione di Maduro, né riconosce Juan Guaidó come presidente ad interim come già fatto da molti altri paesi europei. Come dobbiamo leggere questa posizione ancora piuttosto vaga? È il frutto di un compromesso fra le due forze di governo, Lega e Movimento 5 Stelle, che sul Venezuela la pensano in modo  diverso oppure l'Italia vuole evitare lo stesso errore fatto in Libia?

— La situazione in Venezuela è l'ennesimo caso in cui non vi è una convergenza di opinioni, quanto meno dichiarate, anche se non escludo che si possa trovare una convergenza nell'azione così come fino ad ora è avvenuto per altre questioni.

Il fatto che esponenti di spicco del Governo esprimano posizioni contrastanti rivela la carenza di visione unitaria e strategica in politica estera, essenziale per la tutela degli interessi nazionali nonché per il posizionamento dell'Italia su scala globale.

L'Italia, non riconoscendo le elezioni presidenziali che hanno rieletto Maduro, ma nemmeno l'autoproclamazione del suo rivale, mantiene un atteggiamento prudente con il rischio di una sua trasformazione in atteggiamento remissivo che, inevitabilmente, imporrebbe l'accodarsi a scelte altrui il cui epilogo potrebbe non essere differente da quanto, appunto, già accaduto in Libia e in Iraq.

— Il 29 gennaio l'amministrazione del presidente degli USA Trump ha annunciato una serie di sanzioni contro la compagnia petrolifera di stato del Venezuela, la PDVSA. Il petrolio per l'ennesima volta è stato utilizzato dagli Stati Uniti come arma per cambiare il regime? Perché Trump ha riconosciuto immediatamente Guaidó?

— Considerato che la precaria economia del Paese dipende dagli introiti petroliferi al 97% mi sembra del tutto evidente che l'azione di Trump miri ad ottenere tali effetti, anche a fronte di una ripresa del prezzo del petrolio che avrebbe potuto dare a Maduro una boccata di ossigeno.

Per gli Stati Uniti il Venezuela è strategico per via della sua posizione geografica dal momento che riassume in sé tutte le grandi unità strutturali della geografia latino americana: l'area caraibica (che offre lo sbocco su due oceani) quella andina e amazzonica. Ad oggi il Venezuela viene percepito come una minaccia per la sicurezza Statunitense soprattutto per i legami che il Governo di Chavez prima e di Maduro successivamente hanno maturato con Cina e Federazione Russa siglando numerosi accordi di carattere energetico, economico e militare. Trump ha, dunque, determinato e sponsorizzato l'azione di Guaidò al fine di inasprire ulteriormente sia i rapporti internazionali che quelli interni al Paese. La sua azione andrebbe letta tenendo anche conto della profondità storica e, quindi, del ruolo avuto in passato dalla Rivoluzione Bolivariana nel fungere da pioniere per i nuovi equilibri geopolitici regionali. Essa, infatti, ha generato un blocco di Paesi che puntava ad avere una propria autonomia politica ed economica a scapito degli Stati Uniti che per anni avevano considerato il Venezuela - così come buona parte degli altri Paesi del Centro e Sud America - il proprio "cortile di casa". Questo blocco, di cui il Venezuela rappresentava un pilastro, è ormai venuto meno, a causa di fattori endogeni ed esogeni, comportando un cambio di passo da parte dei suoi maggiori protagonisti, vale a dire Brasile e Argentina.
Non vanno, inoltre, sottovalutate le ricadute in termini di consenso che tali azioni generano sull'elettorato Trumpiano.

— Mosca, per voce del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, esprime le sue preoccupazioni: "Continuiamo a credere che sia possibile trovare una soluzione alla crisi in Venezuela solo portando sia il governo sia l'opposizione al tavolo dei negoziati", parlando agli studenti dell'università russo-tagika di Dushanbe, ha spiegato: "Altrimenti ci sarà il cambio di regime che l'Occidente tanto brama. Non c'è un solo Paese dove la vita sia migliorata in seguito a un cambio di regime". Come commenti questo giudizio espresso da Lavrov?

— Anche per la Russia il Venezuela è altamente strategico per via della sua posizione geografica e Maduro, così come il suo predecessore Chavez, rappresenta un partner di grande rilievo in un'area considerata di interesse statunitense. Emblematico a tal riguardo quanto riferisce Alberto Negri circa la missione di una squadra di economisti russi, tra cui esperti dell'Università Plekhanov, recatasi lo scorso novembre a Caracas per elaborare un piano di riassetto economico che tuttavia Maduro ha deciso di non approvare.

Fatta questa dovuta precisazione, trovo condivisibile la posizione espressa dal Ministro degli Affari Esteri Lavrov, dal momento che ad oggi il Paese è quasi diviso in due perfette metà, tra sostenitori di Maduro e sostenitori di Guaidò, per cui un repentino cambio di regime andrebbe, appunto, ad accentuare la conflittualità interna non garantendo, certamente, il miglioramento delle condizioni di vita.

— Nel frattempo, Nicolas Maduro informa di aver scritto a Papa Francesco, chiedendo aiuto in un processo di facilitazione e di rafforzamento del dialogo nazionale. Secondo te, il Vaticano potrebbe davvero svolgere un ruolo da mediatore in un'eventuale trattativa tra governo e opposizione in Venezuela?

— Il Vaticano già in passato, nel 2014, quando maturavano i primi fermenti di rivolta si era impegnato a mediare tra le parti. Tale ruolo era stato facilitato, nonostante le posizioni assunte da una parte del clero locale, sia dalla presenza del Pontefice argentino che dalla conoscenza che il Segretario di Stato Card. Parolin ha della situazione Venezuelana, avendo operato come Nunzio a Caracas.

Ma nonostante ciò, l'operato della Santa Sede non produsse i risultati sperati.

Ieri il Pontefice ha dichiarato che una mediazione della Santa Sede potrà esserci soltanto se verrà richiesta da ambedue le parti. Ciò sta ad indicare che nello scenario attuale i margini di manovra per la Diplomazia Vaticana sono limitati.

— In Venezuela vive una delle più grandi comunità italiane nel mondo. Cosa, a tuo avviso, dovrebbe fare il governo giallo-verde per proteggere i loro interessi e i loro diritti?

— Considerato che in Venezuela vivono 150 mila italiani e 1,5 milioni di italo-discendenti certamente l'Italia non può sottrarsi dal prendere una posizione e adoperarsi attivamente per scongiurare l'acuirsi della crisi sociale, con tutto ciò che ne potrebbe derivare in termini di sicurezza per i nostri connazionali. La via percorribile è certamente quella di agevolare la mediazione e il dialogo tra le due parti.

— Juan Guaidò, l'autoproclamato presidente a interim rassicura che il Venezuela "non finirà come la Libia". Qual è il possibile scenario che si aprirà in Venezuela? Come si chiuderà questa partita?

— Certamente Guaidò cerca di rassicurare chi lo sostiene negando il pericolo di una situazione di caos anche se non è a mio avviso nella condizione di poterlo escludere tenendo conto che in campo le variabili sono differenti e molteplici, non tutte da lui prevedibili. Molto dipenderà sia dal ruolo che giocheranno i militari, che rappresentano l'unica vera forza all'interno del Paese, ma anche dalle scelte di Washington, Mosca e Pechino, tre indiscussi protagonisti di caratura globale che dall'evoluzione della "questione venezuelana" potrebbero trarre vantaggi o svantaggi.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tema:
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crisi, Lega, M5S, Antonio Tajani, Donald Trump, Papa Francesco, Nicolas Maduro, Matteo Salvini, Sergej Lavrov, Vaticano, Venezuela, Libia, Italia, USA, Cina, Russia
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