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02:46 21 Agosto 2019
Palazzo Chigi

Regionalismo differenziato, verso la secessione dei ricchi?

CC BY 2.0 / Simone Ramella
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Tatiana Santi
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Il 15 febbraio è previsto un accordo fra il Governo e le regioni che chiedono il regionalismo differenziato: il Veneto, la Lombardia e l'Emilia Romagna. Un tema delicato che riguarda non solo i cittadini delle tre regioni, bensì tutto il Paese. Vi è il rischio di una secessione dei ricchi? Si potrà parlare di cittadini di serie A e serie B?

Una possibile intesa fra il governo da una parte, Veneto, Lombardia e Emilia Romagna dall'altra, porterebbe ad un divario ancora più evidente fra Nord e Sud. Nascere in una determinata regione significherebbe, in altre parole, avere più o meno diritti, godere di maggiori o minori servizi dalla sanità alla scuola. Si realizzerebbe quindi una vera e propria "secessione dei ricchi". Questo è l'appello al centro della petizione lanciata dal professore di economia Gianfranco Viesti.

A pochi giorni dall'accordo fra il governo e le tre regioni, a mancare è il dibattito su un tema riguardante tutti i cittadini italiani da Nord a Sud. Quali potrebbero essere gli effetti economici e politici del regionalismo differenziato? Sputnik Italia ha raggiunto per un'intervista Gianfranco Viesti, professore ordinario di economia all'Università di Bari, autore del saggio "Verso la secessione dei ricchi?" (scaricabile gratuitamente sul sito Editori Laterza).

— Professore Viesti, incominciamo dal suo saggio "Verso la secessione dei ricchi", di cosa si tratta?

— Si tratta di discutere le iniziative delle regioni italiane Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna per ottenere dal governo una maggiore autonomia regionale. Il tema nasce dalla constatazione che si tratta di un tema importantissimo del quale però pochi si occupano. È quindi bene presentarlo all'opinione pubblica. Il punto decisivo è che non si tratta di un cambiamento tecnico amministrativo importante solo per i cittadini di quelle regioni, ma si tratta di un cambiamento politico molto importante di come funziona l'Italia, quindi interessa tutti i cittadini italiani.

Nelle proposte delle regioni ci sono infatti almeno tre criticità fondamentali: la prima è relativa alle materie, ovvero agli ambiti in cui le regioni vogliono più autonomia. Sono ambiti grandissimi e molto diversi tra loro e riguardano la sanità, la scuola, le infrastrutture. Quindi si tratterebbe di un trasferimento di poteri enorme dallo Stato alle regioni.

La seconda criticità è quella del finanziamento di queste competenze, perché l'iniziativa delle regioni nasce proprio dal desiderio di ottenere molte più risorse finanziarie dato che disporranno di nuove competenze. Si tratta del progetto che la Lega Nord da almeno 25 anni cerca di realizzare, ovvero di spostare quante più risorse finanziarie possibili a favore delle regioni del nord. È evidente che questo porterebbe ad una forte ripercussione nelle risorse e quindi nei servizi scolastici e sanitari nelle altre regioni italiane.

Il terzo elemento: per come è prevista l'attuazione di questo processo, il parlamento è completamente tagliato fuori dalla discussione. Intendo dire che si prevede un accordo tra regioni e governo il prossimo 15 febbraio, accordo i cui contenuti sono al momento segreti. Questo accordo sarà portato in parlamento solo per essere approvato o respinto.

— Quali potrebbero essere gli effetti negativi di tali riforme per il Paese?

— I problemi nascono da questi tre elementi. Si tratta di un passaggio di competenze enorme, non opportuno, dallo Stato alle regioni, perché rischia di cambiare il funzionamento di grandi servizi pubblici, a cominciare dalla scuola, e renderlo diverso da regione a regione. Il secondo problema è che si stabilirebbe il principio per cui i cittadini delle regioni più ricche hanno diritto a maggiori risorse e servizi dei cittadini delle regioni più povere. Per finire, è evidente che la materia è molto importante, complessa ed ampia, è indispensabile una grande discussione culturale, politica e parlamentare prima di poter prendere qualsiasi decisione.

Le segnalo inoltre su "Repubblica" del primo febbraio, c'è un'importantissima presa di posizione contro questo progetto da parte del sindaco di Milano. Il sindaco usa questi due argomenti: se diamo più soldi a chi è più ricco li togliamo a chi è più povero; rischiamo di avere un enorme potere regionale che schiaccia le città.

— La schiera di esperti, professori, economisti e politologi contrari all'aumento di autonomia alle regioni del nord aumenta?

— Ci stiamo muovendo un po', abbiamo lanciato una petizione ad agosto. Ecco, adesso c'è qualcuno in più… però io ho notato tanto silenzio sul tema, anche se adesso c'è un po' più di movimento. C'è bisogno di una vera discussione in merito, parliamo di una materia che riguarda non solo i veneti, i lombardi e gli emiliani.

— Lei non è contrario in generale all'autonomia regionale? A quale modello bisognerebbe ispirarsi?

— L'autonomia regionale è un'ottima cosa che c'è già, qui però parliamo di economia regionale differenziata e cioè che alcune regioni hanno più potere di altre. Non sono contrario in principio, però il tema è molto delicato, bisogna vedere bene come funziona il sistema nel suo insieme e i suoi aspetti finanziari. In Italia, per esempio, abbiamo già le regioni speciali ed i cittadini di queste regioni hanno un trattamento molto più favorevole dei cittadini di altre regioni. Si tratta di piccole regioni, se però diventassero speciali anche il Veneto, la Lombardia e l'Emilia Romagna, regioni molto grandi, il tema diverrebbe molto più importante.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
autonomia, Economia, Italia
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