19:20 22 Maggio 2019
Soldati a Kabul

Afghanistan: Tutti a casa?

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Giulio Virgi
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A Roma è scoppiata un’aspra polemica in seguito alla decisione del Ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, di impartire al vertice nazionale delle Forze armate l’ordine di avviare la pianificazione del ritiro del contingente italiano di stanza in Afghanistan.

Si tratta di circa 800 soldati inquadrati nella missione atlantica Resolute Support, che svolge compiti esclusivamente addestrativi dentro una grossa base situata ad Herat, nell'ovest del paese, senza più partecipare attivamente ai combattimenti che continuano ad insanguinare lo sventurato paese centro-asiatico.

In realtà, è già da quattro anni che gli italiani hanno smesso di pattugliare il territorio e condurre operazioni insieme alle forze di sicurezza afghane, esattamente come gli altri contingenti attivi sotto le insegne della Nato. Questo spiega perché siano ormai pochissimi i soldati atlantici che cadono in Afghanistan, mentre dal 2014 ad oggi le forze regolari afghane hanno perduto ben 45mila effettivi per mano della guerriglia: si tratta di una media di trenta persone al giorno, di cui la stampa internazionale poco o nulla dice.

Confine tra Pakistan e Afghanistan
© AFP 2019 / NOORULLAH SHIRZADA

Soltanto una limitata aliquota di truppe americane sostiene ancora l'Esercito e le polizie afghane con propri consiglieri e soprattutto aerei ed elicotteri, pagando ovviamente un prezzo in vite umane significativo, seppure di certo non paragonabile a quello che veniva sostenuto una decina d'anni fa. Gli Stati Uniti continuano anche ad utilizzare l'Afghanistan come base per effettuare attacchi contro le formazioni terroristiche presenti a cavallo della Linea Durand, colpendo con i propri droni "bersagli d'opportunità" tanto sul suolo afghano quanto dentro il territorio pakistano.

Questo fattore già da solo dovrebbe bastare a depotenziare la valenza di una scelta che per il momento ha scarse implicazioni operative. E' tuttavia in atto una campagna di natura politica che tende ad attribuire al Movimento Cinque Stelle il merito di una decisione che rappresenterebbe uno strappo dell'Italia nei confronti degli Stati Uniti e della Nato, per permettere ai pentastellati di lucrare consensi nella vasta galassia italiana dei movimenti pacifisti. Le elezioni europee dopotutto sono alle porte e quei voti potrebbero far comodo nel derby, tutto interno all'attuale maggioranza, tra grillini e leghisti.

In realtà, questa piccola polemica interna all'Italia fa perdere di vista il dato più importante: il Ministro della Difesa Trenta ha reagito d'iniziativa a notizie provenienti dalla grande stampa americana, secondo la quale gli Stati Uniti starebbero trattando con i Taliban ed avrebbero addirittura raggiunto un accordo preliminare che concerne il loro ritorno al potere. Inizialmente in coalizione con il legittimo governo afghano, poi si vedrà. L'unica cosa che i negoziatori americani avrebbero chiesto è la garanzia che l'Afghanistan non torni mai più ad essere un rifugio per i terroristi jihadisti che hanno attaccato Washington e New York l'11 settembre 2001. In cambio, i militari Usa lascerebbero progressivamente il paese, non è chiaro se lasciandovi o meno un presidio minimo. Alcuni dettagli non sono stati in effetti rivelati, forse perché ancora non completamente definiti.

Non è la prima volta che a Doha diplomatici americani ed emissari Taliban si incontrano e discutono di queste idee. Ma pare che adesso ci siano elementi di maggior concretezza e comunque il quadro complessivo è, in un certo senso, più propizio. Sappiamo da quanto ha scritto Bob Woodward che Trump è personalmente contrario alla prosecuzione della missione in Afghanistan, un paese in cui ritiene che gli Stati Uniti non abbiano alcun interesse a rimanere. Inoltre, i nuovi rapporti stabiliti da Trump con Riyahd lasciano immaginare che la Casa Bianca consideri i sauditi come i veri garanti dell'aderenza dei Taliban a quanto verrà concordato.

Ma non è neanche questo il vero punto. Richiesto di commentare le indiscrezioni in arrivo dagli Stati Uniti, il Segretario generale della Nato ha reagito con evidente imbarazzo, ammettendo di non essere informato di quanto la diplomazia americana sta facendo. Anche il governo di Kabul è stato di fatto bypassato da un processo che rischia di comprometterne la sopravvivenza.

Non si vede allora davvero per quali ragioni si debba accusare Elisabetta Trenta di allontanarsi dagli Stati Uniti e dalla Nato quando sono proprio gli americani a muoversi unilateralmente alle spalle degli alleati europei ed afghani, mettendoli di fronte al fatto compiuto. Ai tanti interventisti delle più varie denominazioni presenti in America, John Bolton in testa, Trump darà in pasto il Venezuela, probabilmente pensando alla dottrina Monroe e al tesoro petrolifero di Caracas.

Per sé, il Presidente jacksoniano terrà però Medio Oriente e Nato. L'agenda dei ritiri selettivi andrà avanti, anche se sono molti coloro che storcono il naso. A Roma, qualcuno lo ha capito e una volta tanto si muove di conseguenza in anticipo, seppure in modo forse un po' irrituale. Quanto ci metteranno gli altri alleati?

Se la campana di Aquisgrana suonava per l'Italia, quella afghana suona per la Nato, che uscirà molto verosimilmente con le ossa rotte dal negoziato in corso tra Stati Uniti e Taliban. Non solo perché dovrà incassare la prima sconfitta della sua storia, ma altresì, e forse soprattutto, perché sarà evidenziato una volta di più il tramonto dell'interesse di Washington nei suoi confronti.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Tags:
NATO, Elisabetta Trenta, USA, Italia, Afghanistan
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