05:46 25 Aprile 2019
Confine tra Pakistan e Afghanistan

Afghanistan addio, ma con dignità

© AFP 2019 / NOORULLAH SHIRZADA
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Gian Micalessin
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In Afghanistan abbiamo perso. Ritirarsi è inevitabile soprattutto per un Italia che ha oggi nel Mediterraneo e nel Nord Africa il centro dei propri interessi nazionali. Ma il ritiro va gestito con ordine e dignità per rispetto dei 54 soldati morti in quel paese e dei nostri alleati.

Da una guerra ti puoi ritirare con onore o con disonore. Noi per dire addio all'Afghanistan stiamo scegliendo la seconda strada. Gli Stati Uniti in testa e l'Italia dietro stanno trasformando una ritirata resa indispensabile da un'obbiettiva sconfitta politica, morale e strategica in una fuga disordinata che avrà conseguenze per la nostra credibilità e contraccolpi tragici per chi a Kabul e dintorni s'è fidato in noi. Incominciamo dalle modalità cui il ministro della Difesa Elisabetta Trenta ha ufficializzato la richiesta, rivolta al Coi (Comando operativo interforze la struttura di comando che coordina e pianifica le operazioni militari Ndr), di organizzare entro la fine del 2019 il ritiro dei 900 militari italiani impegnati nella missione Nato "Resolute Support". La comunicazione arriva poche ore dopo la pubblicazione sul sito del "New York Times" di un'intervista in cui il  diplomatico americano Zalmay Khalilzad ipotizza un'intesa "di principio" con i talebani per il rientro dei 14mila soldati americani.

La notizia, è chiaro, non può non innescare un ragionamento sul ritiro di un contingente italiano che ben difficilmente potrebbe restare da solo in Afghanistan. Ma in politica internazionale la forma è sostanza. Comunicare un ritiro a poche ore dalle dichiarazioni di Khalilzad è sintomo di una riflessione quanto meno affrettata e superficiale. Una riflessione poco consona alla decisione di abbandonare un impegno durato, per l'Italia, quasi 16 anni, costato le vite di 54 soldati, il sangue di altri 600 e una spesa stimata di circa 7 miliardi di euro.

Una riflessione che peraltro non ha coinvolto né le forze di governo, né il Parlamento, né gli alleati.

Lo stupore di un ministro degli esteri Enzo Moavero Milanesi che fa notare di non esser stato informato fa capire come tutto sia stato deciso nel ristretto ambito del Ministero della Difesa. Modalità singolare non solo perché è stato il Parlamento, in questi anni, a decidere il finanziamento delle missioni, ma soprattutto perché la partecipazione italiana a "Resolute Support" rientra nell'ambito di accordi con la Nato e con il governo afghano. Ritirare quei 900 soldati senza consultare il Parlamento, senza concordarlo con gli alleati e senza comunicarlo ad un governo afghano che conta anche sul nostro impegno per garantire l'addestramento dei propri soldati non è esattamente il comportamento di un alleato affidabile.

Certo a Elisabetta Trenta il destino del presidente afghano Ashraf Ghani può importare poco, ma in fondo è pur sempre un governo di cui siamo alleati da almeno 16 anni e a cui dal 2015 garantiamo l'addestramento di vari reparti operativi. Prima di annunciare la decisione d'abbandonarlo al proprio destino sarebbe cortesia informarlo per via diplomatica. Senza dimenticare che dal 2003, quando assumemmo il comando della missione Isaf ad Herat, giochiamo un ruolo fondamentale in una regione dove la penetrazione talebana s'incrocia con quella iraniana. Accompagnare il nostro ritiro con un'azione diplomatica capace di garantire una stabilità e una mediazione tra le parti ci garantirebbe sicuramente un ruolo politico di cui potremmo beneficiare in futuro. 

Chiarite queste formalità, essenziali per garantire una patina di serietà alle nostre scelte, la decisione di chiudere la nostra missione in Afghanistan e concentrare le nostre forze in quel Mediterraneo e in quell'Africa settentrionale molto più al centro dei nostri interessi nazionali è sicuramente corretta dal punto di vista geo-strategico. Dunque tornare a casa e progettare un impiego su altri fronti dei soldati, dei mezzi e dei fondi impiegati in Afghanistan non è certo sbagliato. Sbagliatissimo è, però, farlo con tempi e modi capaci di distruggere in pochi mesi la reputazione conquistata dai nostri militari e dal nostro Paese in 16 anni di difficile e sanguinoso impegno.

Certo la frettolosa fuga italiana è poca cosa rispetto a quella americana. L'ipotesi di ritiro formulata da Khalilzad arriva dopo un negoziato diretto con i talebani mediato dal Qatar, ma durato meno di una settimana a fronte di 18 anni di conflitto in cui americani e insorti hanno sempre rifiutato qualsiasi negoziato diretto. L'aspetto più disarmante riguarda però i presupposti dell'ipotesi di ritiro americano. Tutto si basa sull'impegno talebano a garantire un cessate il fuoco, non offrire futura ospitalità a gruppi terroristici come Al Qaida e intavolare trattative con il governo di Kabul per una gestione comune del paese. I talebani se da una parte hanno tutto l'interesse a garantire un cessate il fuoco pur di garantirsi il ritiro dall'altra potrebbero facilmente, dimenticare gli altri due impegni una volta conseguito quell'obbiettivo. Anche perché la prima delegittimazione del presidente Ashraf Ghani è arrivata da un'amministrazione Trump pronta a trattare con i talebani nonostante il loro rifiuto di allargare i negoziati al governo di Kabul.

Con queste premesse potizzare un epilogo simile a quello del 1975 in Vietnam quando i vietcong, ritiratisi gli americani eliminarono o sbatterono nei campi di rieducazione gli esponenti dei governi e dell'esercito del sud è tutt'altro che azzardato. Anche perché in Afghanistan è già successo e proprio per mano dei talebani. Furono loro quando entrarono a Kabul nel 1992 ad impiccare ad un lampione l'ex presidente filo sovietico Najibullah rimasto fino a quel momento incolume grazie ad un accordo raggiunto con le altre fazioni dei mujaheddin afghani durante il ritiro sovietico del 1989. 

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
radicalismo islamico, Sicurezza, Ritiro, Guerra, Al Qaeda, Talebani, NATO, Elisabetta Trenta, Enzo Moavero Milanesi, URSS, Vietnam, Qatar, Afghanistan, Italia, USA
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