18:31 21 Febbraio 2019
Migranti a bordo della nave Sea Watch 3

Processiamo le Ong non Salvini

© REUTERS / Darrin Zammit Lupi
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Gian Micalessin
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Il caso Sea Watch dimostra come alle organizzazioni umanitarie non interessi salvare vite umane, ma usare i disgraziati recuperati in mare per costringere Italia ed Europa ad aprire le porte ai migranti irregolari.

Ci risiamo. Dopo la richiesta di mandare a processo il ministro degli Interni Matteo Salvini per il caso Diciotti s'attende la richiesta di qualche magistrato pronto a inquisirlo anche per il caso dei 47 migranti bloccati a bordo della Sea Watch davanti a Siracusa. Nulla di strano per un'Italia dove il senso dello Stato di alcuni magistrati va in senso contrario rispetto al buon senso e al sentire della maggioranza della popolazione. Per capire come la giustizia rischi di trasformarsi, una volta di più, in arma politica al servizio di magistrati convinti di poter cambiare i governi a colpi di incriminazioni bastano i paradossi del caso Sea Watch.

A rigor di logica e di diritto della navigazione qualsiasi giudice indipendente manderebbe a giudizio non Salvini, ma il capitano della nave Sea Watch e i dirigenti della Ong tedesca a cui fa capo. L'affare è fin dall'inizio assai sospetto. A metà gennaio la nave Sea Watch 3 battente bandiera olandese, ma gestita dall'omonima Ong tedesca, naviga da giorni davanti alle acque territoriali libiche. Mentre l'imbarcazione attende la Ong pubblica sul proprio sito la posizione della nave. L'inevitabile sospetto è che l'organizzazione cerchi d'indurre i trafficanti di uomini a mettere in mare un gommone o un barcone. L'impressione di un salvataggio pilotato si fa più evidente quando si scopre il meccanismo che il 19 gennaio permette a Sea Watch il recupero di 47 migranti imbarcati su un gommone in navigazione 30 miglia a nord di Zuara, all'interno della Sar (area di soccorso) libica. Il salvataggio si svolge in assenza di qualsiasi richiesta di aiuto pervenuta alla Guardia Costiera Libica o ai centri di soccorso di Roma o La Valletta. Tutto passa, invece, attraverso i canali gestiti dalle Ong che appoggiano l'accoglienza indiscriminata dei migranti.

L'allarme indirizzato ad Alarm Phone, un call center informale gestito dalla Ong Watchformed fa decollare Moonbird, un velivolo di piloti umanitari svizzeri specializzati nell'individuazione dei migranti con base a Malta. Subito dopo Sea Watch utilizzando le coordinate fornite da Moonbird imbarca i migranti senza informare la Guardia Costiera libica competente per la zona Sar. Già qui si configura una prima violazione delle norme. Per il diritto marittimo sono infatti le autorità della zona Sar a dover indicare il porto di sbarco. Ovviamente Sea Watch si giustifica sostenendo di aver contattato Tripoli, ma di non aver ricevuto alcuna risposta.

"Abbiamo chiamato più volte Tripoli ma nessuno rispondeva — si giustifica Giorgia Linardi, referente italiana della Ong. Non è la prima volta che succede. Solo una volta hanno risposto e abbiamo provato a comunicare in inglese, francese, italiano e arabo egiziano ma non siamo riusciti a capirci. La telefonata è finita con un comandante della Guardia Costiera di Tripoli che ha attaccato".

La seconda infrazione avviene due giorni più tardi quando, in concomitanza con il deteriorarsi della situazione meteorologica Sea Watch chiede di approdare a Lampedusa. Approdo negato perché come ammette la stessa portavoce di Sea Watch il centro di soccorso di Roma chiarisce che Lampedusa "non era adeguata per un riparo rispetto al ciclone in arrivo da nord-ovest. A quel punto l'opzione più vicina sono le coste tunisine di Zarzis distanti solo 70 miglia rispetto alle 100 che separano la Sea Watch dalla rada di Siracusa. Una scelta consigliata sia dalle autorità dell'Aja, competenti per la sicurezza della nave con bandiera olandese, sia da quelle italiane. Stranamente però, stando a quanto sostengono sulla Sea Watch, neanche Tunisia risponde alle comunicazioni. Giustificandosi con la presunta mancata risposta il capitano dell'imbarcazione punta su Siracusa nonostante il maltempo e il rifiuto delle autorità italiane che annunciano di volergli negare l'entrata in porto. Una decisione arbitraria e pericolosa come nota il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli. "La nave Ong doveva riparare in Tunisia, come peraltro fecero i pescherecci vicini in quelle ore di atteso peggioramento meteo… invece ha deciso di sfidare il mare, puntando verso le coste siciliane che si trovano a oltre 100 miglia da Lampedusa. E dunque mettendo irresponsabilmente a repentaglio la salute e la vita dei naufraghi."

A questo punto le finalità di Sea Watch sono evidenti. Il vero obiettivo dell'imbarcazione, e della Ong a cui fa capo, non è salvare le vite dei migranti sbarcandoli nel più vicino dei porti, ma aprire un contenzioso con l'Italia e l'Europa anche a costo di mettere a rischio il proprio carico umano. Non paga di essersi posizionata in maniera da agevolare la partenza di un gommone gestito dai trafficanti di uomini e averlo recuperato in barba alle autorità libiche competenti per il salvataggio Sea Watch usa i migranti per far pressioni sull'Italia e sull'Europa. Dimostrando, una volta di più, che per Sea Watch e tutte le altre Ong i migranti non sono vite da salvare, ma strumenti per rivendicare la caduta delle frontiere e imporre all'Italia e al resto d'Europa un'accoglienza senza limiti.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Tags:
Sea Watch, Matteo Salvini, Italia
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