01:36 27 Maggio 2019
Prezzi petorlio

Diamo i numeri: quanto deve costare il petrolio per accontentare tutti

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Mario Sommossa
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Il grafico del prezzo del petrolio, come quello di tutte le materie prime, descrive sempre un’altalena legata al rapporto mondiale tra domanda e offerta.

Non va tuttavia dimenticato che la valutazione data dagli operatori non risponde soltanto alla situazione del momento, ma si basa sulle aspettative di disponibilità di quella materia prima sul breve e medio termine. Di primo acchito, si sarebbe pensato che l'embargo decretato contro l'Iran e la crisi che da qualche tempo attraversa il Venezuela (e che è esplosa negli ultimi giorni) avrebbe pesantemente influito sull'offerta e fatto schizzare i prezzi dell'oro nero verso l'alto. Così non è stato. La ragione di un prezzo che rimane da un po' sotto i 60 $ al barile e che addirittura lascia intravedere un'ulteriore discesa si basa soprattutto sulle attese di un calo della domanda, legato alla possibile nuova crisi economica mondiale in arrivo. Naturalmente, se guardiamo dal punto di vista dei produttori, è evidente che più il prezzo è alto più essi ne traggono beneficio. Eppure, tra il 2012 e il 2016 si è notato un rilevante calo del prezzo al barile determinato, almeno in parte, proprio dalla volontà di alcuni dei maggiori produttori. E questa strada, probabilmente, non è ancora stata percorsa fino in fondo.

Se osserviamo i grafici legandoli ad alcune cause identificabili, il meccanismo di quanto accaduto diventa più chiaro.

Nel 2007 il barile partiva da un prezzo medio attorno ai 60 $ per arrivare nel luglio del 2008 a quasi 144 $. L'economia mondiale aveva attraversato un momento di forte euforia e nessuno ancora prevedeva l'impatto della crisi finanziaria mondiale.  La recessione, scoppiata alla fine del 2007, ridusse drasticamente la domanda di tutte le materie prime e abbassò il livello del barile a circa 34$. Occorre ricordare che un prezzo ritenuto troppo alto dagli utilizzatori invoglia gli investimenti e le ricerche su fonti alternative e, almeno potenzialmente, puo' contribuire a ridurre la domanda. Comunque sia, basandosi sulle aspettative di ripresa dell'economia, la domanda e il relativo prezzo tornarono gradualmente a salire.

Nel 2012 toccò i 128$ e, attirati da un rendimento così vantaggioso, i produttori pomparono tutto il petrolio possibile. In quel frattempo, si era però aggiunto il petrolio americano estratto dagli scisti e ciò influì sulla produzione mondiale tra il 2012 e il 2016 con un incremento di circa il 60%. Il maggiore produttore, l'Arabia Saudita, spaventata che quella concorrenza potesse ridurre le proprie quote di vendita, si mise a pompare pazzamente riuscendo a far crollare il prezzo nel gennaio 2016 fino al livello di 26$ al barile.

Lo scopo era di mettere fuori gioco i nuovi arrivati che, mediamente, avevano un costo di produzione tra i 50 e 70 $ al barile, mentre quello saudita si otteneva con una spesa tra i 10 e i 20 $.  Purtroppo per loro, il piano non si realizzò completamente. I ricavi complessivi crollarono talmente tanto che il fatto creò seri problemi al budget statale di Riad. Anche i produttori americani, se pur molti di loro fallirono o furono costretti a sospendere le operazioni, cercarono, trovandoli, mezzi di estrazione e di logistica del trasporto più efficaci e chi ci riuscì poté sopravvivere abbassando di molto i costi dell'estrazione.

Un prezzo così basso non penalizzò, però, soltanto loro e i sauditi ma anche tutti gli altri grandi produttori che avevano basato i loro budget statali su di un certo livello di entrate. Alcuni Stati non subirono soltanto pesanti ripercussioni economiche ma dovettero far fronte anche ripercussioni negative politiche e sociali. L'OPEC, il cartello di alcuni maggiori produttori, cercò l'accordo della Russia per invertire il trend dei prezzi puntando a un livello giudicato ottimale (o quasi). L'obiettivo era di aumentarlo ma lasciandolo sempre sufficientemente basso da pregiudicare la convenienza dell'estrazione di  petrolio da scisto. Fu decisa allora una riduzione produttiva di più di un milione di barili il giorno e si ottenne che il valore risalisse attorno agli 86$ nell'Ottobre 2018. Tuttavia, attorno alla fine dell'anno si sono notati i primi cenni di una nuova possibile crisi economica e le prospettive di un calo della domanda hanno riportato il valore del barile sotto i 60$.

In tutta questa altalena chi più ha perso e sta perdendo sono stati tutti i Paesi per i quali l'export di gas e petrolio rappresenta un'alta percentuale del prodotto nazionale lordo. I sauditi, ad esempio, vi basano circa il 25% della propria ricchezza annuale. In questo Paese, anche le aziende non produttrici di petrolio o gas e il cui fatturato non rientra in quel 25 percento sono, tuttavia, spesso direttamente legate a cascata a quel settore e quindi le difficoltà del primo hanno ricadute ancora più ampie. 

Nonostante il piano "Vision 2030" lanciato dal principe Bin Salman abbia molto aumentato, tra il 2012 e il 2017, i ricavi non legati al petrolio, il budget complessivo delle entrate statali si è ridotto di circa la metà.  

La guerra contro i produttori di petrolio da scisto non è però finita ed è verosimile che l'OPEC non voglia perdere altre quote di mercato a favore di quelle imprese sopravvissute e tuttora operative.  Diventa allora probabile che si lascino temporaneamente salire i prezzi per fare un po' di cassa per poi ritornare ad aumentare la produzione e far scendere ancora i prezzi sperando che ciò favorisca altri fallimenti in quel settore.

Il Fondo Monetario Internazionale ha stimato che il break even point per il bilancio statale dell'Arabia Saudita si aggirerà nel 2019 attorno ai 73$ al barile. Troppo alto perché metta fuori gioco i concorrenti.

Si tratta quindi di un gioco sul filo del rasoio perché un prezzo alto aumenta il numero dei produttori, riduce le quote di ciascuno e quindi le entrate di Riad. Un prezzo basso riuscirà a eliminare qualche concorrente ma metterà a rischio la politica di sovvenzioni e di (parziale) ridistribuzione della ricchezza che ha garantito, fino ad ora, la pace sociale nel Paese.

Un altro Stato che ha sofferto e molto soffrirà di quest'altalena e soprattutto dei prezzi bassi è l'Iran. Nel 2017 aveva esportato petrolio per un valore di circa 74 miliardi corrispondenti al 16% del proprio PIL e a una produzione totale di circa 4 milioni e mezzo di barili il giorno (per l'esportazione dai 2 ai 2,4 milioni). Oltre all'abbassamento dei prezzi che influirà negativamente sui progetti di sviluppo, c'è da contare che le reintrodotte sanzioni americane potrebbero più che dimezzare le quote esportabili della produzione.

Naturalmente, come c'è che perde, c'è anche chi guadagna e cioè i Paesi che importano tutto o gran parte del petrolio che consumano. L'Italia è certamente uno di questi, così come la maggior parte degli altri Paesi europei e il Giappone. Lo Stato, però, che trarrà il maggiore beneficio da un possibile nuovo calo dei prezzi è la Cina che è oramai diventato il più grande importatore di gas e petrolio al mondo. Considerato che Pechino sta cercando di far di tutto per sgonfiare, senza farla scoppiare, la bolla finanziaria dell'immobiliare, un grande risparmio nell'acquisto di materie prime può essere il maggior favore che i Paesi produttori possano farle.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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PIL, estrazione petrolio, prezzi petrolio, Crollo prezzo del petrolio, Petrolio, OPEC, Giappone, UE, Iran, Arabia Saudita, Italia, Cina, USA, Russia
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