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19:37 22 Agosto 2019
Base missilistica Jupiter nei pressi di Laterza (TA)

L’Italia potrebbe schierare nuovamente missili nucleari americani?

© Foto : Google Maps, screenshot
Opinioni
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Alessandro Gaetano Naselli
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Il presidente USA Donald Trump ha dichiarato di voler abbandonare un trattato storico sulla riduzione degli armamenti nucleari INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty), siglato nel 1987 tra il presidente Ronald Reagan e il leader dell’URSS Mikhail Gorbaciov.

Questa notizia suscita parecchie preoccupazioni specialmente in Europa dove, nel caso gli Stati Uniti si ritirassero dal trattato, potrebbero essere schierati nuovamente missili balistici a medio e corto raggio puntati contro la Russia. Quindi lo smantellamento di questo trattato dovrebbe preoccupare l'Italia?

Il Bel Paese ha visto un massiccio dispiegamento di forze USA nel dopoguerra, sia sotto forma di personale militare americano, sia sotto forma di installazioni come ad esempio la base militare americana di Camp Ederle (Vicenza). Negli anni ‘60 il Mezzogiorno, in particolare la Murgia pugliese, diventò luogo di dispiegamento di missili balistici, cosa che portò questo territorio a diventare un potenziale obiettivo di un attacco nucleare preventivo sovietico. Un anno prima il presidente Eisenhower in conformità dell'accordo con l'aeronautica militare italiana insistette per lo schieramento di 30 missili PGM-19 Jupiter per un totale di 50 megatoni di testate nucleari con base presso l'aeroporto di Gioia del Colle, oggi inglobata nella città metropolitana di Bari.

La base Jupiter
La base Jupiter

Le postazioni di lancio erano distribuite a raggiera intorno a Gioia del Colle. Ogni sito di lancio aveva un organico di circa 130 militari che si occupavano della manutenzione e di assicurare la prontezza al combattimento delle armi. Le chiavi di lancio erano custodite da un ufficiale italiano e uno americano. L'ufficiale italiano avviava la procedura di lancio con la prima chiave mentre quello americano dava l'ordine finale girando la sua chiave e dando il via al lancio del missile nucleare. In tutto il conto alla rovescia per il lancio di questi missili era di 15 minuti.

La base Jupiter
La base Jupiter

Le piazzole per il lancio dei missili e i ruderi delle basi sono ancora lì oramai infestati dai rampicanti e dalla macchia mediterranea. Infatti oggi è possibile, li dove l'accesso non è stato completamente chiuso, visitare quel che rimane di queste basi, e se si cerca su Google Maps queste basi sono ancora visibili. Dunque se negli anni ‘60 l'Italia accettà queste armi sul proprio territorio, allora oggi dovremmo preoccuparci di diventare nuovamente un obiettivo di una risposta armata russa in caso di guerra?

Sputnik Italia ha chiesto il parere dell'esperto laureato in scienze politiche all'Università Statale di Milano, il giornalista e saggista di storia aeronautica e militare, Mirko Molteni:

— I missili schierati dagli Stati Uniti nella Murgia Pugliese negli anni 60, qual era la loro principale funzione strategica?

— La decisione americana di installare in Puglia i missili a raggio intermedio, ossia IRBM (Intermediate Range Ballistic Missile), del tipo Chrysler PGM-19 Jupiter, maturò già fra il 1957 e il 1959 poiché l'US Air Force non disponeva ancora di missili intercontinentali (ICBM) in grado di arrivare fino all'interno dell'Unione Sovietica partendo dal continente nordamericano. Alla fine degli anni Cinquanta a Washington si viveva nel doppio timore che i sovietici stessero raggiungendo un vantaggio, in realtà inesistente, sia nel campo dei bombardieri strategici, il cosiddetto "bomber gap", sia nei missili balistici, ossia il "missile gap". Questi timori vennero fugati in tempi diversi, già attorno al 1960 per quanto riguarda i bombardieri, dopo i voli stratosferici sull'URSS degli aerei-spia Lockheed U-2 gestiti congiuntamente da CIA e USAF, che verificarono come i bombardieri giganti a lungo raggio Myasischev Mya-4 Molot e Tupolev Tu-95 fossero ancora pochi. Nel campo dei missili, invece, ci si rese conto nel 1961 che i russi avevano ancora pochi vettori intercontinentali e che la loro precisione era inferiore a quella americana. Ciò derivò dalle rivelazioni spionistiche del colonnello del GRU Oleg Penkovskij, che passava all'Occidente informazioni sugli sviluppi missilistici sovietici. Nel frattempo, però, era già stato deciso di schierare i Jupiter in Puglia, oltre che in Turchia, poiché avendo questi missili una gittata di 2800 km, potevano tenere sotto tiro non solo gli schieramenti avanzati dell'Armata Rossa nei paesi del Patto di Varsavia, ma o la stessa regione di Mosca e  la maggior parte della Russia Europea fino ai monti Urali. Ogni Jupiter portava una testata termonucleare, quella che volgarmente si dice "Bomba H", della potenza di 1,4 megatoni, ossia un centinaio di volte la bomba di Hiroshima.

Missili
© AP Photo / Ahn Young-joon, File

— Qualerano i rapporti tra URSS e Italia all'epoca dell'installazione dei missili in Puglia?

— All'epoca l'Italia era fortemente allineata alle politiche strategiche statunitensi, assai più che nella stagione successiva al 1963, quando si ebbe l'avvento dei governi di centrosinistra di Aldo Moro, più portati a conquistarsi spazi di autonomia nelle relazioni con i paesi comunisti e anche con i paesi arabi. L'accordo col governo italiano per l'arrivo dei Jupiter venne firmato il 26 marzo 1959, dal primo ministro il democristiano Antonio Segni. Ciò si inseriva nelle più generali regole sullo schieramento di armi nucleari americane in Italia, stabilite fin dal trattato bilaterale BIA del 1954. I missili vennero trasportati per via aerea in Puglia nel corso del 1960 e affidati a equipaggi italiani della nostra Aeronautica Militare, secondo il principio della "compartecipazione", sotto doppio comando, italiano e USA. Allo scopo, i Jupiter vennero organizzati in un reparto specifico, la 36° Aerobrigata da Interdizione Strategica, istituita il 1° maggio 1960. In totale erano 30 missili, distribuiti in dieci poligoni di lancio da tre missili l'uno. Si trattava di basi sparpagliate in un raggio di circa 60 km attorno a Gioia del Colle. Per l'addestramento a lanci reali, gli equipaggi italiani si recavano periodicamente in America, dove dall'aprile 1961 al gennaio 1963 effettuarono almeno cinque esercitazioni reali nel poligono di Cape Canaveral. In Puglia, invece, i Jupiter restavano immobili, su piazzole di lancio all'aperto, senza protezione. Tanto che, come ricordato da Vincenzo Meleca nel suo libro "Il potere nucleare delle forze armate italiane: 1954-1992", ci furono incidenti causati da temporali con fulmini che colpirono le ogive causando una parziale attivazione di alcuni circuiti delle testate nucleari. Come noto, poi, l'Aerobrigata venne disciolta il 21 giugno 1963 e le basi smantellate.

— L'installazione di questi missili cambiò l'approccio strategico e tattico dell'URSS nei confronti dell'Occidente e dell'Italia?

— L'URSS si rese subito conto che i Jupiter schierati in Italia, così come altri missili dislocati in Turchia, Gran Bretagna e Germania, esponevano gran parte del suo territorio, Mosca compresa, a un fulmineo attacco. Le basi erano così vicine ai confini sovietici e del Patto di Varsavia, che non ci sarebbe stato alcun preavviso utile, tenendo conto non solo dei tempi di volo dei missili, ridotti a pochi minuti, ma anche dell'incompletezza delle reti di avvistamento radar, che negli anni Cinquanta e Sessanta erano ancora rudimentali rispetto a quelle di oggi. Perciò Nikita Krushev decise di reagire ponendo una minaccia speculare agli Stati Uniti e nell'estate 1962 varò l'Operazione Anadyr, ovvero il trasporto in gran segreto sull'isola di Cuba di decine di missili IRBM R-12 ed R-14, da puntare su Washington, New York e in genere su una buona metà del territorio USA. Ciò portò alla nota crisi dell'ottobre 1962, che portò il mondo sull'orlo della Terza Guerra Mondiale. E ancora oggi ci fa da monito sul pericolo che si riproponga la questione dei missili a medio raggio, proibiti nell'ultimo trentennio grazie al trattato INF del 1987, messo in discussione dagli americani.

— Trump dichiara di voler abbandonare  il Trattato INF, in questo ambito lei pensa che ci sia il rischio di una nuova guerra fredda? O è già troppo tardi e la nuova corsa agli armamenti è iniziata?

— Se sarà troppo tardi oppure no, lo capiremo nel caso in cui gli USA mostrino di voler trattare una qualche contropartita in cambio del mantenimento del trattato. Ma finora non si sono visti simili segnali negoziali. Sembra invece di rivedere lo stesso copione del 2002, quando Washington si ritirò unilateralmente dal trattato ABM, che limitava le difese antimissile, per avere mano libera in quel settore. Allo stesso modo, sembra che oggi l'America intenda, gradualmente, assicurarsi un vantaggio abbinando la già avviata espansione della difesa antimissile con lo sviluppo di una capacità di tenere sotto tiro basi e forze russe lungo le frontiere per paralizzarle, specie pensando a scenari di crisi in Ucraina o lungo i confini polacchi o baltici. Dati i lunghi tempi di progettazione e sviluppo degli armamenti moderni, è comunque probabile che a livello di disegni, se non di prototipi, ci siano già nuovi sistemi, ancorché in fase embrionale. Sotto tale aspetto, la corsa agli armamenti non è mai finita.

— Lei pensa che tal caso la scelta per lo schieramento di missili a medio e corto raggio ricadrebbe su Polonia e Paesi Baltici in primo luogo? O potrebbero essere dispiegati in Europa occidentale?

— Schierare da parte americana missili IRBM in Polonia o nelle Repubbliche baltiche potrebbe essere considerato dai russi poco meno che una dichiarazione di guerra, dato che esporrebbe la Russia a un rischio troppo elevato di un attacco a sorpresa. I russi hanno già fatto una simile drammatica esperienza nel 1941 con l'Operazione Barbarossa scatenata dai tedeschi per invadere le grandi pianure sarmatiche. E non vogliono più farsi trovare impreparati. D'altronde, il fatto che anche gli Stati Uniti, in quello stesso 1941, abbiano subito un attacco a sorpresa a Pearl Harbor, da parte dei giapponesi, dovrebbe, a mio parere, spronare Washington a comprendere che, se entrambe le parti hanno paure comuni, possono proprio su questa base sedersi attorno a un tavolo per trattare, parlare e intendersi. C'è chi, come l'esperto Dimitrij Suslov del Club Valdai, ritiene che una base di missili IRBM in Polonia verrebbe subito distrutta dai russi con un'azione preventiva, forse con attacchi aerei o forse, chissà, con incursioni di truppe speciali Spetsnaz. Ciò però porterebbe all'attivazione dell'articolo 5 della NATO e significherebbe una guerra più estesa. Non credo che gli Stati Uniti vogliano tendere la corda fino a questo punto ed è quindi più probabile che provino a schierare eventuali nuovi IRBM in alleati atlantici di lunga data, come Germania o Italia, o forse, chissà, Danimarca o Norvegia, che peraltro non si trovano troppo a ridosso dei confini russi. Ciò potrebbe essere un po' più accettabile per la Russia, che comunque non starebbe con le mani in mano e schiererebbe ordigni analoghi.

— Secondo lei il governo italiano accetterebbe di schierare nuovamente dei missili nucleari contro la Russia sul territorio nazionale?

— Le relazioni militari fra Italia e Stati Uniti sono regolate da vari trattati ancora in grandissima parte segreti, a partire dal citato BIA firmato il 20 ottobre 1954, per passare attraverso vari altri, come ad esempio lo Shell Agreement del 2 febbraio 1995 o lo Stone Ax dell'11 settembre 2001. In teoria il governo e il Parlamento italiani dovrebbero avere margine per opporsi, se lo desiderano, allo schieramento di nuovi missili nucleari americani sul nostro territorio, ma ciò dipende anche da quanto viene espressamente previsto nelle clausole segrete. E' anche vero però che basi italiane di IRBM puntati sulla Russia diventerebbero di per sé automaticamente un possibile bersaglio di speculari ordigni nucleari russi in funzione di contro-forza. Poiché l'ipotetica contrapposizione alla Russia ha perso da ormai 27 anni ogni valenza ideologica legata al timore del comunismo, i tempi di oggi sono assai diversi da quelli della Guerra Fredda ed è possibile che un'eventuale proliferazione di IRBM, quelli che una volta venivano chiamati "euromissili", porti oggi, o fra pochi mesi o pochi anni, in Italia a un intenso dibattito politico sull'opportunità di divulgare o eventualmente ridiscutere, gli accordi strategici con gli USA relativi alle armi nucleari, e in genere alle basi, sul nostro territorio.

— Dovremmo aspettarci nei prossimi anni una crisi simile a quella avvenuta nei Caraibi negli anni ‘60?

— Una crisi in senso lato, causata dal confronto sul campo tra opposti schieramenti di nuovi IRBM, è fattibile e potrebbe risolversi, se la storia è sempre maestra, in nessun altro modo che stipulando, prima o poi, un nuovo trattato sul controllo degli armamenti. Si rischia quindi il paradosso di riaprire per il mondo una nuova stagione di tensione che durerà prevedibilmente vari anni, finchè la diplomazia non riprenderà il timone portando a una specie di "nuovo trattato INF", pur in termini diversi, che richiuderebbe il ciclo. L'alternativa, del resto, è il fraintendimento delle intenzioni dell'avversario, seguito magari da un disastroso attacco preventivo. Perciò è importantissimo parlarsi chiaramente e non lasciare spazio ai dubbi o ai sospetti.

Sembra più probabile che, da un lato, i russi possano reagire con IRBM lungo le loro frontiere europee, oppure nel Dalny Vostok, l'Estremo Oriente Russo, tenendo nel mirino basi americane in Giappone o Corea del Sud. Dall'altro lato potrebbero invece potenziare una deterrenza "asimmetrica" per via sottomarina, sia come missili SLBM lanciati dalle unità subacquee, sia come armi di portata geofisica come il siluro-drone termonucleare Status 6, ammesso che esista, reputato capace di causare maremoti e tsunami lungo le coste USA.

— In virtù della nuova dottrina militare USA, che abbassa significativamente la soglia per l'uso di armi nucleari anche in funzione tattica, dovremmo aspettarci uno scontro con armi del genere?

— Le armi nucleari, a mio parere, dovrebbero essere considerate armi eccezionali il cui scopo dovrebbe essere solo quello di dissuadere l'avversario dall'usarle, in modo che entrambi gli arsenali si elidano a vicenda. Un po' come accadde nella Seconda Guerra Mondiale con le armi chimiche, che a differenza della Prima Guerra Mondiale non vennero usate perché sia la Germania, sia gli anglo-americani e i sovietici temevano le conseguenze catastrofiche di un "primo uso". In tal modo, dal 1939 al 1945 si combattè con mezzi convenzionali, senza quell'ampio ricorso ai gas tossici che aveva invece caratterizzato la guerra 1914-1918. Con le armi nucleari dovrebbe essere, idealmente, la stessa cosa. Ma se passa il concetto che una testata nucleare, anche di piccola potenza, anche solo 5 chilotoni, possa essere un'arma tattica facilmente impiegabile, non si farà altro che eliminare uno scrupolo utile a evitare rischi disastrosi. Perciò è sempre opportuno mantenere il contatto con la realtà e rendersi conto di cosa comporterebbe dare l'avvio all'uso delle armi atomiche come fossero armi "normali". C'è chi pensa che potrebbe essere possibile un uso limitato, di ordigni nucleari mirati, senza che ciò porti a una vasta escalation. Ma potrebbe essere una pura illazione, incapace di reggere in una situazione reale in cui capi di governo e generali devono affrontare anche le proprie emozioni del momento, oltre che la propria razionalità. La proliferazione delle armi nucleari tattiche risale, storicamente, al problema che si pose la NATO fin dagli anni Cinquanta su come fermare le divisioni corazzate sovietiche numericamente superiori. Ma ciò non impedì che le atomiche venissero comunque considerate, fin da allora, armi "abnormi", e infatti l'equilibrio del terrore resse fin da allora. Se assumiamo che la guerra nucleare è la peggior forma di guerra immaginabile, occorrerebbe ribaltare il problema e far sì che le grandi potenze tornino a puntare soprattutto su forze convenzionali per un livello ritenuto sufficiente alla difesa, mentre le armi nucleari servano solo come puro deterrente.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Trattato Inf, Intervista, URSS, Russia, USA, Italia
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