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11:32 12 Novembre 2019
Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Matteo Salvini dopo il voto sul reddito di cittadinanza e quota 100

Lettera agli italiani

© AFP 2019 / Alberto Pizzoli
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Il forte consenso popolare che sembra circondare l’attuale governo è quasi unico in Europa, venendo dopo soltanto quello maltese. Questo non vuol dire, tuttavia, che la presente coalizione possa durare a lungo.

Ipotizzare i cinque anni, come fa Salvini, è utile per tranquillizzare i sostenitori più speranzosi e per tacitare giornalisti e mercati, ma agli occhi di tutti gli osservatori meno sprovveduti è ben lontano dall'essere una certezza. Non sono soltanto le divisioni interne alla maggioranza in merito a infrastrutture, perforazioni, migranti e quant'altro. Il rischio più grave che pentastellati e leghisti corrono è la crisi economica che non dà cenno di finire e che rischia di peggiorare ulteriormente. La Banca d'Italia ha avvertito che, salvo imprevedibili e improbabili fatti nuovi, la crescita prevista per il prossimo anno sarà poco più della metà di quanto previsto in precedenza. Non si tratta di numeri senza conseguenze: tutta la legge finanziaria appena approvata si basa su entrate calcolate su di una possibile crescita attorno all'uno percento. Nel caso di una crescita più piccola le entrate saranno minori e i conti non torneranno. Sarà allora necessario decidere se ridurre le spese (quali? ecco un altro possibile dissidio interno al Governo) o aumentare le tasse.

Certamente, almeno fino alle elezioni europee, né i Cinque Stelle né la Lega vorranno prendere una decisione almeno per cercare di salvaguardare il credito popolare di cui ancora godono. Naturalmente ciò accadrà se la crisi non esploderà in maniera più virulenta del previsto perché, se così fosse, sarà impossibile far finta di niente e salteranno gli equilibri politici, con probabile rottura anticipata dell'alleanza.

Tutti i cittadini, compreso il sottoscritto, sperano che le previsioni negative siano smentite dai fatti Auspicano, seppur senza contarci troppo, che il cosiddetto "reddito di cittadinanza" (che in realtà non lo è affatto poiché si limita a elargire un piccolo contributo ai bisognosi, veri o presunti) svolga realmente quell'effetto di moltiplicatore dei consumi augurato dai suoi proponenti. Purtroppo, anche chi se lo aspetta non sembra esserne tanto convinto, visto che perfino chi ha risparmi da parte preferisce, prudentemente, non spenderli e tenerli dormienti nei conti correnti.

E' pure vero che tutte le grandi economie stanno soffrendo e ne hanno più di una ragione: le guerre commerciali innescate da Trump, la Brexit, le tensioni internazionali che hanno re-innescato la corsa agli armamenti e fanno temere lo scoppio di una nuova guerra che coinvolga anche l'Europa. Occorre però sottolineare che, almeno per il momento, noi stiamo per affrontare una possibile "recessione" mentre Germania e Francia soffrono soltanto di "stagnazione". In altre parole, da noi l'economia cala, dagli altri si limita a non crescere.

Nonostante l'attuale Governo sia composto in prevalenza da persone senza esperienze precedenti e che non danno l'idea di sapere dove andare o cosa realisticamente fare del nostro Paese, non si possono attribuire a loro tutte le cause dell'attuale situazione. La mancata crescita della nostra economia era cominciata già molti anni fa, anche quando al Governo c'erano i "competenti". Perfino prima del famigerato 2007, mentre altri Paesi aumentavano il loro benessere generale, noi si sopravviveva di rendita sul passato, con tassi di crescita molto più bassi dei nostri diretti concorrenti. La colpa non è certo da imputarsi all'Euro, come qualcuno accusa, perché, nonostante i danni che ci ha arrecato (ma anche il beneficio di ridurre i nostri tassi d'interesse) le nostre esportazioni hanno continuato a crescere dimostrando che chi ci sapeva fare poteva, comunque, restare competitivo. Neanche all'Europa in quanto tale si possono addebitare le nostre disgrazie perché, di là dal fatto che continua a rappresentare di gran lunga il nostro principale mercato di sbocco grazie all'assenza di dazi e frontiere, quel poco di voce che ancora abbiamo nel mondo ci deriva soltanto dall'esserne membri.

Migranti nel Mar Mediterraneo
© AP Photo / Kenny Karpov/SOS Mediterranee
Dove stanno allora i nostri problemi? Ahimè! Stanno proprio in noi stessi. Stanno nelle nostre leggi, pletoriche, eccessive, complicate nella loro stesura e nella loro applicazione. Stanno in quella cultura che non ha saputo e voluto premiare chi fa impresa e vede gli imprenditori piuttosto quali speculatori invece che come creatori di lavoro e di ricchezza. Stanno nella diffusa certezza di avere diritti e negligere i doveri. Stanno nel ricercare, da parte di molti, i propri guadagni nella finanza e non nell'economia. Stanno in una giustizia inefficiente, incredibilmente lunga nei suoi tempi fino al punto da scoraggiare chi è in buona fede e incoraggiare i mascalzoni. Stanno nel buonismo di tutti coloro che sono pronti a dissociarsi perfino dalla realtà pur di apparire "accoglienti" e "buoni" (vedi la questione migranti). Stanno in sindacati che conoscono solo la difesa corporativa, dimenticano i non tutelati e proteggono i lazzaroni allo stesso modo dei lavoratori volonterosi. Stanno nelle scelte elettorali di politici demagoghi, bugiardi, incompetenti, deboli, interessati solo al proprio "particulare". Stanno nel fatto che noi italiani riscopriamo il nostro essere patrioti solo quando gioca la nazionale di calcio. E più nemmeno in quelle circostanze, oramai.

E' vero che abbiamo un Ministro del Lavoro che non ha mai lavorato (e nemmeno ha studiato). Che il Presidente del Consiglio non aveva mai gestito nemmeno un Consiglio Comunale. Che il Ministro di Giustizia sembra un alunno svogliato che ha ancora molto da studiare. Che quello dei Trasporti è talmente impreparato da non sapere che al Brennero non c'è ancora un tunnel. Che il Ministro degli Interni si crede anche quello degli Esteri, si allea con i peggiori soggetti del Continente e punta a distruggere quell'Unione Europea che necessita di enormi cambiamenti ma che resta l'unica speranza (non solo per l'Italia), in un mondo globalizzato, per consentirci di non diventare marginali come, ad esempio, il Paraguay.

E' tutto vero ma, lo dicevamo, non è solo colpa dei Governanti attuali perché i loro precedenti non avevano fatto di meglio. Purtroppo in tutta Europa non si vedono più gli Schmidt, i De Gasperi, i Mitterrand, i Giscard d'Estaing, i Kohl. E nemmeno i Craxi. Abbiamo solo delle mezze figure, incapaci di guardare lontano e di trascinare con sé i loro popoli senza limitarsi a solleticare i loro ventri.

Se non volgiamo fare la fine dell'Argentina, una volta potenzialmente ricca e oggi un paria nel mondo, occorre che noi italiani si capisca che il rinnovamento del Paese comincia da noi stessi, singoli cittadini. Che dobbiamo tornare a considerare l'interesse collettivo e non solo quello individuale. Che se domandiamo le riforme dobbiamo poi accettare che si facciano davvero, anche qualora intacchino il nostro personale interesse.

A questo punto conta poco immaginare se e quando cadrà l'attuale Governo. Se, quando dovessimo tornare a votare, non sarà cambiato il nostro modo di guardare la politica comune e se i politici che si proporranno saranno dello stesso livello (basso) degli attuali, niente cambierà. Continueremo, allora, a piangerci addosso, a lamentarci e cercare altri cui attribuire le cause dei nostri problemi. E tutto continuera' come prima.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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nazionale, popolo, governo, M5S, Movimento 5 Stelle, Lega, Matteo Salvini, Italia
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