Widgets Magazine
17:57 22 Ottobre 2019
Proteste a Parigi

Ecco perché i gilet gialli sono solo l'inizio

© Sputnik . Julien Mattia
Opinioni
URL abbreviato
Di
4401
Seguici su

Il fenomeno dei gilet gialli francesi, per certi osservatori e certa stampa, sembra essere quasi essere un meteorite misterioso, precipitato nel bel mezzo dell'Europa.

Hanno cercato, anche goffamente e in modo sicuramente poco decoroso, di dipingere i tantissimi francesi tutt'ora in mobilitazione generale come scherati al soldo della Russia o di chissà chi: si è trattato dell'ennesimo ridicolo insulto nei confronti di una nazione con la quale sarebbe giusto, e opportuno, essere amici e soprattutto un affronto alla coscienza delle masse francesi.

Non si è trattato né si tratta, dunque, di un fenomeno "misterioso", precipitato da oscure lande inesplorate: la rabbia sociale, in Francia così come praticamente in tutta l'Europa occidentale, è qualcosa di reale, con motivazioni serie e che sarebbe stato possibile prevedere con largo anticipo. Forse si è deciso di non parlarne, di non alzare il tappeto per mostrare quanto sporco si annida nella Ue, quanta ingiustizia e malessere; si è trattato di un "regalo" magnifico per affaristi, politici europeisti e per l'establishment nel suo complesso, ma questo "silenzio" è rivoltato contro i responsabili della catastrofe socio-economica in atto.

Siamo alla presenza di una crescita economica ambigua, o definibile con maggior precisione a favore di pochi possidenti: l'economia ha un trend in crescita, così come l'occupazione, ma la povertà dei lavoratori nell'Unione europea continua a lacerarne le vite.

Il Financial Times , a dicembre, ha tracciato con precisione questo paradossale stato di cose: citando i dati statistici dell'Eurostat, si dimostra che i lavoratori in una condizione familiare al di sotto del livello di povertà sono uno ogni dieci; si tratta di dati feroci, stazionari da un paio di anni e al livello più alto mai registrato. I governi europeisti continuano a colpire a suon di tagli gli aiuti sociali, che sono in ogni caso ben poco rispetto a un sacrosanto livello di benessere generale dato da salari decenti e opportunità lavorative, le famiglie si sostengono a malapena con un solo salario al loro interno e le paghe sono misere.

L'Eurostat fornisce un quadro impietoso: riferendosi al 2017, lo spettro della povertà minaccia e colpisce sempre più persone, soprattutto i lavoratori temporanei o part-time. Aumenta questo rischio persino per gli impiegati a tempo pieno o con contratti permanenti. Si cerca disperatamente un lavoro full-time, ma queste ricerche finiscono per scontrarsi con l'assenza quasi totale di offerte di lavoro simili: il lavoro temporaneo impera, soprattutto in Italia e Spagna; le nazioni fuori da questo trend negativo risultano essere la Germania e il Regno Unito — che chissà come abbandonerà l'Unione europea.

Un aumento spropositato dei contratti di lavoro part-time si è avuto in Germania, ad esempio, a seguito delle massicce riforme legislative sul mercato del lavoro nel 2003; unendo questo dato storico con la realtà lavorativa e sociale europea, di una crescita mutilata che arricchisce i pochissimi e deprime i moltissimi, non è difficile parlare di uno status quo che ha favorito non i lavoratori ma i detentori di capitali, più ricchi inoltre. Si è trattato di scelte, in campo di leggi realizzate e di scelte economiche attuate, volute e sicuramente apprezzate da chi si sta approfittando del nuovo esercito di "working poor". Questo è il neologismo che indica coloro che, sebbene lavorino e stringano la cinta, non riescono a elevarsi al di sopra di una mesta condizione di miseria reale.

L'irlandese Irish Examiner, sempre il mese scorso, parlava laconicamente coi dati implacabili dell'Ufficio centrale di statistica: aumentano i segni di privazioni sociali, come non poter cambiare mobili rotti, l'impossibilità di vedersi con amici per un pasto fuori o una bevuta oppure la difficoltà a tener riscaldata la propria dimora.

La radio tedesca in lingua inglese Deutsche Welle, ha analizzato il tenore dei salari minimi in Germania constatando che sono vicinissimi alla soglia della povertà. "Si considera a rischio di povertà chi ha un salario minore del 60% della media nazionale" si legge e, al contempo, si equipara quanto un lavoratore tedesco con salario minimio riesce a ricavare — successivamente anche alla falce delle tasse — 1.110 Euro mensili, se non si ha prole. Le nazioni che seguono, tragicamente, questo principio secondo il quale la retribuzione base è sin troppo vicina alla soglia della povertà sono per esempio — nell'Europa occidentale — Lussemburgo (lo avreste mai pensato?), Malta, Francia, Spagna e Belgio. Un po' come se in queste nazioni si dicesse "Lavorate, schiavi! Dovete spezzarvi la schiena ed esser felici per le bricioline che riceverete!".

In Italia, spaventosamente, persiste una differenza retributiva gigantesca fra il Settentrione e il Mezzogiorno: nella prima parte del Paese, dove vi è la maggior concentrazione di industrie e attività produttive, i salari sono mediamente sui 24mila Euro annui; al Sud, fra deindustrializzazione (ossia la fine di quelle poche industrie, spesso a conduzione familiare o persino più piccole), mancanza di infrastrutture adeguate, di piani nazionali per l'industrializzazione e povertà dilagante si arriva a 16mila Euro. L'Italia è come se avesse, al suo interno, una porzione di Mondo sottosviluppato, lasciato all'indigenza o al massimo alla sopravvivenza "assicurata" dall'assistenzialismo. Alla fine di questa classifica nazionale vi è la Calabria, già salassata da malaffare e mafie, con lo scioccante dato di Vibo Valentia: 12mila Euro.

C'è forse da meravigliarsi se, proprio nel cuore dell'Occidente, le masse popolari si ribellano o perlomeno iniziano a mostrare gravi segni di insoddisfazione? Certo che no.

Il giornale online Euractiv, con sede centrale a Londra ma interessato alla realtà di tutta Europa (dalla Spagna sino a Romania e Serbia), ha lacerato il velo di silenzio e mancanza di notizie dalle campagne francesi: qui si suicida un contadino ogni due giorni, come media. Lo appurò l'Agenzia nazionale di sanità pubblica di Francia, comparando i dati di 5 anni fa. Percentuali di disperazione alle stelle, salari e introiti da fame (sui 350 Euro), picchi indicibili di morti nei periodi nei quali il prezzo del latte crollava. Nel 2017 l'Istituto nazionale francese per la ricerca agricola dimostrò che erano soprattutto i piccoli proprietari, e non i grandi latifondisti o le grandi aziende agricole, a essere inghiottiti dall'angoscia e quindi portati al suicidio.

La Commissione europea, e non è la prima volta, agisce col bisturi sulla carne viva: si ridurrà del 5%, dal 2020, il budget per la Politica agricola comune e dovranno essere le nazioni, singole, a dover incrementare i pagamenti diretti per i contadini.

Chissà perché, in Francia ad esempio, impazza la protesta e l'indignazione di massa verso l'Unione europea e i governi a lei fedeli. In uno scenario simile, la "diserzione" di queste armate di sfruttati, immiseriti o truffati dalla saga propagandistica della "bellezza" dell'assenza di protezionismo, della liberalizzazione dei salari, delle privatizzazioni selvagge è soltanto l'inizio: ogni corpo immerso parzialmente o completamente in un fluido (le ingiustizie sociali e salariali) riceve una spinta verticale dal basso verso l'alto, uguale per intensità al peso del volume di fluido spostato.

Si tratta del principio di Archimede: applicandolo alla società, bisogna aspettarsi la grande ondata dell'insorgenza.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

Correlati:

Gilet gialli, i francesi dubitano che il dibattito nazionale di Macron fermerà le proteste
Ancora scontri a Parigi tra polizia e gilet gialli
Gilet gialli, scintille tra Luigi Di Maio e ministra francese
Tags:
gilet gialli, Gran Bretagna, Germania, Francia
RegolamentoDiscussione
Commenta via FacebookCommenta via Sputnik