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02:51 16 Luglio 2019
Bandiera dell'UE

L’Occidente a pezzi

© Sputnik . Collage
Opinioni
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Gian Micalessin
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Gli Usa arrivano a mettere in dubbio la lealtà del presidente, l’Inghilterra è lacerata dalla Brexit, l’Ue si avvicina alle elezioni europee senza leader e certezze mentre i sovranisti sono privi di linee comune. La Russia sarà il nemico, ma a confronto di Europa e Usa è un modello di stabilità.

Cosa resta dell'Occidente uscito vittorioso dalla Seconda Guerra Mondiale e dallo scontro con l'Unione Sovietica? A guardare quanto succede negli Stati Uniti e in Europa vien da dire ben poco. L'America, faro e bandiera dell'alleanza occidentale sembra lontana dagli alleati e piegata da uno scontro interno di cui lo "shut down" - la chiusura delle attività governative pronto a toccare la soglia del primo mese - è il sintomo di uno scontro intestino senza precedenti.

Uno scontro mai così aspro e devastante visto che anche nei momenti più difficili del Watergate e del Vietnam l'America non aveva mai perso la sua compattezza di fronte alle sfide impostele dal blocco sovietico. E lo scontro tra repubblicani e democratici non era mai arrivato a mettere in dubbio il patriottismo di un presidente. Oggi i media americani, riprendendo le voci della politica, arrivano ad immaginare, invece, una sorta di sottomissione del presidente Donald Trump al volere di Vladimir Putin ipotizzando così la più alta forma possibile di tradimento. D'altra parte l'incapacità pratica di trovare un'intesa o un compromesso tra la costruzione di un muro anti migranti preteso da Donald Trump nel nome delle promesse elettorali e un'opposizione democratica che con Obama introdusse misure anti migratorie altrettanto severe è il segnale del solco quasi insormontabile apertosi tra le due anime dell'America attuale.

Questa profonda divisione interna si riflette nella confusione, nel distacco e nella mancanza di visioni con cui Washington guarda alle crisi internazionali. Lontani dal Medioriente, dove l'addio alla Siria è solo la fase finale di un distacco iniziato con il fallimento iracheno, gli Stati Uniti sono quasi completamente assenti da un Pacifico dove s'intravvede una prossima egemonia cinese. E sempre più lontani anche dagli alleati europei con cui Trump non condividerebbe più neppure i costi e gli obblighi dell'Alleanza Atlantica.

L'Europa comunque non sta meglio. La crisi dell'Inghilterra piegata dalla Brexit e quella di un Unione Europea che si avvicina tra ripensamenti e divisioni alle elezioni europee di fine maggio ne sono la prova. La sconfitta di Theresa May, piegata dalla valanga di "no" alla proposta di accordo con l'Unione Europea, è sopravvissuta a stento alla peggior sconfitta parlamentare della moderna Inghilterra. Dietro quel voto s'intravvede la confusione di un paese rimasto senza certezze dopo un voto sulla Brexit che l'ha diviso in due o forse in tre (molti pretendono un'uscita ancor più dura dall'Unione) e un'elezione di Trump che ha messo in crisi il tradizionale asse preferenziale con Washington.

Certo l'Europa a cui Londra non sa se guardare con risentito distacco o nostalgia non sta meglio. Le elezioni europee di fine maggio si svolgeranno nell'ambito di un'Europa priva non solo di un'identità comune, ma anche di politiche condivise e di leader riconosciuti. Quelli fin qui unanimemente acclamati come tali sono o sull'orlo del pensionamento, come Angela Merkel, o del fallimento, come Emmanuel Macron. E l'Italia, presunta capofila del nuovo schieramento sovranista, populista o, più semplicemente, euroscettico non sembra un grande condottiero. Il primo governo nato dalla simbiosi di due movimenti anti-Ue s'è incaponito nel sostenere una manovra economica impossibile riuscendo a farsi voltare le spalle sia dai vecchi burocrati di Bruxelles, sia dai nuovi presunti alleati come l'Ungheria di Viktor Orban o l'Austria del Cancelliere Sebastian Kurtz. In tutto questo la prospettiva, assai grama, è quella di ritrovarsi con un'Unione governata da quanto resta delle vecchie forze ma, al tempo stesso, resa instabile da un gruppo eterogeneo di formazioni euroscettiche prive di linea comune e pronte ad azzannarsi tra loro. In quest'assenza di leader e forze politiche riconosciute il rischio di rivolte improvvise e ingestibili come quella dei "gilet gialli" partorita dalla Francia profonda è quanto mai presente.

In questo deserto politico e ideale è difficile non constatare come la Russia di Vladimir Putin, presentata come il grande nemico sia da una larga parte dello schieramento politico statunitense, sia dalle forze politiche in linea con l'attuale ordinamento europeo, resti oggi lo schieramento più stabile e con una più chiara visione del mondo. Proprio questa stabilità interna unita ad una coerenza internazionale le sta consentendo di mettere insieme la pacificazione della Siria. Una lezione non da poco per quanti negli Stati Uniti e in Europa per otto anni hanno puntato sulla vittoria delle forze jihadiste, accompagnata dalla morte di oltre quattrocentomila persone, pur di garantire la caduta del regime di Bashar Assad.

Una lezione che contrasta amaramente con i fallimenti di un Occidente dimostratosi in questi ultimi venti anni assolutamente incapace di concludere con un sostanziale accordo di pace i propri interventi militari. Come dimostrano purtroppo le ferite ancora aperte e sanguinanti di Somalia, Afghanistan, Iraq e Libia.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Crisi dell'UE, crisi, Brexit, Seconda Guerra Mondiale, NATO, Bashar al-Assad, Vladimir Putin, Sebastian Kurz, Viktor Orban, Emmanuel Macron, Angela Merkel, Theresa May, Donald Trump, Siria, Russia, Austria, Ungheria, Germania, Francia, Italia, USA, Occidente, UE
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