07:49 23 Febbraio 2019
Una manifestazione contro Brexit a Londra

I paradossi del voto a Westminster

© Sputnik . Justin Griffits-Williams
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Giulio Virgi
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Theresa May è stata sconfitta ai Comuni in un voto d’importanza cruciale per il suo governo, per il Regno Unito e per la stessa Unione Europea. In termini numerici, si è trattato di una disfatta, perché coloro che hanno respinto l’accordo negoziato con le autorità brussellesi sono stati 432 a fronte di soli 202 che si sono espressi a favore.

Il risultato ha dato speranze a coloro che intravedono in questo esito l'inizio di un'inversione di tendenza nel Continente e forse in tutto l'Occidente. L'onda del sovranismo, che si era tradotta nella vittoria dei sì al referendum sulla Brexit, secondo loro starebbe cedendo il campo ad una sorta di "riflusso".

In realtà, le cose non stanno esattamente così. I sondaggi condotti recentemente nel Regno Unito mostrano tra la gente la stessa sottile maggioranza per il Remain che tanto confortava gli europeisti alla vigilia del voto vinto dai loro avversari ostili all'Ue. Si può quindi dubitare del fatto che gli equilibri profondi all'interno della Gran Bretagna siano davvero cambiati in maniera decisiva.

Le televisioni di tutto il mondo hanno mostrato con generosità le immagini del leader laburista Jeremy Corbyn intento a chiedere il voto di fiducia che dovrà verificare se l'esecutivo guidato dalla Signora May abbia o meno ancora una maggioranza. Lo ha ottenuto.

Pochi hanno invece investigato sulle vere cause di questa catastrofe che si è abbattuta su Downing Street: la rivolta dei Brexiters più radicali, che vogliono lo scalpo dell'attuale leader conservatrice, probabilmente per sostituirla con l'ex sindaco di Londra, Boris Johnson, o con persona quanto meno a lui prossima o non ostile. Senza di loro, non sarebbe successo nulla.

A Theresa May non sono mancati i voti del Labour, che non avrebbe mai avuto per ovvie ragioni. Sono invece venuti meno quelli di Boris Johnson e di tutti coloro per i quali che all'Ue è stato concesso troppo durante il negoziato, specialmente sotto il profilo del regime applicabile al confine intra-irlandese. Questa minoranza interna ai Tory aveva già sfidato la May in dicembre, venendo sconfitta. Tra i deputati conservatori, però, erano stati ben 117 quelli che si erano schierati contro la Premier. Il 15 gennaio sera, se n'è aggiunto uno di più.

Saranno questi 118 onorevoli Tory a decidere il corso degli avvenimenti futuri. Che posizione assumeranno al momento del voto sulla questione di fiducia?

Theresa May è convinta che lo spirito di sopravvivenza indurrà anche i più recalcitranti a negare a Corbyn una vittoria che potrebbe facilmente precipitare nuove elezioni e, forse, persino un secondo referendum sull'uscita dall'Unione Europea, che rappresenta comunque un rischio per i Brexiters.

È probabile che il calcolo della May sia corretto, ma il futuro politico della sua leadership all'interno del Partito conservatore rimane assai dubbio. Solo un miracolo potrebbe rilanciarlo. Nel 1990, una rivolta di proporzioni infinitamente minori, questa volta promossa dal centro moderato e più filo-europeista dei Tory, fu sufficiente a convincere Margaret Thatcher, la Lady di Ferro, ad abbandonare la guida del governo.

A Downing Street, tuttavia, non finì Michael Heseltine, che di quella ribellione era stato il promotore e il personaggio più rappresentativo, ma John Major, che della Thatcher era invece uno dei più stretti alleati, occupando la posizione strategica di Cancelliere dello Scacchiere. Major portò la sterlina nel sistema monetario europeo, all'interno del quale rimase fino al settembre 1992, quando la divisa britannica fu travolta dalla stessa ondata speculativa che costò all'Italia una svalutazione di oltre il 30% della lira.

È un precedente interessante. Se le cose andassero come allora, potremmo aspettarci un cambio di leadership interno ai conservatori, magari in favore di un esponente politico vicino personalmente alla May, e quindi accettabile dall'attuale Primo Ministro, ma anche sensibile alle argomentazioni dei Brexiters più radicali, in modo tale da ricompattare il partito.

I tempi, tuttavia, sono certamente cambiati dal 1990 e anche il paludato mondo politico britannico ha mutato pelle. Ogni previsione appare quindi aleatoria, anche perché le prove di forza in atto sono diverse, si sovrappongono e tendono a retroagire le une nei confronti delle altre.

Sembra in ogni caso davvero frettoloso concludere che il revival delle nazioni e della sovranità stia avviandosi ad un precoce tramonto. Sembra piuttosto vero il contrario. Gli uomini e le donne tory che hanno materialmente messo in minoranza il loro Premier ai Comuni non hanno in mente la subordinazione del Regno Unito all'Europa, ma l'affermazione di un distacco più netto, al limite anche nella forma di una rottura totale con l'Ue. Dall'altro lato, quello del Labour, non sono pochi invece coloro che desiderano un nuovo negoziato con la Commissione soprattutto per ottenere un'intesa che non esacerbi le tensioni sull'unità britannica, che comunque la Brexit ha accentuato tanto in Scozia quanto nell'Ulster. Non è certamente un caso che dai palazzi brussellesi in cui hanno sede le istituzioni europee non si sia udito alcun trionfalismo.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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voto, Brexit, UE, Gran Bretagna, Regno Unito
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