05:58 23 Marzo 2019
Bandiera siriana

Siria, mujaheddin dietro front!

© Sputnik . Michael Alaeddin
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Gian Micalessin
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Dopo otto anni di guerra rivoluzione in Medio Oriente. Arabia Saudita, Emirati Arabi ed Egitto pronti a riabilitare Bashar Assad. Le nazioni sunnite riaprono le ambasciate a Damasco. La Lega Araba si prepara a reintegrare la Siria. Il nuovo grande nemico è la Turchia di Erdogan.

Mujaheddin dietro front! Dopo una guerra in Siria durata otto anni e costata tra le 400 e le 500mila vite umane, oltre ai 350 miliardi di euro indispensabili per la ricostruzione, le grandi potenze sunnite scoprono che il loro vero nemico non è più Bashar Assad, ma il presidente turco Recep Tayyp Erdogan. La stupefacente inversione di marcia, segnalata il 27 dicembre scorso dalla decisione degli emirati Arabi Uniti di riaprire l'ambasciata a Damasco, e seguita da quella analoga del Bahrain, è stata messa a punto durante un vertice dei servizi segreti di Egitto, Arabia Saudita e Emirati. Un vertice a cui, secondo il sito Middle East Eye, avrebbe partecipato anche il capo del Mossad israeliano Yossi Cohen. 

I diplomatici degli Emirati e del Bahrain pronti al ritorno a Damasco sono i battistrada del capovolgimento diplomatico che a breve vedrà anche sauditi ed egiziani riaprire le loro rappresentanze diplomatiche in Siria. Mosse precedute da visite e viaggi in precedenza assolutamente impensabili come l'arrivo a Damasco, il 16 dicembre, del presidente sudanese Omar Bashir seguito, una settimana dopo, dalla trasferta al Cairo del capo dell'intelligence siriana Alì Mamlouk. Due trasferte irrealizzabili senza l'assenso di Riad grande padrino di Egitto e Sudan. Ma il vero colpo di scena è atteso durante il summit della Lega Araba del prossimo marzo a Tunisi, quando dovrebbe venir annunciata la fine alla sospensione della Siria dalla Lega Araba decisa nel novembre 2011.

Le decisioni dei capi delle intelligence sunnite sono la conseguenza dei pesanti rivolgimenti causati dal conflitto siriano e dalle ondivaghe politiche dell'America di Trump. Il conflitto siriano se da una parte ha regalato a Bashar Assad il consenso di una larga parte della popolazione sunnita contraria all'estremismo jihadista dall'altra ha aumentato la sua dipendenza dalla Repubblica Islamica garantendo ai pasdaran iraniani una presenza militare stabile e ingente sui territori di Damasco.

La spregiudicata determinazione con cui Ankara ha raccolto e diffuso le prove del coinvolgimento saudita nell'omicidio del giornalista Jamal Khashoggi ha invece amplificato i timori di sauditi ed egiziani convinti che Erdogan sia pronto a sfruttare l' alleanza con i Fratelli Musulmani e i buoni rapporti con Qatar e Iran per restaurare il dominio ottomano sul Medio Oriente. E a rendere più pressanti questi timori contribuisce l'esitazione con cui Trump ha difeso il principe ereditario Mohammed Bin Sultan dalle accuse di Ankara. Lo stesso principe che il presidente aveva — durante il primo viaggio in Medio Oriente — salutato come suo interlocutore privilegiato. Ma la presenza al vertice del capo del Mossad Yossi Cohen segnala anche le inquietudini di Israele davanti al sempre più evidente smarcamento degli Stati Uniti dalle problematiche mediorientali. Per Israele un riavvicinamento della Siria all'asse sunnita rappresenta un parziale succedaneo rispetto ai mancati obiettivi di un conflitto siriano destinato, negli intenti iniziali, a spezzare quell'asse scita che attraversa Iraq, Siria e Libano minacciando, grazie a Hezbollah, lo stesso stato ebraico. 

Riportando Damasco nella Lega Araba le potenze sunnite, e in parte anche Israele, puntano a contenere la dipendenza di Bashar Assad da un regime iraniano rimasto, fino all'intervento russo, l'unico garante della sua sopravvivenza militare ed economica. In questa prospettiva l'obbiettivo è garantirgli la piena riabilitazione politica in cambio di un riallineamento sulle posizioni del defunto padre Hafez Assad che, pur accettando l' alleanza con Teheran, si guardò sempre dal diventarne vittima o suddito. La vera rivoluzione è però la politica di aperta contrapposizione nei confronti di un Erdogan con cui i regni arabo sunniti avevano concertato, inizialmente, il sostegno ai ribelli anti Assad. Nell'ottica di sauditi e alleati l'allineamento di Ankara con l'Iran e il Qatar e gli appoggi ad una Fratellanza Musulmana considerata alla stregua di una serpe in seno sia da Riad sia dal Cairo trasformano Erdogan in un nemico più pericoloso di Bashar Assad. Anche perché il disimpegno americano minaccia di lasciar campo libero proprio a una Turchia e un'Iran presenti con i propri eserciti sul territorio di Damasco. Una prospettiva che agita non poco Israele preoccupata di dover in futuro fronteggiare non solo la macchina militare iraniana, ma anche quella — assai più sofisticata — di una Turchia armata dalla Nato, ma ormai quasi completamente sottratta al suo controllo.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
Crisi in Siria, Lega Araba, Jamal Khashoggi, Donald Trump, Iran, Israele, USA, Medio Oriente, Siria
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