17:48 26 Giugno 2019
Un carro armato Trump

Retropensiero sulle mosse di Trump in Medio Oriente

© AP Photo / Hassan Ammar
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Giulio Virgi
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Di quanto sta accadendo in questo periodo alla politica americana in Medio Oriente esistono molte chiavi di lettura.

Questi i fatti: con una dichiarazione resa a sorpresa nello scorso dicembre, Trump ha annunciato solennemente al mondo intero di essere in procinto di ritirare tutte le truppe che Washington ha inviato in Siria al duplice scopo di combattere l'Isis (blandamente) e proteggere i curdi-siriani del Rojava dalla Turchia (più convintamente). Nel breve volgere di pochi giorni, tuttavia, molti esponenti repubblicani, interni ed esterni alla sua amministrazione, sono scesi in campo a contrastare la decisione del tycoon, con il risultato di indurlo ad un apparente ripensamento parziale: il ritiro, ha affermato dopo pochi giorni il Presidente statunitense, ci sarà, ma sarà più lento e graduale.

Tutto secondo copione quindi? Il grosso degli analisti ritiene che sia così. In fondo, il passo più recente di Trump non è molto diverso da altri che si sono osservati in precedenza, anche in rapporto alla Siria.

Eppure, questa volta c'è qualcosa di differente. Non solo perché la sortita di Trump ha provocato l'uscita di Jim Mattis dal Pentagono, ma anche perché ha fortemente indebolito le posizioni più interventiste, se non apertamente neoconservatrici, di altri pesi massimi, in particolare Mike Pompeo e John Bolton, che non condividono affatto l'idea che un ridimensionamento della presenza militare americana in Medio Oriente sia opportuno. Soprattutto per il secondo, l'abbandono della Siria e l'accenno fatto da Trump all'irrilevanza di un'eventuale crescita locale dell'influenza iraniana costituiscono una palese sconfessione di qualsiasi proposito di promuovere un regime change a Teheran.

Non deve inoltre sfuggire che il risultato delle elezioni di mid-term, deludente per Trump ed incoraggiante per i suoi numerosi avversari, sta comportando l'inizio anticipato della campagna per le presidenziali del 2020. Questa circostanza sta costringendo il Presidente a ribadire con forza gli elementi portanti del suo progetto originario, che contemplava una drastica riduzione degli impegni militari degli Stati Uniti a partire dai quelli in atto nei teatri dove fosse stata chiara l'assenza di interessi rilevanti. Anche la rinnovata enfasi sulla questione del muro alla frontiera con il Messico può essere interpretata in questo modo. Trump deve rintuzzare il pericolo di una sfida interna al Partito repubblicano, in cui certamente prevarrebbe ma che lo obbligherebbe a primarie vere, indebolendolo prima del tempo.

Cosa può allora accadere? Trump ha ripreso a reiterare il suo messaggio più chiaro, che è estremamente indigesto all'establishment di Washington: l'America deve cedere le "scatole di sabbia" improduttive a chiunque voglia occuparsene e rinunciare alla prassi di cambiare i governi altrui che non piacciano.

Nel frattempo è capitata però anche un'altra cosa, che ha generato parecchia confusione: Trump ha provato ad aprire un canale negoziale con il Presidente turco, inviando ad Ankara proprio John Bolton, con il compito di convincere Erdogan a rinunciare ai suoi propositi offensivi nel Kurdistan siriano. Il Consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti non è stato però neppure ricevuto.

La conseguenza più vistosa è che un magazine liberal come Foreign Affairs ha recentemente pubblicato un'analisi secondo la quale la cosa migliore che l'America possa fare, se intendesse davvero abbandonare la Siria, sarebbe stringere un accordo con Mosca per affidarne la gestione alla Russia.

Non è impossibile che sia proprio questa la trama che il Presidente americano sta tessendo, stanti le difficoltà interne che incontra quando a promuovere l'idea della riconciliazione con Mosca è direttamente lui. Per far avanzare la sua agenda, in pratica, Trump potrebbe anche aver immaginato una strategia molto indiretta, destinata a farla apparire come un esito indispensabile ed ineludibile. Rinnovare i quadri dirigenti dell'amministrazione, epurando gli elementi dissonanti convenientemente "bruciati", è il primo passo. Il riavvicinamento di diversi paesi arabi a Damasco, in qualche modo incoraggiato, potrebbe costituire un'ulteriore facilitazione del processo. In quel caso, infatti, la Siria diventerebbe il campo di forza dove si compongono e compensano tutte le tensioni che attraversano il Medio Oriente, con la Federazione Russa nel ruolo di arbitro e primo gendarme.

Si tratta di una prospettiva che è certamente accolta al Cremlino con maggior favore di quelle che venivano sostenute in Occidente fino a qualche anno fa, ma che non è priva di insidie. La prima e più immediata riguarda proprio la capacità di Trump di andare fino in fondo ai suoi propositi. Infatti, seppure il tycoon riuscisse a prevalere sui suoi collaboratori, nel 2021 potrebbe anche arrivare alla Casa Bianca un Presidente diverso e determinato a disfarne la politica, per tornare ad una condotta più tradizionale. È il rischio che lo stesso Presidente Putin ha evocato nella sua conferenza stampa di fine anno.

Ma c'è un ulteriore fattore da valutare: qualora Trump ce la facesse, può permettersi la Russia di fare ciò che gli americani stessi giudicano ormai troppo costoso in rapporto ai vantaggi che se ne possono trarre? Conviene davvero a Mosca assumersi gli oneri di una faticosa azione di mediazione armata in un contesto tanto fluido e violento come quello mediorientale, senza che vi siano alcune essenziali garanzie? Si tratta di decisioni molto difficili da prendere, specie se si ricorda la volontà già manifestata in passato dalla leadership russa di ridurre progressivamente a sua volta la presenza militare in quel teatro.

Il risiko che si sta dipanando si svolge su molte dimensioni e per capirlo occorre monitorarle simultaneamente tutte. Forse sarà cruciale proprio il ruolo dell'Arabia Saudita, che è già un partner importante della Federazione Russa nella gestione dell'offerta petrolifera mondiale e potrebbe contribuire a rafforzare Mosca anche indirettamente, favorendo il rialzo dei prezzi del greggio. Quella sarà la cartina di tornasole. Se anche Riad farà la pace con Damasco, Mosca sarà di certo ulteriormente agevolata nella sua azione di polizia regionale nel Medio Oriente post-americano. Se ciò invece non dovesse accadere, la Siria potrebbe anche trasformarsi in una grande trappola. Dovremmo in quel caso concludere che davvero la presidenza di Trump è stata solo il secondo tempo di quella di Obama.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Tags:
geopolitica, Donald Trump, Medio Oriente, USA
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