08:16 13 Dicembre 2019
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Scenari globali per l'anno nuovo

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Prevedere cosa possa accadere nel mondo alla vigilia di un nuovo anno è sempre un esercizio difficile. In tempi recenti, è divenuto addirittura un azzardo, data la gran moltitudine di attori ormai capaci di generare sorprese sulla scena interna ed internazionale.

Sembra invece più facile cercare di anticipare le tendenze che potranno rafforzarsi o indebolirsi nei prossimi mesi. Ed è proprio questo l'obiettivo di questa breve ricognizione, che sarà dedicata ai grandi trend.

Innanzitutto, è altamente probabile che il futuro immediato ci riservi ulteriore instabilità. Nessuna delle cause che hanno provocato quella sotto i nostri occhi è infatti venuta meno: le rivalità tra le maggiori potenze del pianeta continuano ad aggravarsi e tale circostanza non mancherà, purtroppo, di riflettersi sulla situazione delle regioni nelle quali gli equilibri siano già precari o magari sono in atto conflitti.

La cancelliera della Germania Angela Merkel parla al presidente statunitense Donald Trump durante il summit del G7.
© AP Photo / Jesco Denzel/German Federal Government
Siccome poi Stati Uniti, Cina, Russia ed Europa stanno regolando i loro rapporti reciproci utilizzando massicciamente le armi economiche, sono sempre di più coloro che reputano ormai inevitabile l'inizio di una nuova recessione, rispetto alla quale nessuna macroarea geopolitica sarebbe al sicuro. Dovrebbe rallentare l'economia americana, in primo luogo. Ed è proprio per questo motivo che il presidente Trump sta duramente criticando la dirigenza della Federal Reserve, colpevole ai suoi occhi di aver rialzato i tassi d'interesse proprio mentre i principali indicatori iniziavano a deteriorarsi. Probabilmente, il raffreddamento della congiuntura americana deriva dal naturale esaurimento di un lunghissimo ciclo espansivo, ma di certo le guerre commerciali scatenate dalla Casa Bianca hanno il loro peso sul peggioramento della situazione, se non altro attraverso l'effetto negativo che dispiegano sulle percezioni dei maggiori operatori economici, che sono condizionate anche dal crescente pessimismo concernente le prospettive dell'economia cinese.

Dazi e tariffe, in effetti, stanno avendo apprezzabili ripercussioni sulla salute economica della Repubblica Popolare, che non cresce più agli stessi ritmi degli scorsi anni. Ma gli Stati Uniti non si accontenteranno di questo risultato, perché mirano ad indebolire in modo sostanziale il paese che ritengono stia per diventare il loro futuro avversario. Quindi, non vanno per il sottile — come si è visto con la vicenda che interessa la tecnologia 5G — e sono disposti a pagare anche costi elevati per fermare Pechino. Tale constatazione non permette di essere particolarmente ottimisti.

I destini di economia e politica sono intrecciati strettamente anche sotto diversi altri punti di vista. Nessuno riesce a stabilizzare o far lievitare i prezzi del petrolio, ad esempio, e l'aspettativa di una recessione estesa di certo non contribuirà ad invertire il trend. Così stando le cose, in assenza di novità politiche maggiori Russia, Arabia Saudita, Iran e tutti gli altri maggiori esportatori di greggio e gas potranno andare incontro a significative riduzioni del valore delle loro esportazioni, con conseguente accresciuto rischio d'impopolarità per le locali leadership.

Peraltro, proprio l'esigenza di fronteggiare le spinte ribassiste potrebbe indurre Mosca e Riyadh ad intensificare la propria collaborazione, con l'effetto collaterale di modificare la geopolitica regionale del Medio Oriente. Dalla loro convergenza potrebbero derivare conseguenze positive, come la fine della guerra civile siriana e, magari, l'affievolimento ulteriore del fenomeno terroristico, improvvisamente divenuto inutile a qualsiasi causa. Tuttavia, non manca chi pensa invece che di conflitti e attentati ci sarà maggiore bisogno proprio per generare ondate di acquisti precauzionali su mercati energetici attualmente molto fiacchi.

Anche l'Europa rischia di pagare un prezzo elevato alla crisi economica che si sta avvicinando. Nella sua battaglia contro il rigore di Bruxelles e Francoforte, l'Italia ha perso il primo round. Ma ora si apre la partita relativa alla Francia, che ha improvvisamente espanso le spese sociali per venir a capo del movimento dei gilet gialli, sfondando ogni genere di parametro. A prescindere dall'esito che avrà l'urto tra Parigi e Commissione Europea, inoltre, da gennaio la Bce chiuderà il suo programma di acquisti straordinari di titoli sovrani nella zona dell'euro, accrescendo notevolmente il bisogno degli Stati più indebitati di attingere ai mercati. Tra l'altro, Mario Draghi si avvia a concludere il proprio mandato e sembra piuttosto improbabile che a dirigere l'Eurotower possa essere mandato un altro esponente della finanza latina o della scuola anglosassone. Se arrivasse un nuovo banchiere centrale europeo molto ligio agli ideali dell'ortodossia monetaria, le conseguenze per l'euro e l'intera Europa comunitaria potrebbero rivelarsi drammatiche. La combinazione di stretta fiscale, politica monetaria restrittiva e rallentamento produttivo somiglia infatti terribilmente ad una tempesta perfetta. In caso di grave recessione mondiale, l'Ue sarebbe quindi a sua volta a rischio di implosione e frammentazione, con l'Italia tra i primi candidati ad un'uscita dalla divisa comune.

Non è da escludere che questi temi vengano affrontati nell'ormai imminente campagna elettorale che precederà il voto per il rinnovo del Parlamento europeo. È anzi probabile che accada. Esiste in effetti una diffusa aspettativa circa la possibilità che un'eventuale forte affermazione dell'internazionale populista il prossimo maggio possa cambiare sensibilmente il quadro, permettendo l'annacquamento del rigore e l'adozione di politiche economiche veramente anticicliche e favorevoli alla crescita anche in Europa. Al momento, tuttavia, i numeri dei sondaggi vanno in una direzione differente. Dovrebbe registrarsi un diffuso ridimensionamento dei partiti appartenenti alle principali famiglie politiche europee, senza che però emergano forze nuove effettivamente in grado di contendere loro efficacemente il controllo dell'Europarlamento, con il risultato di attenuare ulteriormente la coesione dell'Ue. Non resta che allacciare le cinture.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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politica, Previsioni, Economia, Federal Reserve, Mondo, USA, Cina
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