00:13 25 Marzo 2019
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan

La Turchia torna al centro dei giochi in Medio Oriente

© Sputnik . Mikhail Klimentyev
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Giulio Virgi
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La Turchia sta verosimilmente andando incontro ad una sua primavera geopolitica. Circostanze fino a poco tempo fa ritenute improbabili, infatti, stanno restituendo al presidente Erdogan ampi margini d’azione che dovrebbero consentirgli di rientrare da protagonista nella partita siriana.

Ankara è uscita dall'angolo e diversi indizi inducono a ritenere che stia per riprendere l'iniziativa in grande stile. Suoi corazzati stanno concentrandosi a ridosso delle frontiere siriane.

Cosa ha reso possibili questi sviluppi, dopo anni di sostanziale riduzione dell'attivismo turco in Medio Oriente? Alla base di quanto sta accadendo paiono esserci almeno due fattori fondamentali: il primo è il grande pragmatismo dimostrato dalla leadership turca, che ha saputo accettare il dato nuovo rappresentato dal ritorno della Russia in Siria dopo averlo inizialmente ostacolato. Erdogan ha preso atto dei costi eccessivamente elevati che avrebbe comportato il protrarsi della grave crisi nei rapporti bilaterali intervenuta in seguito all'abbattimento di un jet dell'aviazione militare di Mosca nei pressi del confine turco-siriano ed è sostanzialmente venuto a patti con il Cremlino.

Il secondo è la recente decisione del presidente Trump di ritirare completamente il contingente americano che era stato inviato dal predecessore Obama a combattere l'Isis. Nei giorni scorsi, sorprendendo non pochi analisti, il tycoon ha improvvisamente proclamato la vittoria sullo Stato Islamico ed affermato contestualmente che non esiste più alcun motivo per trattenere i soldati statunitensi nelle zone adiacenti a quelle sulle quali insisteva il sedicente Califfato fondato da al-Baghdadi.

Torniamo sul primo elemento: Erdogan è stato probabilmente il primo leader regionale a rendersi conto che in seguito all'intervento russo il regime di Assad non poteva più essere abbattuto e ne ha tratto le conseguenze, riconciliandosi con la Federazione Russa e riuscendo in questo modo ad ottenere la possibilità di entrare a far parte del gruppo delle potenze riunitesi ad Astana per delineare il futuro della Siria dopo la fine della lunga guerra civile. È così rimasto in partita grazie alla disinvoltura dimostrata nell'avvicinarsi ai paesi che stanno portando Assad alla vittoria.

Il rimpatrio delle truppe americane, invece, adesso priva i curdi-siriani del Rojava della protezione loro offerta dagli Stati Uniti non solo nei confronti dell'Isis, appena dichiarato ufficialmente sconfitto da Trump, ma anche rispetto ad Ankara, che li considera suoi pericolosi nemici in quanto sodali del Pkk. Non sono pochi i commentatori che in tutto il mondo interpretano la scelta americana di abbandonare la Siria proprio come una sorta di via libera alla Turchia, cui si offrirebbe implicitamente la possibilità di liquidare l'indipendentismo curdo, che sarà presto privo di qualsiasi difensore estero in grado di proteggerli con qualche efficacia.

Gli attivisti del Rojava stanno chiedendo aiuto alla Francia e forse sperano anche in un soccorso israeliano, ma non sembra che i loro leader abbiano altre possibilità oltre alla scelta di resistere da soli ad ogni costo, ma senza grandi speranze, e a quella di riavvicinarsi a Damasco, accettando qualsiasi autonomia parziale Assad sia disposto a riconoscergli. Dovranno però fare in fretta a decidersi, perché non è da escludere che i turchi a questo punto cerchino di accelerare i tempi, per porre anche i loro attuali alleati di fronte al fatto compiuto.

A complicare il tutto, si aggiungono anche le offerte provenienti dagli Stati Uniti che, pur di evitare l'acquisto da parte turca dei missili anti-missile di fabbricazione russa S-400, ora offrono ad Ankara non solo gli F-35, ma anche i loro Patriot. Di fatto, pur proclamando a più riprese l'obsolescenza dell'Alleanza Atlantica, il presidente Trump pare intenzionato ad evitare che i turchi entrino in un sodalizio eurasiatico concorrente rispetto alla Nato ed impermeabile all'influenza americana.

La partita si fa quindi di grandi proporzioni. Non a caso, lo stesso Trump che non ha esitato a sacrificare il suo Segretario alla Difesa, Jim Mattis, pur di procedere al rimpatrio delle unità americane dalla Siria, si è dichiarato pronto ad incontrare Erdogan, seguendo uno schema molto simile a quello già utilizzato nei confronti di Kim Jong-un.

È molto probabile che il Presidente americano desideri incoraggiare Ankara a ritagliarsi un'autonomia maggiore nella regione, ovviamente rispetto a russi ed iraniani, anche per favorire l'instaurazione di un equilibrio di potenza locale. Non è detto però che ci riesca.

La Turchia può infatti condurre ora una politica assai simile a quella "dei due forni" di andreottiana memoria, ponendo in concorrenza tra loro americani, russi e, in parte, persino iraniani. Tale circostanza dovrebbe permettere ad un'Ankara evidentemente molto più sovrana di un tempo di negoziare con carte migliori una soluzione della lunga crisi siriana più funzionale ai propri interessi nazionali. Sarà quello uno dei teatri da osservare con maggiore attenzione nel 2019 che si sta rapidamente avvicinando.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
guerra civile, Crisi in Siria, Donald Trump, Recep Erdogan, Turchia, Siria, USA
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