05:45 25 Aprile 2019
Truppe turche ad Afrin

Siria, l’addio di Trump riapre l’incognita Erdogan

© AP Photo / DHA-Depo Photos
Opinioni
URL abbreviato
Gian Micalessin
172

La Russia estremamente guardinga rispetto alle possibili conseguenze del ritiro americano. Le incursioni dell’esercito di Erdogan nei territori curdi abbandonati dai Berretti Verdi Usa rischiano di esasperare Damasco, far saltare le trattative per la Costituente e allontanare i negoziati di pace.

A parole Vladimir Putin si dice soddisfatto. "Donald ha fatto la cosa giusta e sono d'accordo con lui" — spiega nella conferenza fiume di fine anno parlando della decisione di Trump di ritirare le truppe dalla Siria e ricordando come la presenza americana fosse illegale perché non autorizzata né dall'Onu, né dal governo di Damasco. Ma la soddisfazione è solo di facciata. Putin è consapevole delle incognite aperte da quel ritiro.

La prima si chiama Recep Tayyp Erdogan. Il presidente turco da mesi fa capire di voler mandare il proprio esercito nel nord della Siria per far piazza pulita dei militanti turchi dell'Ypd considerati da Ankara un'organizzazione terroristica direttamente legata al Pkk di Abdulla Ocalan. Un'intenzione ribadita anche venerdì scorso quando — parlando a una delegazione d'uomini d'affari a Istanbul — si è detto disponibile a ritardare l'intervento solo in vista del ritiro americano, ma di voler comunque "dare il via nei prossimi mesi a una serie di operazioni sul terreno siriano per eliminare sia il Pkk e l'Ypd, sia quanto resta di Daesh". Quelle parole preoccupano Putin consapevole di come una nuova invasione turca — dopo quella di gennaio e marzo ad Afrin — metta seriamente a rischio i negoziati di pace.

La consegna di un altro lembo di Siria alla Turchia potrebbe mettere in crisi il rapporto con Damasco e soprattutto con quei settori del regime di Bashar Assad più propensi a legarsi all'Iran anziché alla Russia. Ma Putin sa anche che la possibilità di arrivare ad una pace negoziata passa inevitabilmente da Ankara. Non a caso dopo la crisi del dicembre 2015 — quando un missile turco abbatté un aereo russo impegnato nello spazio aereo siriano portando i due paesi ad un passo dallo scontro — il presidente russo ha usato le cattive e le buone maniere per riavviare il dialogo con Erdogan.

Ma negli ultimi mesi la disponibilità russa è tornata a far i conti con le ambiguità del Sultano di Ankara. Il caso che più irrita il Cremlino, e lo rende alquanto guardingo, è il mancato rispetto dell'intesa siglata a settembre per il disarmo dei ribelli a Idlib. Dopo quell'accordo i russi bloccarono l'offensiva militare concordata con l'esercito di Damasco per ripulire l'ultima regione del paese ancora sotto il controllo di Al Qaida e di altri gruppi jihadisti. Ma nonostante gli impegni Ankara non ha saputo o non ha voluto costringere i miliziani di Jabat Al Nusra, la costola siriana di Al Qaida, ad abbandonare la zona dopo aver deposto le armi. La resilienza di quei ribelli legati a doppio filo ai servizi segreti turchi, la presenza di altre milizie jihadiste ad Afrin e la prospettiva di veder altri ribelli siriani e islamisti, riciclati sotto le bandiere turche, occupare i territori curdi da Manbij fino alla frontiera nord orientale con l'Iraq non lascia tranquilli i russi.

La presa turca di Afrin, a marzo, aveva avuto il via libera di Damasco e Mosca indispettiti per il rifiuto dei curdi di abbandonare gli americani accettando l'offerta di una più ampia autonomia nell'ambito dello stato siriano. Dopo la lezione di Afrin tutto però era cambiato. I curdi — consapevoli dell'ambiguità americana e della possibilità di un tradimento — avevano accettato le proposte della Siria e le garanzie russe. Dunque partiti gli americani spetterebbe a Mosca dire "niet" all'entrata dei soldati di Erdogan in Siria. E alla truppe di Bashar il non facile compito di fermarle. Ma la prospettiva rischia di mandare all'aria i complessi negoziati per la formazione di una Costituente incaricata di riscrivere la carta del paese e avviare un concreto cammino di pace. I diplomatici di Turchia, Russia e Iran, riuniti in Svizzera con la partecipazione dell'Onu, solo 24 ore prima dell'annuncio del ritiro americano, avevano convenuto di riunire il pannello di 150 membri della Costituente entro il prossimo gennaio. Ma dopo l'annuncio di Trump e le dichiarazioni di Erdogan Damasco ha incominciato una cauta retromarcia suggerendo di modificare l'attuale costituzione anziché studiarne una completamente nuova. 

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Correlati:

Il Pentagono da’ il via libera al ritiro delle truppe USA dalla Siria
Presidente boliviano commenta ritiro truppe americane dalla Siria
Israele pronto a rafforzare opposizione all'Iran in Siria dopo ritiro truppe USA
Media: conversazione di Trump ed Erdogan sul ritiro delle truppe dalla Siria
Tags:
Ritiro, Crisi in Siria, Relazioni Russia-Turchia, Relazioni Russia-USA, Recep Erdogan, Donald Trump, Vladimir Putin, Russia, Turchia, USA, Siria
RegolamentoDiscussione
Commenta via FacebookCommenta via Sputnik