23:07 13 Novembre 2019
Donald Trump

La svolta di Trump: fuori di Siria, riduzioni in Afghanistan e avvicendamento al Pentagono

© AFP 2019 / Joshua LOTT
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Dopo la recente sconfitta alle elezioni di mid-term, si era ipotizzato che Trump potesse tentare di risalire la china sfruttando il terreno della politica estera, nel quale in teoria è esposto a condizionamenti inferiori, godendo la Casa Bianca di una maggiore autonomia rispetto al Congresso in questo specifico campo.

Quanto sta accadendo a Washington rende questa prospettiva più concreta.

Nel breve volgere di poche ore, infatti, si è prodotta una sequela di eventi piuttosto significativi. Innanzitutto, Trump ha annunciato su twitter il ritiro delle truppe americane di stanza in Siria, circa 2mila uomini che danno la caccia ad un Isis ritenuto ormai sconfitto e soprattutto proteggono i curdi del Rojava dagli artigli dell'Esercito turco.

Segretario della Difesa USA (Pentagono) James Mattis
© REUTERS / Mike Blake
Pochi istanti dopo, hanno preso a circolare voci secondo le quali sarebbe in preparazione anche il dimezzamento del contingente statunitense in Afghanistan, che passerebbe dagli attuali 14mila a 7mila uomini, un livello che non si vedeva dal 2002. Infine, quando in Europa era già tarda sera, è arrivata anche la notizia esplosiva delle dimissioni del Segretario alla Difesa, Jim Mattis, che era considerato finora uno dei pilastri dell'Amministrazione in carica.

L'uscita di scena di Mattis si perfezionerà alla fine di febbraio, anche per consentire al Presidente di nominare il successore ed ottenere dal Senato la ratifica della scelta, ma era da tempo nell'aria. Ciò che la sta rendendo politicamente pesante, ma anche molto importante ai fini della comprensione del disegno di Trump, sono le motivazioni che il Segretario alla Difesa ha addotto in una propria lettera a spiegazione della propria decisione di andarsene. Mattis ha infatti affermato di non condividere più gli orientamenti di Trump, in quanto danneggerebbero gli alleati degli Stati Uniti e sarebbero eccessivamente condiscendenti nei confronti di Cina e Russia, potenze autoritarie e quindi avversarie dell'America.

Si è così appreso che anche Mattis remava contro il suo Presidente, proprio come quei consiglieri e collaboratori che gli sottraggono di nascosto dal tavolo le carte di cui non si desidera la firma, allo scopo di rallentarne l'azione. In teoria, in seguito a queste dimissioni il tycoon dovrebbe adesso disporre di margini più ampi per attuare il suo programma, ma è prevedibile che il suo percorso non sarà tutto rose e fiori.

La missiva con la quale Mattis ha annunciato il proprio ritorno a casa è stata infatti pubblicata anche sui social media, dove sta generando una vera e propria tempesta di commenti negativi, non solo da parte dell'opposizione democratica al Presidente, ma anche del suo stesso partito. Tra i repubblicani stanno in effetti rialzando la testa molti big che poco amano Trump e magari ipotizzano di sfidarlo nel 2020 qualora il consenso che ancora circonda il Presidente in carica si attenuasse sino a scendere al di sotto di una certa soglia di guardia.

In realtà, sulla piega che assumerà la politica estera americana nei prossimi mesi gravano alcuni fattori d'incertezza. L'abbandono di Mattis ha infatti rimosso un importante ostacolo al proposito di Trump di ridurre l'impronta militare esterna degli Stati Uniti, ma anche allontanato dai centri decisionali un risoluto avversario delle politiche di rimozione dei regimi sgraditi agli Stati Uniti, invero sgradite anche al tycoon ma non al suo attuale Consigliere per la Sicurezza Nazionale, John Bolton, che ha posto l'Iran nel collimatore.

L'America è quindi un'altra volta al bivio tra visioni alternative della sua postura nel mondo. Trump sembra intenzionato a far sul serio, riproponendosi con le idee che gli fruttarono l'elezione per recuperare il consenso che gli serve a rimanere alla Casa Bianca fino al 2024. Il rimpatrio dei soldati dall'Iraq è verosimilmente gradito all'opinione pubblica americana, mentre lo è di sicuro il ritiro dei militari che operano inutilmente in Afghanistan da oltre 17 anni.

Sembra tuttavia più difficile invece che si permetta a Trump di effettuare passi di riconciliazione sostanziali nei confronti di Mosca, non solo perché parte importante degli americani non ama la Federazione Russa, ma anche per effetto dei progressi fatti registrare dalle inchieste che la magistratura americana sta conducendo nei confronti del cosiddetto Russiagate. L'ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale Michael Flynn si trova ad esempio in grande difficoltà, al punto che non se ne esclude ormai neanche la carcerazione.

Di qui, i comprensibili dubbi del Presidente Putin, che guarda con favore alle decisioni del suo collega americano in merito alla Siria, ma sembra anche poco persuaso dell'effettiva capacità di Trump di imporre la propria agenda ai suoi collaboratori ed apparati. Si vedrà fin dalla nomina del successore di Mattis cosa ci aspetta: un Segretario alla Difesa prossimo alle posizioni di Bolton, infatti, potrebbe anche indebolire la determinazione del Presidente ad astenersi dal ritorno alle pratiche del passato, obbligandolo ad attribuire alla propria politica nei confronti dell'Iran, ad esempio, finalità diverse da quelle limitate che ha attualmente. 

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

Tags:
alleati, senato, Michael Flynn, James Mattis, Donald Trump, USA
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