13:09 27 Maggio 2019
Giuseppe Conte

Manovra economica, lo scontro tra Italia e Ue non finisce qui

© AFP 2019 / John Thys
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Gian Micalessin
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Il compromesso sulla finanziaria è solo un cessate il fuoco nella guerra dell'Europa ad un governo italiano considerato il capofila di quel movimento sovranista ed euro-scettico che a maggio sfiderà Bruxelles.

Prime Minister of Italy Giuseppe Conte at the NATO summit of heads of state and government, Brussels
© Sputnik . Alexey Vitvitsky
Lo chiamano compromesso, ma l'accordo raggiunto in zona Cesarini da Commissione Ue e governo italiano è solo un provvisorio cessate il fuoco in vista dei nuovi e più duri scontri che precederanno le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Molti fingono di non accorgersene, ma lo scontro con l'Europa sulla manovra economica va al di là di qualche decimale nel rapporto tra Pil e deficit pubblico. Dietro le contrapposte visioni economiche infuria la guerra tra le forze europeiste di Bruxelles e quel magma ancora confuso di gruppi euroscettici, sovranisti e anti sistema che trasformerà il voto di maggio in una battaglia per i destini dell'Unione.

Per le forze filo Bruxelles piegare il primo vero governo euroscettico e sovranista andato al potere in una delle nazioni fondatrici della Ue era una questione di sostanza e principio. Ammettere che l'Italia potesse svincolarsi dalle regole di Bruxelles, sfidare la Commissione e metterne in dubbio l'autorità equivaleva a sancire l'inconsistenza dell'Europa e delle sue regole. Per questo tecnocrati ed euro burocrati sono ricorsi a tutte le armi a disposizione per piegare il duo Salvini e Di Maio. Forti di uno spread spacciato per una sorta di ordalia dei mercati hanno messo sotto pressione i titoli di stato italiano colpendo così i portafogli e i risparmi di tanti elettori leghisti.

Elettori resi già incerti da un'alleanza con i 5 Stelle rivolta a privilegiare il reddito di cittadinanza anziché la "flat tax" proposta in campagna elettorale. Al buon funzionamento della trappola "spread" ha contribuito anche l'ingenuità di due movimenti come la Lega e i 5 Stelle.

La politica dello scontro frontale condotta nei mesi precedenti la presentazione della manovra, innescata anche dalle provocazioni di personaggi come il Commissario all'Economia Pierre Moscovici, ha portato Di Maio e Salvini alla completa rottura con le istituzioni europee privandoli di qualsiasi possibilità di dialogo e negoziato. A questo punto è intervenuto uno "spread" che sarà anche dettato, come ci raccontano, da anodine leggi di mercato, ma finisce sempre con il colpire chi si mette al di fuori delle leggi fissate dalle istituzioni finanziarie di Bruxelles.

Una consuetudine comprovata anche dalla sostanziale indifferenza dello "spread" di fronte alle spese impreviste di un Macron che — pur di rabbonire i "gilet gialli" — ha spinto il rapporto deficit-Pil di Parigi ben oltre il limite del 3%.

Erodendo portafogli e risparmi e facendo impennare i mutui il trappolone "spread" ha preso in ostaggio gli elettori della Lega costretti chiedersi se la fiducia in Salvini valesse più dei propri stessi risparmi. E così se da una parte Salvini intuiva d'aver imboccato un tunnel autolesionista dall'altra Di Maio comprendeva di non aver alcuna possibilità di dialogare con l' Europa. L'unica possibilità è stata, dunque, affidare la trattativa, ad un premier Giuseppe Conte ben felice di svincolarsi dal controllo dei suoi due dioscuri, ad un Tria considerato la quinta colonna del Quirinale e ad un Moavero Milanesi cresciuto all'interno delle istituzioni europee. A quel punto la partita era evidentemente compromessa. Come se non bastasse, il ricatto sulla manovra ha costretto il governo giallo verde a rinunciare a questioni di principio come la messa in discussione delle sanzioni alla Russia e della missione Sophia.

E così 13 dicembre l'Unione Europea ha potuto prorogare all'unanimità per l'ottava volta le misure anti-russe grazie anche al voto favorevole dell'Italia. E altrettanto è successo con la missione Sophia. Anch'essa è stata protratta di tre mesi nonostante Salvini avesse annunciato di volerla chiuderla dopo il rifiuto dei partner europei di accogliere i migranti raccolti alle proprie navi militari. A salvare da una vera disfatta il governo giallo-verde sono intervenute le difficoltà della Brexit e la crisi dei gilet gialli. Davanti al rischio di dover gestire da qui a maggio non solo la guerra con Roma, ma anche le incognite di un'Inghilterra pronta ad andarsene in disordine e di una Francia piegata dalla rivolta dei gilet gialli l'Europa ha accettato la tregua sul 2,04% proposta dall'Italia.

Ma la guerra è tutt'altro che conclusa. Un'Unione ulteriormente provata dal semi-pensionamento della Merkel ha l'improrogabile necessità di tenere sotto scacco il governo giallo-verde scoraggiando gli elettori europei a seguire la strada imboccata da quelli italiani. Per questo il compromesso è solo un'illusione. Se sopravvivrà alle proprie beghe interne il governo giallo-verde dovrà, da qui a maggio, mettere in conto altre e ben più dure battaglie.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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