01:06 18 Gennaio 2019
Polizia a Strasburgo

Il Califfato non c'è più, ma le belve ora sono tra noi

© AFP 2018 / Abdesslam Mirdass
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Gian Micalessin
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L'attentato di Strasburgo dove un incallito criminale si è trasformato in poche ore in spietato stragista islamico dimostra che nelle comunità islamiche il confine tra delinquenza comune e terrorismo è sempre più labile. E nonostante le sconfitte militari dell'Isis il pericolo per l'Italia e l'Europa non diminuisce.

Eliminata la belva tutti si sono tranquillizzati. Anche perché i comunicati ufficiali delle autorità francesi hanno spiegato che Cherif Chekatt, il lupo solitario di Strasburgo trasformatosi da criminale incallito in spietato terrorista islamico, non era legato ad alcuna rete terroristica.

In verità proprio questo elemento deve preoccuparci. Se un fallito tentativo d'arresto della polizia francese è bastato ad innescare la repentina metamorfosi di Chekatt allora la linea di demarcazione tra sottobosco criminale e terrorismo s'è fatta ancor più sottile. Certo all'interno delle comunità islamiche europee quel confine non è mai stato troppo netto. Anis Amri, lo stragista dei mercatini di Natale di Berlino era stato un criminale comune. E lo stesso dicasi per Mohamed Lahouaiej-Bouhlel l'attentatore di Nizza. Ma in quei casi il passaggio non era stato così fulmineo. Sia Amri, sia Lahouaiej-Boulhel avevano dedicato del tempo alla preparazione dell'attentato.

Qui il passaggio dalla fase criminale a quella terroristica è avvenuto nel giro di poche ore. Del resto, come abbiamo visto dalle foto segnaletiche, Chekatt portava sulla fronte la "zibiba" ovvero quel bernoccolo della preghiera che nei musulmani più ferventi si forma per lo sfregamento rituale sul tappetino della preghiera. Nel caso di Chekatt, radicalizzatosi in carcere, è più realistico pensare che si trattasse di una "zibiba" artefatta, creata come capita tra gli estremisti per ostentare la propria devozione. Ma quella "zibiba" ci dice che in Chekatt già convivevano l'attività criminale e la fede radicale sfociata nel terrorismo.

 Questa tendenza rappresenta anche per l'Europa e per l'Italia una minaccia ancor più insidiosa del Califfato messo in piedi da Abu Baqr Al Baghdadi tra Raqqa e Mosul. I territori controllati dall'Isis tra Iraq e Siria hanno attratto, tra il 2011 e il 2017, circa 5mila militanti europei. Oggi quel Califfato rischia di rinascere ai margini di ogni grande città europea. Se fino ad un anno fa un aspirante jihadista europeo era incoraggiato a trasferirsi a Raqqa o Mosul per trasformarsi in un vero mujahed ora i nuovi potenziali adepti delle "bandiere nere" sono costretti a restare in Europa e intraprendere clandestinamente la propria carriera di terroristi.

La nutrita presenza di seconde e terze generazioni nate in Europa, ma pronte abbracciare, complice un certo livello di emarginazione, l'Islam radicale rischia dunque di metterci di fronte ad una minaccia assai prossima e assai insidiosa. Prossima perché ha le sue basi nelle nostre città. Insidiosa perché a differenza dell'Isis di Raqqa e Mosul non possiamo affrontarla militarmente, ma dobbiamo combatterla con le forze di polizia e nel rispetto delle leggi. Un'ulteriore penalizzazione deriva da un sistema carcerario diventato, in tutta Europa, la vera piattaforma della radicalizzazione. Quell'universo chiuso privo di distrazioni è l'ambiente ideale per gli imam della radicalizzazione pronti a plasmare e plagiare i criminali come Chekatt offrendo loro una finalità e una motivazione religiosa. Una prospettiva oltremodo inquietante anche per un Italia che — a differenza di Francia, Inghilterra e Germania — vanta un numero ancora ristretto di seconde o terze generazioni. Stando ai dati del ministero della Giustizia tra i circa 60mila detenuti italiani e stranieri presenti nelle carceri italiane si contano almeno 4mila detenuti musulmani (1275 marocchini, 672 tunisini, 888 nigeriani 270 egiziani e 195 algerini) potenzialmente vulnerabili a dei tentativi di radicalizzazione.

 L'altro dato destinato a preoccupare anche un'Italia, capace, fin qui, di prevenire e disinnescare egli attacchi del terrore islamista, è il numero in continua crescita delle espulsioni decise in seguito ad attività di proselitismo o di fiancheggiamento per conto di Al Qaida o dell'Isis. Le 66 espulsioni registrate nel 2016 sono salite a 105 nel 2017 e hanno toccato quota 112 quest'anno.

L'Italia, insomma, fronteggia una crescita costante dei militanti collusi con il terrorismo islamico. Il tutto mentre la possibilità di espellere tende a ridursi con il formarsi di seconde o terze generazioni in possesso, come già succede in Francia e Inghilterra, di quei requisiti di cittadinanza che ne rendono impossibile l'allontanamento. Del resto il moltiplicarsi dei militanti radicalizzati trova puntualmente riscontro anche in Francia dove il numero delle "fiche S", ovvero degli individui sotto sorveglianza per sospetti legami con l'Islam radicale, supera ormai quota dodicimila. 

Dunque Strasburgo è tutt'altro che un caso isolato e il rischio di dover fronteggiare dei Cherif Chekatt capaci di trasformarsi in poche ore da devianti criminali in pericolosi stragisti si fa ogni giorno più concreto e più diffuso.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
migrazione, Criminalità, Minaccia terrorismo, lotta contro il terrorismo, UE, Califfato, Al Qaeda, ISIS, Cherif Chekatt, Europa, Italia, Francia
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