04:12 23 Aprile 2019
Corno d’Africa

Africa, l’Italia senza una visione generale dell’interesse nazionale

© AP Photo / Andrew Harnik
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Tatiana Santi
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Si è conclusa recentemente la visita ufficiale nel Corno d’Africa del vice ministro agli Esteri Emanuela Del Re. Il continente del futuro è terra di competizione fra grandi attori extra regionali, ma l’Italia gioca tutte le sue carte in Africa?

È durato dieci giorni il viaggio del vice ministro agli Esteri Del Re nel Corno d'Africa, dove ha incontrato alcuni dei massimi rappresentanti politici locali. Da un punto di vista economico, commerciale e politico il continente africano rappresenta un'opportunità inestimabile per l'Italia, che oggi si ritrova schiacciata da competitor ben più agguerriti, uno su tutti la Cina.

Oltre agli attriti con Parigi nel dossier libico, più in generale "la presenza italiana sul territorio è a macchia di leopardo e rischia di diventare talmente piccola da non essere competitiva" è l'opinione espressa in un'intervista a Sputnik Italia da Nicola Pedde, direttore dell'Institute for Global Studies.

— Nicola Pedde, quali sono gli interessi economici italiani in Africa?

L'incontro tra i ministri degli Esteri italiano e russo, Enzo Moavero Milanesi e Sergei Lavrov
© Sputnik . Григорий Сысоев

— L'Italia ha avuto sempre una politica abbastanza altalenante nei confronti dell'Africa in termini di relazioni politiche ed economiche. Per lungo tempo c'è stata un'incapacità di definire un progetto di sviluppo del mercato africano alternativo a quello dell'Oil & Gas, quello che storicamente ha fatto da traino nel rapporto con il continente. Il nostro rapporto primario nel corso degli anni è stato quello guidato dall'Eni, in tempi più recenti si è sviluppata una serie di interessi legati ad un'azione di penetrazione più intensa in alcuni settori, come le infrastrutture ad esempio e la sfera immobiliare. Queste attività sono state sostenute da campagne politiche solo in pochissime occasioni.

Se andiamo a guardare il numero dei Presidenti del Consiglio dei Ministri che hanno fatto delle vere e proprie campagne africane li potremmo contare sulle dita di una mano. Si tratta di rapporti riconducibili all'ultimo decennio. Quello che manca è una visione generale dell'interesse nazionale italiano dal punto di vista economico e politico. Anche l'Africa ha patito di conseguenza una mancanza di pianificazione di medio e lungo periodo che potesse creare una strategia e una gestione dell'operato nel continente.

Ciononostante dal punto di vista commerciale i numeri dell'Italia in Africa sono cresciuti significativamente, soprattutto per iniziativa di organizzazioni non governative come le Camere di Commercio, che hanno svolto un ottimo lavoro nel promuovere determinati settori. Le missioni a livello governativo sono state quasi tutte condotte solo a sostegno dell'industria Oil & Gas.

— Recentemente il vice ministro agli Esteri Del Re si è recata in Africa Orientale. Come potrebbe commentare questa visita?

— Questa missione si inserisce in un quadro più specifico dell'interesse italiano, che è quello verso l'ex sistema coloniale, dove abbiamo purtroppo un retaggio di inattivismo molto evidente. L'Italia ha pagato uno scotto della sua assenza per un lungo periodo, il nostro Paese sta cercando di rientrare nella regione da qualche anno, ma non è più un attore privilegiato come poteva esserlo negli anni '60 e '70. Oggi il nostro Paese deve misurarsi con dei competitor molto più agguerriti.

— L'Africa è un territorio di competizione, che cosa ne pensa del confronto fra Italia e Francia nella regione?

— Io vedo gli interessi di Italia e Francia confliggenti a partire dalla Libia, dove abbiamo un enorme problema, la Francia è un partner ostile ai nostri interessi. Parigi ha abbracciato una serie di politiche che sono legate ad altri attori extra regionali, si tratta di politiche competitive rispetto a quelle italiane. Abbiamo alcuni minimi interessi congiunti sul piano della sicurezza nel Sahel, ma con la Francia non condividiamo grandi progetti, anzi, rischiamo di entrare in collisione e in diretta competizione sul piano geografico del Nord Africa.

Abbiamo altri competitor anche più importanti della Francia, mi riferisco alla Cina soprattutto nel campo delle infrastrutture. Inoltre abbiamo gli Emirati Arabi Uniti e l'Arabia Saudita che stanno investendo in modo consistente nell'area dell'Africa Orientale, zona di nostro grande interesse. In questa stessa area assistiamo ad una competizione ulteriore interna all'area del Golfo, come nel caso della Somalia, dove c'è uno scontro molto evidente fra le posizioni dell'Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti e il Qatar. Tutti questi Paesi hanno un'agenda molto precisa, sanno che cosa vogliono fare in Africa, sanno che cosa intendono realizzare nei prossimi 20-30 anni. Stanno seguendo una road map ben definita attraverso lo sviluppo delle reti portuali, ferroviarie e stradali.

L'Italia in questo senso non ha ancora definito un suo modello, si trova più in una fase esplorativa che ne penalizza le capacità di sviluppo. La presenza italiana sul territorio è a macchia di leopardo e rischia di diventare talmente piccola da non essere competitiva.

— L'Africa è il continente del futuro dove operano i grandi della Terra, a partire dalla Cina. In prospettiva secondo lei l'Italia riuscirà a sviluppare al meglio i suoi rapporti con i Paesi africani?

— L'Italia credo abbia maturato la convinzione che l'Africa è un'importante opportunità economica e commerciale. Il grande problema dell'Europa e dei Paesi come l'Italia è ancora quello di una narrativa sul piano locale dell'Africa come di un continente povero e sottosviluppato. L'Africa in realtà è un continente molto diverso: per quanto ci siano aree interessate da conflitti e sottosviluppo, ci sono zone in grande crescita con professionalità ben sviluppate, dove si possono condurre investimenti importanti.

Il primo problema è quindi quello legato alla narrativa, un grande ostacolo quando si cerca di convincere le aziende italiane ad andare in Africa. Il nostro sistema industriale è ancora molto provinciale, quindi per poter fare un salto qualitativo ha bisogno di un sostegno governativo che possa incentivare ed accompagnare queste attività. Altrimenti andremo nella direzione di piccole realtà e piccoli tentativi rispetto a quelli dei grandi aggregati stranieri: parlo della Cina, degli Stati Uniti o di altri Paesi europei.

— L'Italia dovrebbe sviluppare di più i rapporti bilaterali con gli Stati africani da un punto di vista anche dei flussi migratori?

— Certo, servirebbero più incontri bilaterali, in questo momento abbiamo sul continente africano circa 18 milioni di africani in movimento perché scappano dalla povertà, dalle guerre e dal sottosviluppo. Di questi 18 milioni solo una minima parte, circa un 10%, ha volontà di uscire dal continente africano e raggiungere l'Europa. Noi dobbiamo agevolare lo sviluppo di attività economiche e la possibilità di creare posti di lavoro sul territorio, questo per impedire ai fenomeni migratori di danneggiare in primo luogo l'Africa. Dobbiamo rilanciare una capacità di investimento con una portata globale e una capacità di realizzare sinergie congiunte sul territorio africano con Paesi come la Russia, la Cina e gli Stati Uniti.

Un uomo cinese nel padiglione italiano all'EXPO 2010
© Sputnik . Валерий Мельников

— Vorrebbe aggiungere qualcos'altro?

— Il continente africano è un continente dove è necessario investire molto e dal quale possiamo aspettarci grandi opportunità di ritorno degli investimenti, soprattutto sulla fascia equatoriale. È un continente che deve essere approcciato in termini di capacità nella gestione degli investimenti e capacità di attrarre investimenti attraverso un'immagine molto più precisa e ottimistica rispetto a quella che diamo oggi al continente. La gran parte degli imprenditori è spaventato dall'investire in Africa. Qui il governo dovrebbe intervenire dando il metro per quelli che sono i grandi orizzonti del continente africano.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Intervista, Africa, Italia
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